Le deprecabili spire del potere

Al parco, vidi quei ciclisti sfrecciare sul ristretto sentiero, uno accanto all’altro, non ponendosi minimamente la questione se così avessero potuto travolgere bambino o animale.

Erano un branco che si sentiva forte del suo numero. Tra di loro ce n’era uno in particolare che si palesava più insolente e prepotente degli altri. Strepitava frasi volgari e violente in barba alle più elementari ordinanze della decenza e della creanza.

Era così fastidioso che fui tentato di intimargli di smetterla subito. Ma sapevo come allora sarebbe finita. Si sarebbero arrestati tutti all’unisono: avrebbero abbandonato il viottolo per recarsi congiuntamente da me. Mi avrebbero accerchiato; e dopo mi avrebbero fatto la festa. Forse anche una festa di un tipo particolare, dato chi erano davvero.

Solo allora infatti compresi chi fossero. Chi poteva permettersi il lusso di “allenarsi” con la bicicletta durante un giorno feriale non soggiacendo alla dura legge del dover lavorare tutti i giorni per portare il pane a casa? E chi poteva farlo in una maniera così ostentata sentendosi il padrone del mondo? Non erano certo ciclisti di professione, quelli. Si trattava di assenteisti. E della peggior specie. Poliziotti corrotti che si erano messi d’accordo per fare tutti assieme quella specie d’addestramento, chi dandosi malato, chi fingendo d’esser in trasferta o in giro a pattugliare…

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