Non mi chiamare più

Ci rimasi parecchio male quando quella sera mi disse molto scontrosamente di non chiamarla più, come se fino allora non avessi fatto altro che bersagliarla. Avevo provato a contattarla grossomodo tre o quattro volte in sei mesi (sarebbe tanto?) e lei si era degnata di rispondermi solamente una volta o due. L’ultimo buco nell’acqua l’avevo fatto qualche giorno prima, quando avevo invano tentato di farle gli auguri di natale. Ma lei chiaramente non mi aveva risposto perché, evidentemente, col senno di poi, posso dire che non voleva che glieli facessi. Secondo lei non ne avevo il diritto!: la dovevo lasciar stare…

Non la presi bene. Non mi era capitato molte volte di essere trattato così male senza aver fatto qualcosa per meritarmelo. Decisi di prenderla in parola: non l’avrei più chiamata, salvo sue eventuali scuse che però sapevo già che non sarebbero mai giunte. Mi dovevo rassegnare dunque all’addio…

Vissi qualche giorno di profondo disagio. Se ci penso oggi non posso che dirmi quanto fui stupido a stare così male per quella tipa insulsa. Ma all’epoca non ero pienamente consapevole di lei e del nostro rapporto. Comunque, appena potei, tentai almeno di chiarire la faccenda in modo da spazzar via ogni ambiguità.

Le detti così l’ultima possibilità di scagionarsi. Ma certo lei non capì che era l’ultima (ma anche qualora l’avesse capito non credo che avrebbe cambiato il suo atteggiamento nemmeno di una virgola). E quando fummo faccia a faccia non poté fare altro quindi che negare. Solo quello poteva fare a quel punto. Negare la verità. Negare che mi avesse mai detto di non chiamarla più!

E quello fu troppo anche per me, che tentavo sempre di trattarla bene perché, mi dicevo, lei era una persona che stava male perché era stata lasciata da poco dal suo fidanzato storico (in seguito scoprii però che questa era solo la balla che lei diffondeva in giro per suscitare pena negli altri, mentre tra l’altro era lei che lo aveva lasciato)…

Così terminò il nostro rapporto. Lei si ritrovò invischiata nelle sue stesse bugie. Per tornare da me, avrebbe dovuto liberarsene. Cosa che le era quasi impossibile da fare, perché avrebbe voluto dire stravolgere interamente la sua essenza.

Così finì il nostro rapporto. Lentamente. Dolorosamente. Faticosamente. Giorno dopo giorno. Con ogni giorno quella sorta di rimpianto amaro nel cuore. Ogni giorno la bugia che potessimo ancora tornare a fare quello che facevamo prima, che sarebbe bastato poco per tornare come prima, che avremmo potuto farlo con calma in ogni momento quando saremmo stati più sereni entrambi, mentre ogni giorno eravamo sempre più lontani.

Ogni giorno con un po’ più d’odio che prendeva il posto del rimpianto. Fino al giorno in cui rimase solo l’indifferenza.

 

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