La grande bellezza

Non è che Roma stia morendo ogni giorno di più per colpa di chi l’abita e sopratutto del malaffare e dell’indolenza dei politici…
Roma non può proprio più esser salvata. Da fin troppo tempo le cose procedono così. Neppure se ci sganciassero sopra una bomba atomica, in un tempo futuro, si potrebbe ripartire da zero, perché Roma è troppo corrotta, fino al midollo, nelle ossa: è marcia. E puzza.
Roma non può essere salvata. Perché Roma è già morta da tempo.
È successo un secolo fa. Ve lo siete dimenticato.
E la gente che incensa sempre la sua bellezza non se n’è accorta.
Ed è come un formicaio che assedia il cadavere di una grossa bestia, banchettandone.

romamorta

Sogno #45: Kafka

In cucina il pavimento non è molto pulito. Strati di polvere e briciole si affastellano gli uni sugli altri. Qualora venisse un ospite inatteso, mi coglierebbe in grave fallo, e mi biasimerebbe assai per non aver pulito. Il fatto è che rimando sempre. Dico: dopo, domani, più tardi. Poi, quando lo voglio fare, non ho mai tempo e devo invece affrettarmi a compiere altre azioni.
A un tratto, su quel pavimento sudicio, osservo qualcosa stagliarsi. Mi avvicino timoroso. E, come se la polvere avesse una coscienza propria in grado di farla muovere, così come di assumere sempre nuove forme, dallo sporco del pavimento emerge qualcosa. Un insetto.
Si tratta di un enorme insetto, tipo una zanzara. Deve essere il maschio di una zanzara. Perché di maschi se ne trovano anche di giganteschi, tanto che sembrano una sfida al fatto che possano volare.
Si muove lentissimo. Si trascina sulla schiena. Dapprincipio avevo pensato potesse esser morto e dunque di stare osservando solo la sua carcassa. Ma poi, quando mi sono avvicinato maggiormente con la faccia schifata per osservarlo meglio, ho visto che lui mi ha notato a sua volta e ha cominciato a ruotare su se stesso per spostarsi, mantenendosi però sempre sul dorso, cercando di fuggirmi andandosi a nascondere sotto la sedia, che è il posto più riparato nelle vicinanze.
Oddio: mi fa così schifo! Mi tocca di ammazzarlo. Tanto più che sembra già morente. Dunque non compierò nessun atto crudele. Semmai allevierò la sua sofferenza.
Mi avvicino sinistramente a lui con il piede. Devo ucciderlo subito prima che possa scapparmi. Non ho tempo per cercare qualcos’altro con cui schiacciarlo. Solo che in quel momento ai piedi indosso delle babbucce così delicate… Avrei preferito altre scarpe più pesanti. Invece così temo quasi di poter percepire il suo corpo sfaldarsi sotto la mia suola.
Avvicino il piede titubante. Ma devo farlo! Solo che l’insetto è talmente grosso… che è lungo e largo come la pianta del mio piede. Devo quindi stare attento a calpestarlo interamente. Non sopporterei per esempio di storpiargli l’addome sotto la suola mentre con la testa lui riesce a scantonare e finisce per assistere con i suoi occhi a me che lo torturo martirizzandolo.
Lo sto per fare… Quando lui, continuando a muoversi come nuotasse, è come si smaterializzasse. Adesso non vedo più il corpo di un’enorme zanzara sdraiata di schiena. Adesso si è formata una strana accozzaglia solida catramosa grigia e gialla di polvere e croste di pane. Sembra ora che abbia a che fare con una sorta di mummificazione di comuni rifiuti parzialmente organici e parzialmente minerali. Ma anche in questa forma, la cosa continua a muoversi per sottrarsi disperatamente alla mia vista, dunque qualcosa ancora vedo che si agita. Il piede l’ho ormai ritirato. No, non riesco a schiacciare questa cosa sassosa, sottile come una sfoglia di carta spiegazzata.
Adesso la cosa sembra una grossa faccia con occhi grossi e una bocca aperta stupita, ma non dotata di espressività, come fosse la versione stilizzata di una maschera di terrore per il carnevale americano. Chi si sognerebbe mai di schiacciare questa schifezza?
La osservo spostarsi gli ultimi centimetri… e poi smaterializzarsi del tutto. Come un camaleonte, è come fosse stata assorbita dall’ambiente. Adesso sembra davvero scomparsa. Sul pavimento rimangono solo briciole e polvere, come era prima.
Devo ricordarmi di pulire, appena posso. Dovrei proprio disinfestare per stare più tranquillo. Se penso che la notte creature come queste diventino padrone di casa mia, rabbrividisco. Un giorno potrebbe venire a trovarmi qualche enorme insetto, grosso come me, se non di più.

kafka

Povera Virginia!

