Le spine di Rosa

13:30. Mi dirigo in compagnia di Stercorario e altri, con il mio lauto pasto preconfezionato sottobraccio, verso il parco, meta della solita pausa pranzo. Oggi ho optato per una pizzetta perché avevo bisogno di qualcosa di sfizioso.

Non ho voglia di continuare a parlare di lavoro. Queste schifezze le lascio a loro, a loro che non sanno mai uscire dal seminato della mediocrità della vita d’ufficio: a loro che hanno solo quello e di solo quello campano. Per me non è così. Non per me. Io voglio respirare aria, aria pulita quando non lavoro. Perché continuare a ubriacarmi di quella stolta puzza d’ufficio? Non capisco le loro basse abitudini da borghesucci.

Sarà anche per questo che io quelle dell’ufficio me le sono ripassate tutte, tutte quelle disponibili intendo, ma poi con tutte è finita. Forse anche per il mio bisogno di novità. Forse perché in fondo per me l’amore coincide col gusto della conquista. Quelli sono i momenti migliori, i primi. Poi si va sempre inesorabilmente incontro alla fine del rapporto. E allora mi guardo attorno e me ne trovo un’altra.

Ma oggi, per mia fortuna (e anche per la loro, anche se non lo ammetterebbero mai), c’è un insolito spettacolo che ci si para innanzi. Nella piazza del parchetto, distante non più di venti metri dalle nostre panchine bersagliate dalle cacche volanti degli uccelli, c’è una donna, più o meno della nostra età. Ed è totalmente fuori controllo. Così fuori controllo che non si pone minimamente il problema di non farci udire quel che dice. È troppo concentrata su di sé, sulla propria rabbia, e su quel poveraccio all’altro lato del telefono per curarsi di noi. Così urla, urla, urla!

«Sei un bastardo! Un bastardo! Dove sei stato ieri, eh?! Sei andato con quella barista, vero?! Non osare negare! Neghi pure, neghi! Ma se vi ho visti! Sì! Certo che vi ho visti! Bugiardo! Ah, adesso dici che ci hai preso solo un caffè! Bugiardo! Ho visto l’atteggiamento che avevate, sai!… Nooo! Non è vero! Ti pedino perché evidentemente serve che ti pedini, come vedi!… Nooo! Non puoi dirmi di non farlo! Io oramai a te ti conosco, stronzo! Tu te le scopi tutte! Ti scoperesti pure tua nonna se te la darebbe! Puttaniere!… Seee, adesso sono io la puttana, eh?! E se anche fosse?! Tu puoi andare con chi vuoi e io no?! Ma falla finita! Non sei credibile! Non lo sei! Non lo sei proprio!… Nooo! Io con quello quella volta ci ho scopato solo perché tu prima avevi scopato quella vacca coi capelli lunghi! Sì, quella coi capelli lunghi fino al culo! E nemmeno vuoi ammettere che te la sei mai scopata! Bugiardo! Bugiardoooo! Bugiardooooo!… Urlo quanto mi pare! Ne ho tutto il diritto, io! Non ti voglio più vedere a te e le tue puttane-troie! Vai con le tue puttane, puttaniere! Che solo con le puttane può andare uno come te, pezzo di merda! Sterco! Escremento umano! Ma che ti dici quanto ti guardi allo specchio: che bello stronzo che sono?! Oppure a chi infilerò dentro il cazzo oggi?! A chi?! A chi?! Chi?!?»

Stercorario si girò verso di me divertito.

«Ah, pensa che tormento stare con quella! Pensa che stress! Io non durerei neppure dieci minuti. Scapperei subito!»

«Tu non ti metteresti mai con una come quella. Fiuteresti subito puzza di bruciato», concordai.

«Sì, sicuramente. Anche se devo ammettere che è carina, però…», disse quasi a vergognarsi.

E io pensai: sì, lo è, decisamente lo è. Ma su una cosa non eravamo d’accordo. Mentre lui l’avrebbe fuggita, poiché pavido e necessitante di una persona ammodo al suo fianco, io pensavo incautamente che una come quella, una con quella passione lì, a letto doveva fare scintille. E già quello mi infrollava il cervello al sol pensarci.

