La debolezza di una madre

A me sembrava una donna molto bella e affascinante. Non mi spiegavo proprio come avesse potuto generare quel figlio mentecatto e inconcludente, quel tipo stonato a cui sembrava sempre mancasse qualcosa, il quale, un giorno, per noia, si sarebbe buttato nella droga, per darsi un tono, per cercare di infondere un senso, fosse anche un senso penoso, a qualcosa che un senso non l’aveva mai avuto.
Ma all’epoca era appena un ragazzino e lo ero anch’io. Ed eravamo andati tutti alla colonia con quelli della parrocchia. Uno strano tipo di vacanza culturale nella quale si erano messi in testa, i grandi, di insegnarci qualcosa. E se da un lato la vacanza avrebbe dovuto servire a farci affiatare, dall’altro il pensiero che ci fossimo ritrovati da soli a compiere qualche grosso guaio, primo fra tutti quello d’ingravidare una ragazzina, era il loro incubo ricorrente che li spingeva a vegliare su di noi anche più del dovuto, anche se a dire il vero, ancor più bene avrebbero fatto a vegliare solo alcuni di noi che erano già dei mezzi delinquenti, che per fortuna rappresentavano però solo una sparuta minoranza.
Così volevano che si dormisse tra di noi (ovviamente a patto di appartenere tutti allo stesso sesso), ma pretendevano di passare a dare la buona notte per controllarci, esigendo che dopo le ventidue e trenta nessuno uscisse dalla propria stanza per il coprifuoco. Tuttavia, a me e ad altri che stavano con lui, con Vincent, venne riservato un trattamento ancora più asfissiante. Ma io questa cosa all’inizio non la capii.
Arrivati all’albergo ebbi la prima infausta sorpresa. Ero stato messo in stanza con lui e con un’altra testa calda. Perché?! Mi lamentai accoratamente presso i responsabili, dato che già da tempo mi ero messo d’accordo per stare in una camera da quattro con i miei più cari amici. Mi spiegarono che se Vincent e l’altra testa calda fossero rimasti assieme, da soli, ne sarebbero potute venir fuori scintille: per questo ci voleva uno come me, che ero considerato il più buono e pacato della combriccola, per riequilibrare le cose. Insomma si faceva molto affidamento sul mio buonsenso affinché venisse scongiurata ogni possibile forma di dissidio tra quei due. Ma, a dire il vero, non credo che quel problema sussistesse realmente, perché quei due non li avevo mai visti scambiarsi una sola parola: come appartenessero a razze diverse, si ignoravano a più non posso. Quindi non avrebbero neppure litigato e ognuno sarebbe rimasto per conto suo.
Rimasi molto male di quell’abuso di autorità compiuto nei miei confronti. Erano mesi che fantasticavo di come sarebbe stato bello trascorrere la notte con i miei più cari amici e d’improvviso quella gioia mi veniva sottratta. Me ne lamentai il più possibile con gli istitutori sperando così di farli recedere dalla loro decisione, ma loro furono irremovibili. Anche Vincent, a causa di quell’inopinato spostamento, capì che il casino era successo per causa sua e mi disse che sarebbe andato da sua madre, che in realtà era la prima artefice della decisione avallata da tutti gli altri, a dirle che non era giusto quel che era successo. Dunque fu lui a perorare la mia causa e a rincuorarmi dicendomi che tanto in quell’albergo saremmo rimasti solo tre notti, che il resto della vacanza l’avremmo trascorsa in un altro albergo e lì ci sarebbe stata dunque tutt’altra disposizione. Gli chiesi se ne era certo, e lui mi assicurò che sarebbe stato così dandomi la sua parola d’onore.
E fu davvero così, più o meno, e oggi mi chiedo se in principio non fosse nata proprio da lui l’idea di avermi come compagno di stanza: se non avesse fatto lui il mio nome alla madre quando, sollecitato da essa su chi avesse preferito avere come compagno di stanza, non si fosse accorto che io ero il migliore di cui avrebbe potuto giovarsi poiché l’unico che non lo aveva mai osteggiato apertamente fino allora.
Nel secondo albergo perlomeno non rimasi più da solo con quei due, ma vennero inseriti nella stanza anche (guarda caso) il mio migliore amico, il più intelligente della comitiva e un altro ancora. Dunque finimmo per stare in una stanza da sei. Perlomeno avrei diluito il mio malanimo affogandolo con la compiacenza che avrebbero potuto donarmi gli altri amici.
Ma già la prima notte successe un fatto strano: sparì la chiave della stanza. Due di noi si accusarono a vicenda di averla persa. Uno sosteneva che l’aveva data all’altro; quello però giurava di averla restituita in portineria, poiché i catechisti ci avevano detto di fare così, proprio per scongiurare l’evenienza che avessimo potuto perderla.
