Popcorn

Ci ritroviamo nello stesso gruppo di lavoro. Il capo ha deciso così. E all’inizio ne ero rimasto contrariato. Ma adesso no. Adesso non me ne frega niente. Così, se proprio le devo parlare, lo faccio con leggerezza, come non conservassi alcun rancore verso lei. In verità non so se sia davvero così. Probabilmente, l’essermi rassegnato a comprendere che tra noi non ci potrà mai essere nulla di importante, mi ha aiutato ad accettare la situazione.
Lei invece si ritrova molto peggio di me, poverina. Lei non ha gli strumenti sentimentali e culturali per trasformare quel che ha provato per qualcuno che odia (e che prima amava) in qualcosa di completamente diverso. Così, poverina, non fa che recitare per tutto il tempo, alternando silenzi ostinati in cui vuol far credere che non abbia assolutamente niente da dire, a frasette di circostanza per dare a bere invece esattamente il contrario: vedi che mi parla? allora non deve avercela più con me, no?… Ma ‘sti cazzi di quel che pensano gli altri! A me non interessa minimamente. Solo lei sta sempre lì a farsi questi problemi da bambina mal cresciuta per cui conta moltissimo l’apparenza…
Fattostà che il tempo passa e forse ci stiamo ricadendo. Sì, perché, a forza di stare a contatto, a forza di parlare, io mi manifesto ironico, sornione e affascinante, e lei, lentamente, molla la presa: ci ricasca esattamente come ci era cascata mesi prima. Con un ancestrale lavorio di uomo con charme, sgretolo la sua parete divisoria da me, ogni giorno, ogni ora. Fin quando un giorno non se n’è accorta (e non me ne sono accorto nemmeno io) e siamo ancora lì a parlare e a guardarci negli occhi come un tempo. Solo che adesso già sappiamo cosa non fare, come andrebbe se non avessimo già vissuto il passato. Quel giorno la prendo, la porto in una stanza e la bacio. E lei non vuole opporsi. Ribacio le sue labbra morbide, rinfresco quel suo tipico odore che non m’ha mai abbandonato, riaccarezzo la sua pelle così morbida senza mai alcun pelo (non ho mai capito se c’è nata così o fa in maniera di essere sempre così imberbe), quella sua tenerissima pelle da bambina piccola.
Usciti dalla stanza, assumiamo un’aria banale per non farci sgamare subito dagli altri. Poi la guardo e sbotto a ridere. Anche lei ride. Ci viene la ridarella. E ciò mi colpisce molto perché non mi succedeva da quando ero marmocchio: ero piccolo e mi sentivo molto felice, così contornato dai miei amici. Ridiamo per ore davanti ai colleghi. Ecco, adesso anche a lei non interessa più quel che pensano di noi. Io gliel’ho sempre detto: che ti frega?! Ma lei solo ora lo capisce…
Qualche sera dopo la tengo stretta stretta a me. Siamo passati alla fase che lei fa tutto quel che desidero. Me l’ha anche detto: faccio tutto quello che vuoi, ma non mi lasciare, ti supplico!
Bello. Sarei io quello che lascia, eh? Ma se è lei che lo fa sempre. Lo fece pure con me. Perché ha una paura folle di essere lasciata per prima.
Dovrebbe tornare a casa sua, da suo marito, ma mi dice che vuole rimanere. Io le dico: sai quel che fai?; non ne sono sicuro. Ma a lei sembra non interessi niente di niente. Perché dovrei tornare da lui, da lui con cui neppure dormo più assieme, con lui che stiamo in due stanze diverse, con due televisioni diversi a guardare programmi diametralmente opposti?! Io penso che anche con me guarderemmo programmi diametralmente opposti, solo che non ci viene proprio in mente di guardare la televisione quando siamo assieme. Una volta ci ha provato e le ho mangiato la mano.
La spoglio e trovo la sua patatina rasata. Sono le sorprese che mi fa. Delle volte me la fa trovare glabra, per sorprendermi, per farmi vedere che lei è una bambina, in fondo. Lo so, una bambina che spesso però è stata cattiva e viziata. Invece le sue ascelle sono sempre state assolutamente lisce, senza peli, come se non le fossero mai cresciuti lì i peli. Sono quelli i punti del suo corpo che prediligo, i punti che tiene segreti e nascosti. Mi getto su quei punti e non riemergo fin quando lei non è assolutamente appagata e sfinita.