Quel baccano, con lei che riempiva di improperi il suo ormai ex uomo accusandolo alla fine anche di avere il cazzo moscio, andò avanti per minuti e minuti, nonostante lui tentò di porvi fine attaccandole il telefono in faccia per un paio di volte, non ottenendo però niente altro che lei lo richiamasse immediatamente, poiché evidentemente non era ancora paga di come lo stesse strapazzando, e lo fece quindi con maggior foga di prima. Dunque quel fracasso cagionò che i colleghi preferissero rientrare qualche minuto prima quel giorno. E quello fu l’incentivo di cui avevo bisogno per cogliere al volo la mia idea malsana e immorale. Così mi avvicinai quando la donna, ormai sfogatasi par la sfuriata, sembrava avesse deciso di non chiamarlo più e, sfoderando una faccia dispiaciuta per lei, le dissi:

«Certo non è mai bello quando una storia finisce, eh?»

Lei per un attimo mi guardò inviperita. Era ovvio che pensasse non fossero affari miei le sue relazioni burrascose. Però la mia faccia totalmente dalla sua parte la fece deviare verso un’espressione un po’ di circostanza, del tipo: eh, già. Per poi pronunciare quelle prime parole a fatica.

«Ma con me si è sbagliato… Con me si sbaglia di brutto! Io gliele sbatto sul muso le sue scappatelle, le sue bugie!»

Stava per infervorarsi nuovamente. Ma io non volevo che la nostra conversazione prendesse quella piega irosa. Così feci in modo che andasse diversamente.

«Guardi, non ci deve più pensare, sennò non fa altro che avvelenarsi il sangue…»

«Come faccio a non pensarci?! Mi ha appena tradita, capisce?! Eccome se ci penso! Ci penso sempre, mattina e sera! Ci penso e ci ripenso! Se lo incontro…!», si morse quasi una mano.

«Ma così fa il suo gioco. Invece lei deve chiudere. Quel tipo non si merita una bella donna come lei…»

Quella frase colpì nel segno. E fu come se le regalasse una scossa. Una scossa che le fece capire che la trovavo intrigante, e che forse volevo prendere subito il posto del suo ex. Mi guardò tra lo stupito e l’onorato. Doveva pensare di non essere avvenente, avendo offerto uno spettacolo così miserevole di sé. Però evidentemente mi piaceva. Si sistemò lo scialle attorno al collo. Era il momento di battere il ferro finché era caldo.

«Guardi, faccia come le dico. Non ci pensi. Anzi, sa che le dico? Se mi vuole ossequiare della sua presenza, vorrei avere il privilegio di portarla fuori a mangiare domani, in zona. Sa, lavoro qui vicino e non è che possa assentarmi per molto… Però si dà il caso che conosca un posticino qui vicino che ha davvero una bomba di cucina…»

Mi sorrise. Quella fu la prima volta che mi sorrise. Era indecisa se accettare o meno. Così lo feci io per lei.

«Ecco qua il mio bigliettino da visita. C’è il cellulare e il nome. E l’email. Così adesso possiamo dire di conoscerci…», le sorrisi stringendole la mano e lei non rifiutò di farlo. Aveva una mano molto calda, quasi sudata in quel momento. «E lei si chiama?», chiesi sempre sfoggiando adesso il mio sorriso migliore, quel sorriso che non faceva mai cilecca.

«Rosa… Rosa, mi chiamo», disse sentendosi felice e fortunata di essere stata appena rimorchiata e immaginandosi un prossimo meraviglioso nuovo inizio con me. Ma si vedeva che pensava che sarebbe stato troppo bello per lei, per cui sapevo che l’avrei dovuta sospingere in qualche modo.

«Che nome bellissimo, proprio come lei! Bene! Allora ci vediamo domani, Rosa. Sempre qui, se non le spiace. La porterò a questo ristorantino e… potremo conoscerci meglio. Ah, ovviamente offro io, non ci provi neppure a pagare la sua parte. Che cavaliere sarei se non le offrissi il pasto?»

Ci salutammo non prima che mi ebbe dato il suo numero di telefono.