Povera Virginia.
Povera donna.
Lei non sa niente.
Non si accorge di niente.
Gliela fanno sotto il naso, i cattivi, e lei, lì, immacolata, manco a farsi una domanda.
Lei non conosce nessuno.
Non è amica di nessuno.
Non fa i comodi suoi, e neppure quelli di altri.
È colpa degli altri che la mettono in contatto con la gente cattiva obbligandola a parlare con queste persone.
È troppo ingenua, Virginia, vero?

Quella volta che non mentì

Alla sera ci fu quella strana chiamata. Che strano che qualcuno le telefonasse a quell’ora. Non succedeva dall’epoca in cui… Ma non voleva pensarci.
A dire il vero, ogni tanto risuccedeva che la chiamassero di sera. Ma era una cosa normale, si era giustificata lei: la gente chiama a tutte le ore, dunque può farlo anche la sera, no? E quando l’aveva affermato era sembrata molto coscienziosa, come non mai, e molto sensata – proprio lei che sensata non era mai stata. Così lui si era sentito un gran coglione, un coglione geloso, troppo geloso. Già. Nondimeno c’erano da considerare quei precedenti per nulla rassicuranti. Per questo era geloso. In definitiva ne aveva ogni diritto…
Comunque, quella chiamata, fu qualcosa di davvero inaspettato, anche per lei, a giudicare dalla faccia che aveva fatto. E lei non aveva risposto, come faceva sempre per tranquillizzarlo quando voleva dimostrare che chi chiamava non contasse nulla per lei. Però rimaneva il fatto che qualcuno era tornato a chiamarla la sera, dopo tanto tempo, e lei aveva assunto quell’espressione tutta preoccupata, anche se poi non aveva risposto e aveva fatto finta di nulla.
Senza che lei se ne accorgesse, lui l’aveva vista dopo cena, mentre sparecchiava, fermarsi un attimo in più del consueto in cucina, e quando era andato di là per capire da cosa derivasse tutto quel silenzio, lei gli era venuta incontro mettendosi una mano in tasca, e a lui era venuta in mente la malsana idea che avesse smanettato col cellulare – detestava quando lei lo faceva preferendolo a lui, oltre che anche per gli altri, ovvi, motivi.
Poi però lei quella sera era stata particolarmente affettuosa – e non era un pessimo segnale quello? Lei faceva così quando voleva distogliere la tua mente da qualcosa… Così, all’inizio era stato tutto stupendo, e lui non ci aveva più pensato – era un tale amore la sua compagna quando ci si metteva… Ciononostante la notte aveva fatto quello strano sogno in cui lei lo tradiva sotto il naso appena lui usciva di casa. Allora, svegliandosi di soprassalto con un diavolo per capello, aveva deciso di fare qualcosa che non faceva da tempo: controllarle il cellulare, quel cellulare che lei custodiva sempre gelosamente come se da esso fosse dipesa la sua intera esistenza.
Quel che aveva trovato l’aveva fatto agghiacciare. Una miriade di messaggi promiscui, ambigui, con persone diverse e volgari con le quali sembrava essere molto in confidenza – tanto che spesso, questi tipi, quasi tutti maschi, menzionavano direttamente i suoi organi sessuali come avessero potuto considerarli da vicino.
A leggerli tutti avrebbe potuto impazzirne. Così decise di concentrarsi sugli ultimi, quelli del giorno prima, e a essi diede maggiore risalto. C’era un tizio che si interessava parecchio di lei – chi diavolo era?! Da dove era saltato fuori?! –, un tizio con un acronimo a posto del nome. Ma non era tanto quello che lui le diceva che lo lasciò sconvolto, quanto invece le cose che gli rispondeva lei. Era una palese ammissione di dolo.
Dunque si sentì tradito, per l’ennesima volta, pugnalato alle spalle. Una sensazione di blocco pietrificato gli scoppiò nello stomaco.

