L’autostoppista

Quel giorno Ninetto aveva accompagnato il babbo a prendere la mamma a lavoro in un posto molto lontano da casa. Ninetto viveva sempre ogni viaggio con molto patema: come un qualcosa di assai esasperato, faticoso; ma anche eccitante.

Quel giorno il babbo appariva taciturno e meditabondo. Ninetto lo aveva notato anche dalla maniera nervosa in cui guidava la macchina. Ma mai si sarebbe atteso quel che sarebbe successo.

Erano circa a metà percorso quando il babbo, improvvisamente, con uno sguardo torvo, accostò la macchina al marciapiede e fece salire una signora di cui Ninetto si accorse solo in quel momento: una bella signora con la gonna a fisarmonica, che pareva rispettabile; che ciononostante stava chiedendo un passaggio con il classico segno del pollice in su.

Il babbo si sporse per aprirle lo sportello e quella salì dicendo solo «Grazie».

Ninetto non poté credere ai suoi occhi. Il babbo aveva caricato in macchina una completa sconosciuta!, una persona di cui Ninetto non sapeva niente, una persona che non aveva mai veduto prima! Una persona che avrebbe potuto essere anche una malintenzionata.

Manco a farlo apposta l’argomento seguì proprio quella via, dopo che il babbo le chiese dove andava e la donna rispose con il nome di un’ubicazione (che Ninetto avrebbe scoperto non fosse molto distante da lì, appena una decina di minuti).

«Certo che di questi tempi ci vuole coraggio a chiedere un passaggio…», disse il padre di Ninetto, con una voce strana, che non era esattamente la sua, o almeno quella che conosceva Ninetto quando egli parlava normalmente. Una voce con dentro qualcosa di proibito e forse ammonitorio, ma non ancora minaccioso.

La donna, seduta davanti nel lato del passeggero (mentre Ninetto era seduto dietro), lo guardò in modo penetrante e gli rispose «Beh, anche per chi dà il passaggio…», e il padre assentì come a voler dire: toccato. Ninetto allora pensò che da un momento all’altro quella donna avrebbe potuto tirar fuori una pistola e sequestrarli. «Ma non accetto tutti i passaggi…», ci tenne ad aggiungere poco dopo la donna, «Sono salita perché ho visto il bambino».

Il padre annuì. Ninetto vide i suoi occhi nello specchietto retrovisore. Sperava che il suo sguardo potesse rivelare qualcosa di quella stramba decisione. Ma gli occhi del padre erano come di brace, bruciavano di qualcosa che a Ninetto non piaceva.

Una volta che la signora (che Ninetto valutò molto bella, vestita con la sua gonna a fisarmonica che le metteva in risalto delle belle gambe tornite) scese dalla macchina e salutò educatamente, Ninetto si scagliò immediatamente contro suo padre.

«Ma perché l’hai fatta salire?! Perché?! E poi senza dire niente prima?!»

Ma il padre non lo degnò di particolare attenzione, come fosse stato un moscerino, e gli rispose solo una volta e laconicamente: «Voleva un passaggio… e gliel’ho dato». Ma la scusa non convinceva affatto Ninetto.

Quando fu il turno della mamma di salire a bordo e Ninetto la informò di quel che era successo, essa rimase sì sorpresa, ma non disse una parola, come stesse valutando attentamente il significato allusivo di quel che era accaduto: come avesse avuto bisogno di rimuginarci sopra alacremente.

Solo anni dopo Ninetto avrebbe compreso che c’era stato qualcosa di subitaneo e sessuale in quel passaggio, qualcosa di intrattenibile proveniente direttamente dalle voglie scostumate del padre. E che esso si era servito di Ninetto per concedersi quella voglia insana di rimorchiarsi una bella sconosciuta. La quale era salita su quell’auto proprio perché dietro aveva visto un bambino piccolo dell’età di Ninetto. Un bambino con un viso particolarmente innocente, tra l’altro.

 

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