La faccio sedere sulle mie ginocchia, mentre con un braccio la fascio. No, no, no, non la lascerò andare. Sai cosa implica che tu non torni da lui?, le dico. Sì, sono disposta a rinunciare a tutto e a ripartire da zero!, mi dice con convinzione estrema; lascio tutto per te!; perché mi interessa solo di te; tutto il resto è superfluo; posso sempre acquistare nuovi vestiti, ma a te non posso sostituirti…
Sì ma così lo indisporrai, le dico ragionando, perché almeno uno di noi due deve ragionare. Ma anche lui non mi ama più e in fondo lo sa perfettamente!, si ribella mentre le stropiccio un capezzolo.
Sì, però così non farai altro che stuzzicare il suo orgoglio; cioè, se lui da un giorno all’altro si ritrova con una moglie dispersa che non vuol più tornare a casa perché s’è fatta l’amante, penserà che ancora ti ama, o perlomeno ti rivorrà possedere, o meglio vorrà rovinarti anche quello, perché lui ancora non ha trovato nessuna per rimpiazzarti…
Ne sei sicuro? io non ne sarei troppo sicura, dice.
Beh, in ogni caso deve arrivarci da solo; devi tornare a casa per un altro po’; poi un giorno gli dirai una frase del tipo: ma noi due perché viviamo assieme se non proviamo più niente l’uno per l’altra?; e lui si sorprenderà per la tua grande maturità e ti dirà che hai ragione, e allora se ne va lui (che tanto ha già una che si scopa ogni tanto, e ce l’ha!, ne sono certo); e poi saremo liberi, sarai libera: sarai libera di fare quel che vuoi, senza render conto a nessuno o mentire, le dico.
Io non mento mai, mi dice con occhi falsamente innocenti.
See, tu sei la donna più falsa che conosco!, ribatto.
Adesso piange, piange davvero perché sa che in passato mi ha fatto di tutto e anche di più. Sa che non dovrei perdonarla. Che lei non mi perdonerebbe mai se fosse al mio posto. Difatti il vero problema, anzi diciamo ostacolo, tra noi non è tanto suo marito o la fine del rapporto con lui, che tanto è già finito. È il nostro futuro assieme. Il vero nodo è: sarò capace io di dimenticare quanto e come lei ha saputo essere stronza nei miei riguardi? Anche per lei è quello il motivo di maggior angoscia.
Mi guarda implorante e mi chiede perdono. Perdono! perdono! perdono!, mi dice stringendomi più che può. Ti prego, non mi lasciare! non mi lasciare! Sa che teoricamente sarei capace un giorno di lasciarla e romperglierlo per sempre quel suo bel cuoricino di zucchero e pasta frolla che fino a oggi non ha fatto che procurarle casini rendendola una delle persone più infelici del mondo. Sarò capace di crederle, dopo che lei ha insudiciato il nostro amore così tante volte, tanto che avevamo ormai smesso di amarci?, questo si chiede.
Ma io invece sto riflettendo su un’altra contingenza, e gliela dico. No, vedi, personalmente c’è un’altra cosa che mi angustia, che proprio fatico a dissipare; non so, forse è la stessa cosa che temi tu, ma vista da un’altra angolazione. E cosa sarebbe?, mi chiede lei. È che, vedi, io e te, se non fosse stato per questo stupido lavoro che abbiamo in comune, non ci saremmo più visti: avremmo tagliato i ponti per sempre; invece, dato che abbiamo avuto questa cosa in comune, abbiamo avuto un’altra chance, una chance che altrimenti non avremmo mai avuto, in altre condizioni, capisci?
E allora? non ne sei contento? io ringrazio dio di avermi fatto lavorare con te!, mi fa. Sì, anche io; ma non posso accettare che altrimenti tu mi avresti voltato le spalle per sempre e io non avrei mai avuto un’altra opportunità di riconquistarti!
Perdonami! perdonami!, si sente in colpa; ma forse non è così come dici, aggiunge; perché, secondo me, io un giorno ti avrei ricercato, il giorno che mi sarei resa conto di quanto ero stata stupida e folle con te.
Tu dici?, chiedo. Sicuramente!, risponde. Però probabilmente io quel giorno, quel giorno che tu mi avesti ricontattato, io quel giorno ti avrei messo giù il telefono e non ci sarebbe stato più nulla da fare per noi…
Il giorno dopo il capo volle farci una delle sue altezzose lezioncine sulla gestione delle risorse. Allora ci chiese per cosa avevamo speso i soldi concretamente per quel progetto. E quando accennammo alla voce “popcorn”, ne prese di avanzati, li gettò sul pavimento e ci disse adesso di raccoglierli. Così io e lei ci ritrovammo chinati a sovrapporre le nostre mani calde e ci baciammo sotto le scrivanie di nascosto dagli altri. Solo alla fine il capo ci disse che i popcorn si facevano a casa e non costavano quasi nulla. Quasi nulla.

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