Quella mattina la svegliò con violenza. Le diede un mezzo calcio tra le costole e lei quasi cadde dal letto.
«La devi piantare! Hai rotto il cazzo! Hai rotto il cazzo! Io mi sacrifico per te… e tu mi ripaghi così! Sei una troia! La più grande troia di tutte! La devi piantare! Hai rotto il cazzo! Hai rotto il cazzo!», le urlò di soprassalto.
Lei, seppur stordita, capì ciò che era successo perché notò il cellulare che le apparteneva il quale lui stava stritolando nel suo pugno. Provò a discolparsi blandamente, ma non poté ottenere alcun risultato perché lui ormai era partito per la tangente, e ogni cosa gli avesse detto l’avrebbe presa come l’ennesima bugia propugnata con la sua faccia di bronzo.
«Non è come credi… Non è come sembra… Fammi spiegare…»
«Hai rotto il cazzo! Hai rotto il cazzo!», le sputò in faccia idrofobo. Ed era davvero molto arrabbiato, a un passo dal metterle le mani addosso, e lei lo sapeva.
Tutte le sue bugie le ricaddero addosso contemporaneamente mettendola al tappeto. Come la storia di Pierino che gridava al lupo al lupo: anche se lei quella volta era innocente, lui non era più disposto a crederle.
In fondo, il punto era proprio quello. Non aveva importanza stabilire se e quanto lei l’avesse tradito ancora una volta. La cosa rilevante era che lei avrebbe potuto farlo ancora, poteva non aver mai smesso di farlo. Dopotutto non importava stabilire se l’avesse fatto o meno. Perché in passato l’aveva fatto talmente tante volte che ormai…
Lei, sentendosi senza scampo, cominciò a piagnucolare. Implorò pietà e perdono, anche per quello che non aveva fatto. Ma lui era inflessibile e continuava a ripeterle:
«Hai rotto il cazzo! Hai rotto il cazzo!»
Praticamente si era trasfigurato: non ci stava più con la testa. Era del tutto fuori di sé, e forse non si sarebbe calmato per ore, chissà, forse per giorni. Tentò di sottrarglisi, perché non sopportava di vederlo come era stata capace di ridurlo in anni e anni di adulteri. Cercò di scappare perché non sopportava più il suo sguardo allucinato.
Tentò di chiudersi in bagno, ma lui la seguì anche lì; le impedì di chiudersi dentro e continuò con quell’invettiva plebea:
«Hai rotto il cazzo! Hai rotto il cazzo!»
Singhiozzante, lei cercò riparo in altri ambienti della casa, ma lui era sempre lì che le soffiava sopra il suo veleno.
«Hai rotto il cazzo! Hai rotto il cazzo!»
Non le diceva più che era una troia, che pure era una cosa che pensava. No, si era focalizzato solo sul quel punto, a testimonianza che il suo era più uno sfogo: non ce la faceva più, era esausto, si era consumato l’anima a forza di stare con lei.
Così, il primo ceffone neppure se ne accorse quando glielo diede. Fu un manrovescio di spropositata potenza che le girò la testa facendola crollare. Eppure non voleva tanto punirla per le sue colpe recenti e passate, quanto invece forse dimostrarle che lui ormai era saturo, che non ce la faceva più, che era ridotto uno straccio, se alla fine anche lui era arrivato a metterle le mani addosso. La picchiava perché voleva smettere di soffrire lui per primo, non per punirla.
D’altronde lei da quel momento non si sottrasse alle botte perché capì che, per quanto potesse star male lei, in quel momento lui stava peggio di lei. Se aveva portato un non violento come lui a picchiarla, doveva essere davvero gravissima la sua colpa. E lei lo sapeva bene e non voleva chiedere attenuanti. Accettava la punizione. La pretendeva anzi inflessibile, così da poter sistemare le cose al più presto. Non sopportava l’idea di averlo ridotto in quella maniera.
Per questo si prese tutte le botte finché lui, querulo, alla fine tornò ad abbracciarla stringendosela al petto come fosse una bambolina inerme.
Sapeva che era quello il destino a cui prima o poi sarebbe andata incontro, e fu contenta che, da ultimo, si fosse compiuto.
Riazzerare tutto. Finalmente niente più bugie. Era bello non dover dire le bugie. Il mondo sarebbe stato molto più bello qualora fosse stato possibile dire sempre tutta la verità. Quante sofferenze in meno si sarebbero risparmiati tutti…

menti

NO TASER!