Il giorno dopo uscii cinque minuti prima dal lavoro per evitare di far sapere ai colleghi che avrei avuto il principio di un appuntamento galante con la stessa donna inelegante che il giorno innanzi tutti loro si erano divertiti a sbeffeggiare commentando a più riprese come doveva essere complicata la sua vita sentimentale…

Sperai che non mi avrebbe fatto attendere e per fortuna fu così. Rosa era lì. Più truccata del giorno prima, più profumata, indossava una gonna nera di pelle che mi fece subito capire sia il suo cattivo gusto in fatto di abiti, sia che voleva comunicarmi quanto fosse disponibile.

Il pranzo andò bene, anche se ovviamente non mi divertii per nulla. Parlammo di cose generiche. Cercai di evitare il suo argomento più caldo, cioè il suo ex. E quando fui costretto a parlarne deviai sempre su argomentazioni del tipo che non si meritava una come lei.

Quando dovetti rientrare a lavoro, le dissi che il tempo passato assieme era stato troppo breve e avrei voluto rivederla immediatamente la sera stessa. E Rosa accettò maliziosa.

Quella sera altro ristorante, altra chiacchierata generica di cui non mi importava nulla. Poi cinema, con un film d’amore. Mano sulla sua spalla che lei non respinse affatto come fossimo consumati amanti. Primo bacio timido nell’oscurità del cinema in una scena commuovente (che a dire la verità mi parve non commuoverla affatto, come non aveva commosso me). A ogni modo la tradizione fu rispettata. Dunque intuii che la passione in lei avvampava alla velocità della luce. Non era interessata affatto al film. Voleva esattamente quel che volevo io.

«Senti, ti va di passare subito da me, oppure vuoi terminare il film?», le chiesi. Quella domanda sembrava un azzardo ma sentivo di giocare sul velluto. Ero certo che non volesse terminare il film e intuivo che ci sarebbe stata. E infatti ci stette. Quindici lunghissimi minuti dopo le aprii la porta di casa e cinque secondi dopo eravamo avvinghiati sul divano.

Lei era un fuoco, come mi ero immaginato. Era davvero tutta un fuoco. E io la dovevo spegnere in un modo o nell’altro, con il mio eroico estintore.

Il suo fuoco non voleva però spegnersi quella notte. Doveva aver accumulato una tale serie di delusioni e frustrazioni, mi dissi… Dovetti usare tutto il contenuto dell’estintore affinché si placasse.

A letto era la donna più scatenata che avessi mai conosciuto. Solo una cosa stonava nella sua passione. Era molto appiccicosa, direi. Fin da quella prima volta mi chiamava amore e mi domandava ossessivamente se l’amavo. Io chiaramente le rispondevo sempre sì, per quanto era ovvio che non poteva essere vero perché la conoscevo da appena un giorno. D’altronde in quel momento avrei asserito anche di aver ucciso io JFK pur di continuare a penetrarla a quel modo scostumato…

Non ci fu verso di rimandarla a casa quella notte. Le dissi che le pagavo il taxi ma lei non volle staccarsi da me, come poteva essere per una cozza con il suo scoglio. Lasciai passare. Dopo quella notte di fuoco non mi sentivo di spingere in quella direzione. E poi lei era troppo decisa a non retrocedere dalla sua posizione per forzarla.

Quando al mattino fu il momento di separarci, lei voleva rivedermi per pranzo. Io però la convinsi a vederci per cena. Non c’era motivo che ci vedessimo per pranzo, ormai, dato che il tempo sarebbe stato poco e che comunque non avremmo potuto fare niente di quello che avevamo fatto in quelle ore recenti assai ginniche. Lei però insisteva, insisteva. Voleva vedermi: mi diceva che io ero il suo amore e non voleva separarsi da me. Alla fine, con il buonsenso, la convinsi a desistere, ma faticai assai. Lei mi lasciò andare guardandomi un po’ sospettosa. Sembrava tramasse qualcosa.

Quel mattino ero molto stanco ma anche assai soddisfatto. Mi presentai a lavoro con gli occhiali scuri e Stercorario intuì subito che avevo fatto una nuova conquista.

«…Non mi dire! Ma John, ma come fai?! Io proprio non lo so!», disse sghignazzando. Non smentii i suoi sospetti e anzi feci il segno di sparare con una mano. Pam! Pam! Pam!

