DOT: Troia fumante

Pomeriggio.
Faccio i conti male e… arrivo un’ora e mezza prima che la biblioteca riapra! Me ne accorgo solo all’ultimo momento disponibile, prima che mi cimenti in una delle più mastodontiche figure di merda della storia umana, cioè prima che mi attacchi insistentemente al campanello per farmi aprire, bestemmiando e lamentandomi poiché non sono puntuali! Brutta cosa non saper leggere l’orologio alla mia età e scambiare le 14 con le 15… Adesso capisco perché ero il solo essere vivente presente nei paraggi!
Una volta resomi conto della mia idiozia, non mi resta che sedermi in uno dei pochi spazi all’ombra che si possono rinvenire fuori. Non ci fosse stata questa oasi nel deserto avrei potuto rischiare la morte, con un sole così bollente, nel momento più caldo della giornata.
Mi depongo in quella panchina verde, sgangherata, di plastica, sulla quale si sta seduti scomodissimi. Sento il respiro afoso del sole che mi soffia intorno. Sto attento a posizionarmi esattamente al centro dell’ombra, dove gli influssi caloriferi mi giungeranno lievemente più mitigati. Rassegnato a un futuro di solitudine e disagio, prendo con poco entusiasmo il libro che sto leggendo e ricomincio la lettura. Poco male. Volevo giusto almeno terminare il capitolo, che però quest’oggi mi sembra davvero una palla al piede ed è così poco allettante…
Tuttavia, appena un quarto d’ora dopo, con mia grande sorpresa, sento dei passi indubbiamente femminili incedere sull’asfalto infuocato e farmisi sempre più vicini. E più si appressano e più si fanno titubanti, evidentemente perché la tipa si deve chiedere se riuscirà a sedersi anche lei in quella piccola panchetta che invero ho quasi completamente invaso con la mia roba e con le mie lunghe gambe spaparanzate.
Mi volto verso lei solo quando ho la certezza che si tratti di una sfigata come me, cioè di una in attesa, nel deserto riarso nel quale ci troviamo, che la biblioteca riapra. Fosse stata un’impiegata si sarebbe già introdotta dall’ingresso, mentre lei ha proseguito, per l’appunto, nella mia direzione e dunque, visto che dopo di me c’è solo il nulla, deve essere interessata a sedermisi accanto.
È una tipa mooolto strana, e detto da me vuol dire che lo è davvero. Indossa occhialoni da sole nerissimi che non lasciano trapelare traccia dei suoi globi oculari; è mora (stesso nero corvino degli occhiali), con un’acconciatura che colgo subito quanto non mi piaccia perché è una specie di via di mezzo tra un taglio gonfio e uno per capelli lisci, il che emerge piuttosto stonato nel suo caso. Ha però un bel corpo fiorente; inoltre indossa delle scarpe rosse rialzate che la fanno camminare praticamente su tacchi vertiginosi. E rappresentano un altro grosso pugno nello stomaco.
Se fosse cieca, tutto si spiegherebbe. Ma dato che così non è, deve essere davvero una con dei pessimi gusti. Possibile che nessuno le abbia detto quanto stoni quel suo modo strampalato di vestire a casaccio?!
Appena mi sono voltato curioso verso di lei, mi fa «Posso?», chiedendomi il permesso di sedersi accanto a me. E io le rispondo prontamente «Ceeerto!», facendole intendere che anzi mi scuso se mi sono consentito di accaparrarmi tutta la panca solo per me.
Si siede e non esita ad adagiare a terra i suoi bagagli (che sarebbero un casco non integrale da motocicletta, una borsetta e uno zainetto), al contrario di me, che mantengo immutato il privilegio di tenermi la mia roba linda (e lontano dalle formiche) al mio fianco sinistro, sulla panca, mentre al destro c’è lei.