Indolente popolo di m.!

Sveglia, popolo di @oglioni!

Adesso stanno mettendo il taser… e voi non dite niente neppure su questo!

Il taser uccide!

È uno strumento troppo potente!

Non deve essere consentito!

Quante credete che siano le polizie nel mondo che lo usano?!

https://play.leggo.it/Play/Index/14f9787b-c16f-4cf2-a5f0-bafbbdfcaf73?&autoplay=false&width=640&height=405&aplay=false

Forza Lavinia

Alla fine l’insegnate antifascista, Lavinia, è stata licenziata – nonostante tale misura sia palesemente illegittima. E questa è una cosa gravissima.
Licenziata per aver manifestato il suo pubblico dissenso!
La verità è che Lavinia è una persona sensibile e acculturata. Per cui è assolutamente normale che possa essere arrabbiata circa alcuni aspetti della società profondamente iniqua in cui viviamo. Esattamente come è per me e tanti altri.

cucchi
Per non parlare che in questa Italia corrotta fino al midollo vorrebbero licenziare lei per un nonnulla mentre politici e poliziotti corrotti fanno carriera…
Non la lascerò sola.
Leggete gli articoli che riportano questa notizia.

http://torino.repubblica.it/cronaca/2018/06/13/news/licenziata_la_maestra_che_aveva_augurato_la_morta_ai_poliziotti_durante_un_corteo-198887265/
https://www.nextquotidiano.it/lavinia-flavia-cassaro-la-maestra-degli-scontri-a-torino-licenziata/
https://www.ilfattoquotidiano.it/2018/06/13/torino-licenziata-insegnante-che-a-corteo-antifascista-auguro-la-morte-ai-poliziotti/4424947/

Bambini e adolescenti nei miei racconti

Il primo a trovar posto fu Ninetto. Stupì molto anche me che avessi tutte queste storie “fanciullesche” da dover narrare e ricordi così vividi da cui partire per arricchirle. Sta di fatto che Ninetto continua a esser una presenza costante dei miei scritti, e chissà, forse un giorno potrei decidere di radunare tutti i racconti in un libro. 😉
Ninetto è un bambino piccolo, e in genere i suoi racconti vanno dalle scuole elementari fino al massimo alle medie, raramente arriva ai quattordici, quindici anni.

Successivamente mi è venuta l’esigenza di esporre però delle storie prettamente adolescenziali, di diciassettenni o giù di lì, per le quali Ninetto sentivo che non sarebbe più andato bene. Per questo è nato Guillermo, che non aveva neppure un nome prima che sfociasse inaspettatamente nel mio romanzo “Nelle spirali del tempo, lei piange”.

Ma c’è un altro personaggio maschile che appartiene a questa ristretta categoria di bambini-adolescenti che ho creato per indagare queste tematiche che ancora non è comparso su questo blog, ma di cui ho scritto la bozza di un romanzo che spero di pubblicare entro la fine dell’anno. E si tratta di Jules.
Le storie di Jules partono da quando lui frequenta una specie di asilo-scuola elementare e in principio non dovevano travalicare questi confini. Se non fosse che poi ho trovato l’ispirazione per una storia in cui si vedeva come era cambiato a diciassette anni e l’ho scritta (al momento sono ancora incerto se accorparla nel romanzo con le altre parti, perché è davvero molto disomogenea dal materiale precedente, e non vorrei dare un’impressione di eccessivo scarto generazionale).

Perché ho creato Jules e non ho usato Ninetto?
Me lo sono chiesto. Avrei potuto usare Ninetto per narrare le vicende di Jules, dato che i due bambini sono per larghi tratti sovrapponibili. Sennonché trovo che Jules sia ancora più delicato e sensibile di Ninetto. Per cui ho optato per questa scelta. Comunque è molto presto per parlare di Jules. Lo farò quando sarà il momento.
😉