«Tre volte?!», disse.

«Anche di più! Guarda… Non puoi immaginare mai cosa mi è successo. O meglio, cosa sono stato capace di far succedere. Io ho occhio per queste cose… Ho scovato un vulcano in eruzione!», alla fine confessai.

«Addirittura!»

«Sì! E se ti dicessi chi è non mi crederesti mai!»

Fui tentato di dirglielo subito. Avrebbe strabuzzato gli occhi e mi avrebbe riempito di complimenti per la mia spietata sagacia in fatto di scopate genuine. Però nel giro di qualche ora tutto l’ufficio l’avrebbe saputo. Inoltre ancora non potevo prevedere che sviluppi avrebbe preso quella relazione. Così fui molto accorto. E feci bene.

«Ma allora la conosco! Ma chi è?! Una dell’ufficio? Ma dai!»

«No, no. Stavolta no. Ho chiuso con quelle dell’ufficio. Si va troppo sul personale… Poi quando si chiude con una collega, è sempre più complicato del dovuto. No, no. È un’altra… Però per ora non ti dico chi è… Non posso… È meglio così…»

«Ma perché non me lo vuoi dire? Allora è una cosa grossa, eh?! Dimmelo! Non lo dirò a nessuno, giuro!»

«Facciamo così. Te lo dico tra una settimana. Ancora non so come andrà tra noi. Quando la situazione si sarà stabilizzata, allora te lo dirò.»

«Non capisco tutti questi sotterfugi. Però, purché me lo dici: okay. Allora tra una settimana.»

Passò in quel momento il nostro comune amico Bob, il quale si stava recando a prendere un caffè. Stercorario non resistette dal dargli subito quella che per lui era una bellissima notizia.

«Oh, Bob! John se n’è rimediata un’altra! E dice che è un vulcano! La migliore di tutte!», gli strizzò l’occhio.

«Nooo, un’altra! Ma dove le trovi? Me ne dai una anche a me ogni tanto?»

«Ma tu sei sposato, Bob. Io invece non ho mai voluto farlo, proprio per questo motivo», risposi.

A pranzo avvistai Rosa nei pressi del solito posto. Feci appena a tempo a tornare indietro. Non volevo farmi vedere con lei dai colleghi. Non ancora. Volevo avere il tempo di raccontar loro una storia parzialmente fantasiosa circa quanto fosse stata sfortunata in vita sua, e quanto quella vita l’avesse segnata. Per questo quando si arrabbiava perdeva totalmente il senso della realtà e le staffe… Ecco, così non avrebbero pensato che stavo con una matta isterica.

Quella sera andò similmente alla sera prima, con pochi discorsi tappabuchi e quel suo gran fuoco da spegnere. Impiegai diverse ore per domarlo. A ogni modo era impossibile spegnerlo interamente, di questo me ne convinsi. Quando lei smetteva di bruciare era quasi un favore che mi accordava per avere il tempo di farmi riprendere.

Ma dopo l’amore, stavolta, mi si appiccicò sopra come una colla e cominciò a recitare una strana litania che diceva che io ero il suo amore e dovevamo stare sempre insieme, sempre sempre. La assecondai ma mi cominciava a stare sul culo quel suo modo egocentrico e ossessivo di abbracciarmi e sbaciucchiarmi. Mi accorsi che se non l’arginavo lei sarebbe andata avanti ore, per tutta la notte.

La mattina dopo il mio cazzo ormai avrebbe saputo di sperma per giorni anche dopo averlo lavato e dopo aver pisciato a intermittenza come mi succedeva sempre il mattino dopo. Ed era anche un poco abbattuto. Si capisce, con tutto quello sballottamento che gli avevo dato da fare in poco più di ventiquattro ore. Mi dolevano le palle…

Quando fu il momento di separarci, Rosa insistette ancora per vedermi a pranzo. «Ma che motivo abbiamo di farlo?», le dissi. E lei mi rispose: «E tu che motivo hai per non farlo? Forse hai altri intrallazzi con altre donne?», mi chiese guardandomi cattiva. «Macché intrallazzi!», risposi, «Come potrei? Mi hai prosciugato come… come una fontana prosciugata». Rise forte. Ma non volle sentire ragioni. Voleva vedermi a pranzo. Acconsentii infine dicendole che ci vedevamo allo stesso ristorantino dell’altra volta. Rosa apparve placata della sua gelosia.