Mi colpisce immediatamente il suo profumo pungente, che devo aver già annusato nel mio passato, ma non saprei dire dove. È scontato che si sia appena fatta la doccia e profumata. Solo che con il balsamo ha davvero esagerato. Risulta fastidioso. Ma invero, più lo inalo, più scorgo il suo piede fare capolino da quelle sue assurde scarpe rosse altissime (alla Dorothy nel regno di Oz), e più me la immagino come una bomba sexy che sarebbe bellissimo conoscere biblicamente. E quel suo dannato profumo finisce per entrarmi nell’anima e infoiarmi non poco. Per fortuna fa caldo e siamo dopo pranzo, e quindi mi è venuto un principio di abbiocco, altrimenti potrei anche industriarmi affinché possa saltarle addosso senza troppi complimenti, oppure tentare di conoscerla per vedere come va. Ma non faccio nulla di tutto ciò e permango nel mio proverbiale immobilismo da uomo virile che non deve chiedere mai.
Da subito si trova qualcosa da fare. Tira fuori un librone, un quadernone per gli appunti e una penna, e comincia a studiare. La cosa mi sorprende assai perché io fatico oltremodo a mantenermi stazionario su quello scomodo appoggia-chiappe dove sono, tuffato nella lettura del pesante libro che mi sono portato, mentre lei invece è talmente a suo agio da soffermarsi pure, spesso, a scrivere dei sunti. A me duole il culo anche solo a star seduto, mentre lei deve averci dei certi cuscinetti in quella zona lì i quali non le fanno sentire alcun dolore. Vedi che comodità esser donne? 😉
Ma tutto ha un prezzo. E il prezzo delle sue azioni è però quello di non far star mai ferma la già precaria panchetta che, infatti, a ogni suo scarabocchio, traballa, come pure ogni volta che gira una pagina, come anche quando si mette alternativamente sulle ginocchia una volta il libro e l’altra il quadernone.
Così mi sembra di stare al mare, a fare una gitarella in barca, con l’acqua di sotto che mi smuove un po’ a destra e un po’ a sinistra. E quasi quasi mi viene anche un accenno di mal di mare.
Non so… Deve pur essersi accorta che ogni volta che si muove di conseguenza sconquassa anche me (anche perché, le poche volte che le parti si invertono, sono il suo sedere e il suo seno a ballare come gelatine). Però non pare che se ne curi, anche se in questo non ci colgo un principio di spregiudicatezza quanto semmai… o una totale mancanza d’acume, o forse anche un qualche fioco tentativo per suscitare una mia qualsiasi risposta. E non credo di essere fallocentrico…
Cerco, almeno io, di rimanere più immobile possibile, mentre lei ha il ballo di san Vito e me lo comunica tramite transizioni dinamiche. Mi fa respirare il suo profumo seducente (ma che ci metteranno mai dentro per provocare una tale reazione negli uomini?! Feromoni di orangutan in calore che non scopa da due anni?!), mi sventola le sue scarpe assurde, rosse di passione, con dentro il suo piedino che mi invita scostumatamente a farsi venerare… E io lì a subire passivamente.
Comunque, se questo è il cataclisma che si smuove dentro me, devo dire che dall’esterno sembro un vero gentiluomo. Infatti sono leggermente piegato esternamente alla panchina, in modo da non risultarle troppo importuno, non invadendo il suo campo visivo (la tal cosa le impedirebbe di studiare con abnegazione come tenta di fare). Insomma, sembro così placido che a un certo punto ci crederei anch’io che lo sia e… sarei lì lì per addormentarmi. Rooonf!… Però dovrei terminare il capitolo del libro da leggere…
Faticosamente, arrivo alla fine. Poi, anche se avanzerebbe un’altra mezz’ora di attesa prima che la biblioteca riapra i battenti, decido di abbandonare il mattone, “La montagna incantata” di Thomas Mann, riporlo nello zaino e sgranchirmi un po’ le gambe. Nel frattempo mi compiaccio della notizia che anche lei deve essersi accorta di quanto sia scomoda la panchina e cominci ad avvicendare l’accavallamento delle gambe, rivelandomi tra l’altro sempre nuove inquadrature provocanti.