Dall’alto della mia smisurata sprovvedutezza, ero molto preoccupato al pensiero di dormire con la porta non chiusa a chiave perché, qualora qualcuno dei più scapestrati l’avesse saputo, sicuramente ne avrebbe approfittato per farci qualche scherzo, pensavo. Tuttavia mi dolevo anche per la responsabilità di quello smarrimento. E già mi immaginavo che un tribunale inquisitorio formato da responsabili della gita ed eminenze grigie dell’albergo ci avrebbero fatto finire sulla graticola appioppandoci quella gravissima colpa di aver smarrito quella chiave la quale, in un modo o nell’altro, avremmo dovuto risarcire di tasca nostra con i pochi soldini che ci eravamo portati dietro…
Ma la verità l’avremmo cominciata a intuire dopo un paio di giorni: era stata la madre di Vincent a far sparire la chiave appropriandosene per poter entrare nella nostra stanza ogni volta che avesse voluto. Difatti delle volte sbucava senza prima aver bussato a sera inoltrata e ci domandava se andava tutto bene e perché non dormivamo, mentre io, dentro di me, scioccamente, mi chiedevo la stessa cosa di lei.
Stare in quella stanza da sei, la prima notte, fu abbastanza un casino perché tra una cosa e l’altra c’era sempre qualcuno che non voleva andare a dormire, che dunque impediva agli altri di farlo, tra chi parlava, chi voleva fare gli scherzi, chi si attaccava all’interruttore della luce e lo accendeva e lo spegneva di continuo, mentre c’era gente che facendo finta di niente si toccava tranquillamente nelle parti basse come fosse stata da sola (perché?! Eravamo tutti maschi! Io non l’avrei mai fatto… Ma forse, in loro, l’eccitazione era talmente elevata che prendeva il sopravvento su tutto il resto).
Così la mattina dopo mi ritrovai ad aver dormito appena due ore ed ero ridotto davvero uno straccio, perché già da allora ero uno di quei tipi che, se privati del sonno, vanno subito in grossa difficoltà, non come tanti che possono pure non dormire una notte e non gli succede niente…
Comunque, almeno durante il giorno, potevo frequentare chi desideravo e dunque ricongiungermi con i miei amici più cari stando ben lontano da chi non volevo intorno. Così, Vincent, con la mia benedizione, finì per l’accodarsi in certi giri, con ragazzini che non lo conoscevano e quindi non lo disprezzavano, e sopratutto ragazzine che involontariamente tendevano a voler compiacere sua madre, dato che essa era la loro catechista.
Così un giorno si era in pullman e Vincent e Ronald si erano gettati a pesce nel cercare di fare nuove conquiste prima che la gita finisse. Erano attorniati da giovinette che sembravano tutte bravissime e delicatissime ancelle assai deferenti verso la madre di Vincent. E, insomma, a un certo punto, pensarono molto ingenuamente di fare uno scherzo alla madre di Vincent, scherzo il quale avrebbe permesso loro anche di realizzare una maggiore aderenza fisica con quei due maschietti, i quali, a loro volta, per gli stessi motivi di aderenza, stettero al gioco anche se per loro quell’intrattenimento normalmente non avrebbe avuto il minimo senso.
Li sentii vociare in fondo al pullman, con Ronald e Vincent che facevano finta di lamentarsi ma in fondo si inebriavano assai di avere quelle ragazzine a un palmo da loro potendo guardare le loro facce gioconde, come pure annusare quegli odori femminili che già facevano girar loro la testa…
A un certo punto le femminelle decisero che avevano finito. Così chiamarono la madre di Vincent con un sorriso a quaranta denti invitandola a portarsi presso di loro. Attirarono abilmente la sua attenzione e poi, quando la madre di Vincent fu davvero vicina, scoprirono i volti di Ronald e Vincent. Al che sentii provenire dalla madre di Vincent dei collerici insulti molto sconci che mi sorpresi molto che una come lei, del suo lignaggio, avesse potuto pronunciare.
Tutti ci voltammo verso gli ultimi posti del pullman dove si era verificato il fattaccio cercando di capirci qualcosa. La madre di Vincent inveì ancora contro le povere ragazzine senza pietà rigurgitando su di esse tutte le sue peggiori inquietudini. Le ragazzine furono annientate e ridotte a lacrime addolorate che non si sarebbero sanate nella loro anima per giorni e giorni interi, forse mesi. Non avrebbero mai dimenticato quell’incidente. Senza immaginarlo, le avevano accordato un tale sgarro la cui grandezza era talmente spropositata da non potersi comprendere.
La madre di Vincent se ne dovette tornare davanti, vicino al guidatore, perché altrimenti chissà come sarebbe finita. Vedere suo figlio truccato da donna, per lei, donna austera e fiera del sud, era stato un tiro mancino indigeribile, un’onta imperdonabile, un affronto inusitato.
Per quanto mi riguarda, in un colpo solo aveva rivelato tutta la sua vera anima, le sue paure, la sua cultura, le sue titubanze di donna irrisolta e conservatrice che si aggrappava a una maschera di letizia quando invece dentro di sé si rodeva e ribolliva a più non posso di piccole ipocrisie da gente arretrata e limitata.
Vincent fu l’unico che tentò invano di calmarla dicendole che non era successo poi nulla di male. Vincent, che in quel momento non mi apparve più quello smidollato che avevo sempre creduto. Vincent, che tutto sommato era migliore della deficitaria madre, quando io mi ero sempre creduto il contrario.
Nel pullman non volò più una mosca e si udirono solo i pianti singhiozzanti, feriti, incessanti delle inconsolabili ragazzine desolate.

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