Alla sera, stesso trantran. Ma stavolta dovetti constatare che tra un orgasmo e l’altro Rosa parlava, parlava, parlava riempiendomi sempre con quelle melense scempiaggini: che io ero il suo uomo e lei per me sarebbe stata la mia donna, e sarebbe stata anche la mia puttana se lo avessi voluto, solo per me, solo per me. E poi mi massacrava con quelle domande circa se l’amavo, a cui dovevo rispondere sempre sì.

A un certo punto dovetti dirle di stare zitta sennò non riuscivo a eccitarmi, ma era impossibile otturare quella sua bocca logorroica e ipertrofica. Almeno quanto era difficile otturare la sua fica pulsante rendendola un poco più docile.

Avevo il mal di capo per via di quella sua voce invasiva che ormai si era incuneata nella mia testa. Quella voce un tempo così carica di piacere, si era trasformata in una condanna a morte, per quanto fosse fastidiosa e irritante da ascoltare.

La mattina dopo, stessa storia. Voleva venire a pranzo. Ma stavolta troncai la conversazione e non volli accontentarla. Lei, per ripicca, cominciò a spaccarmi tutti i piatti e i bicchieri che trovò in cucina. Litigammo e dovetti cacciarla fuori quasi a pedate, con lei che si faceva sentire per tutto il palazzo lanciandomi dietro contumelie varie mentre me la squagliavo.

A pranzo notai che era ancora nei pressi del parco. Fuggii rinchiudendomi a lavoro. Nel chiuso della stanza d’ufficio, mi resi conto che quella donna mi stava facendo mancare l’aria. Di colpo tutto quel sesso che mi aveva promulgato non aveva più alcuna importanza perché il piacere che avrei ricavato la prossima volta che l’avrei montata sarebbe stato comunque inferiore al fastidio provato per le sue smancerie e intemperanze, e sopratutto per quella sua visione distorta e assurda del rapporto uomo-donna. Di colpo la sua vagina non esercitava più su di me alcun potere allettante, anche se era l’insaziabile fica di una donna matta, matta dalla testa ai piedi, e pure nella fica. La sua fica era come un fico d’india, di cui avrei potuto sfamarmi solamente pungendomi con innumerevoli spine. E io ero stufo di essere punto. Non ce la facevo più.

Alle 13:30 cominciò a bersagliarmi sul cellulare, e per fortuna che in stanza non c’era nessuno. Tentai di abbonirla rispondendole. Ma lei era una furia. Ci ero già passato. Avevo già assistito a quella scena: solo che la prima volta ero stato un divertito spettatore. Invece adesso ero parte in causa, sciagurato me e il mio cazzo e la mia perenne smania di espugnazione e di scopate nuove. Adesso maledivo quel cogliere l’occasione prima che si volatilizzasse che mi aveva sempre contraddistinto.

Mi affacciai dalla finestra dell’ufficio che dava sul parco e la vidi. Lei era là che mi malediva, e i colleghi erano là che la guardavano di sguincio avendo anche paura di lei.

Non mi rimaneva che mollarla, sperando che presto mi avrebbe lasciato stare. Solo che avevo tutto il sentore che non mi avrebbe mai lasciato stare, mai, se prima non ne avesse trovato un altro, un altro gonzo stupidamente attratto da quello sboccato esercizio di vitalità che lei sapeva spacciare per sensualità, quando non era nulla di tutto ciò e semmai era invece solo ottusità a uno stato così puro, da non poter credere che fosse solo quello.

Quando Stercorario tornò dal pranzo, giulivo, entrò nella mia stanza come un fulmine e mi disse:

«Ah, John! Non sai che ti sei perso! Sai la matta dell’altra volta? Quella che ce l’aveva con il suo uomo e gli urlava contro qualsiasi insulto? L’abbiamo rivista! È sempre peggio! Chissà quel poveraccio che se l’è presa!»

E io non ebbi il coraggio di guardarlo in faccia.

 

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