Mi alzo superlentamente. Faccio un po’ di stretching comprensivo di piegamenti sulle ginocchia. Cammino un paio di volte su e giù. E me la squadro meglio. È davvero una tipa stramba. Il suo corpo sarebbe bello, e infatti lo mette decisamente in mostra, come fosse merce da vendere, seppur non disdegna, come detto, accostamenti cromatici che sono un pugno in un occhio. Ciononostante il suo viso ha qualcosa di troppo familiare, domestico, paffuto, che disinnesca quasi ogni seduzione. Chissà come sarebbe parlarci, capire chi è davvero, se è un riflesso di sua nonna, oppure una ragazza che sta cercando di uscire allo scoperto eppure ancora non ha trovato la sua strada…
Mi risiedo. Ma non trovo la forza e neppure l’entusiasmo di riprendere alcun libro in mano. Così rimango con le gambe tirate davanti e con le braccia che si aprono larghe sulla panchina, con il volto perso a rimirare il vuoto, come fossi esausto, abbandonato davanti al televisore dopo una lunga giornata di lavoro. Lei sembra non accorgersene o infastidirsene, o almeno non ritiene che abbia assunto una posizione troppo maleducata.
Mi balena un’idea. Quando ero in piedi, mi ero accorto di uno spazietto all’ombra, distante da qui pochi metri, che avrebbe la fortuna di farmi da gradino sul quale depositare il mio magro sedere. Starei anche più comodo di quanto non sia adesso, poiché ovviamente sarebbe impossibile stare più scomodi di così. Così mi faccio un altro giretto, e poi prendo la mia roba e mi metto là, dietro di lei, alla sua destra.
Allorché rimane da sola, la mia bella sembra perdere parte della sicurezza che l’aveva contraddistinta: si guarda intorno. Mi rintraccia, delusa che abbia preferito un’inderogabile solitudine a lei e al suo profumo irresistibile di ragazza disponibile. Ma non è una bocciatura personale, la mia, babie. Sappilo… Come è facile fraintendere i segnali che ci scambiamo, in particolare quando sono io a fare qualcosa… Se loro sapessero, se loro sapessero… mi amerebbero, invece di pensare costantemente male di me. O che le ricuso.
Poco dopo i dintorni si gremiscono di gente in attesa come noi. Un tipo, che ho sempre considerato una specie di pervertito, prende il mio posto al suo fianco. Mi è facile immaginare come aspiri con voluttà le zaffate del suo profumo che il vento gli spinge nelle narici, abbandonandosi a chissà quali laide fantasie. Nel frattempo, giovandomi del paesaggio sulla sua zona posteriore, colgo un altro strano particolare del suo bizzarro abbigliamento. Ha per orecchini delle perle, proprio come si usava una volta. Allora il parallelo con sua nonna di poco prima non era poi così fuori luogo…
La guardo, la guardo, la guardo… con tenerezza e mi dico che è bella.
Pochi altri minuti e anche lei sembra perdere interesse nel suo libro, che mette via a discapito di una sospetta bustina che a me sembra tanto contenere tabacco. Non lo farai, vero? Dimmi che non è come sembra… Sarebbe un delitto che anche una come lei fosse una tabagista… Ci rimarrei molto male… Ma è proprio così, e quando tira fuori le cartine e se ne rolla una con la saliva, i miei sospetti divengono inchiodanti verità. E penso: peccato, era così carina e particolare… ma il fumo ci dividerà per sempre! addio fumatrice con l’orecchino di perla! E, come disse Ulisse abbandonando le rovine ancora calde di quella città che il suo ingegno aveva dato un contributo notevole affinché venisse rasa al suolo, penso: addio, Troia fumante! Questa frase l’ho messa anche in un romanzo di Nemesis. È troppo bella per non esser ripetuta. In realtà nasce da una leggenda metropolitana. La dedico a tutte le troie fumanti del mondo. Fottetevi. ;-P
Alle quindici, la biblioteca apre e allora scopro che nel frattempo nei paraggi si è radunata una fiumana di gente. Segue caos e file chilometriche. La perdo di vista e non la vedo più…

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