La ragazza dietro la porta


Giovedì è il giorno della settimana in cui vengono compiuti più tentativi di abboccamento. Perché venerdì è troppo tardi per combinare qualcosa. Giovedì i buoni ragazzi, come pure sopratutto i cattivi, inoltrano richieste di appuntamenti. E se sono cattivi lo fanno per poter turlupinare le povere malcapitate; se sono buoni invece no. Oggi è giovedì…

Mi dirigo per quegli usuali corridoi. Dentro ormai non c’è più nessuno. Non incontro nessuno. Si sono trasferiti tutti: tutti tranne lei. I pavimenti spogli, non lavati da mesi, me lo testimoniano. I bagni senza acqua che neppure più puzzano…

Un senso di solitudine e di abbandono mi pervade. Eppure io sono qui per lei. Questo è l’unico modo in cui posso comunicare con lei. È l’unico modo in cui lei mi ha permesso di comunicare con lei, nonostante le mie rimostranze e contrarietà, nonostante fossi anche riuscito a spingerla fuori dalla sua tana-nascondiglio una volta. C’ero quasi riuscito, ma poi che è successo? È andato tutto in malora e da allora è stato anche peggio di prima. E lei è tornata a oscurarsi alla mia vista, sempre di più. Sempre di più. Fino a giungere a questo momento… Il momento in cui cedo alla mia debolezza e la cerco nuovamente. Anche se non dovrei. Anche se sto cercando di sbarazzarmene (perché mi fa male). Anche se innumerevoli volte mi sono già giurato di non farlo più.

Eccomi finalmente davanti alla sua porta. È esattamente come le altre porte sprangate e abbandonate. Ma qui dietro c’è qualcuno, anche se non posso sentire alcun suono provenire da qui. Anche se non ho mai udito il suo respiro. Eppure sono certo che qualcuno sia stato qui dietro in passato, vigile, quando passavo a lasciavo lunghe lettere sotto la porta, e il mattino dopo trovavo un’altra lettera in risposta alla mia. Delle volte le sue lettere sembravano non c’entrare nulla con quello che le avevo scritto. E allora mi chiedevo se davvero quelle lettere fossero per me. Ma mi ingannavo. Quello era solo il suo modo enigmatico di comunicare. Il solo modo che lei conosceva e poteva permettersi. Perché dire le cose come stavano, per lei, sarebbe stato davvero troppo probante e impegnativo…

Busso. E lascio sotto la mia missiva. Stavolta è molto breve. Giusto per sapere come sta, che è un pensiero che mi ossessiona (e lei non lo capisce)…

Attendo… Attendo lì. La risposta delle volte è stata anche pressoché immediata. Attendo… L’ultima volta ci ha messo due o tre ore a rispondermi. E io mi dicevo: vedrai che stavolta davvero non ti risponde. Stavolta non ti parlerà più. Neppure buongiorno e buonasera, o buona sorte. Ma poi lei mi ha risposto con uno dei suoi messaggi ormai tipici. E mi ha tranquillizzato. Pacificandomi. E io mi sono allora detto: che stupido che sei! vedi che lei c’è sempre? lei non ti abbandonerà mai solo perché sono passati mesi dall’ultima volta che vi siete sentiti. lei non è e non sarà mai come gli altri, nel bene e nel male. lei non morirà mai…

Per questo attendo. Sento che la mia lettera a quest’ora debba averla già letta. Ma dato che non mi è facile accettare un suo rifiuto, allora penso: deve aver avuto un contrattempo. Forse sta male. Forse non ha tempo. Forse è partita per un viaggio… Forse…

È passato un giorno. Allora è vero. Lei non mi ha risposto… E io ancora qui a giustificarla: chissà cosa starà affrontando ultimamente la poverina, magari mi risponderà tra qualche giorno scusandosi del suo ritardo e io tornerò a dirmi che ho fatto male a dubitare di lei. E mi dirà che era in ospedale…

L’illusione dura circa tre giorni. Poi devo accettarlo. Stavolta non mi risponderà. Dunque è così che finisce, eh? Alla fine è andata come mi ero sempre creduto. D’altronde non era forse questo che volevo, liberarmi di lei? Già. Forse. Ma non in questo modo. Non con questo iter. Questo iter è sconsolante, vergognoso, ignominioso. Banale. Gretto. Sbagliato. Non è così che dovrebbero terminare i rapporti tra le persone, secondo me. Eppure ogni giorno terminano per lo più in questo modo nauseante, senza neppure dirsi le cose in faccia. Ma quando finisce qualcosa si devono dire per forza le cose in faccia?, mi sembra di ascoltare la sua critica al mio ragionamento. Certo che si devono dire, sennò è come sminuire tutto e tutti. È come dire che prima o poi tutti ti tradiranno, non è vero?

Dunque è così che è finita?, mi chiedo in strada stringendomi nel mio cappotto. Mi sbaglierò, ma oggi mi sembra più freddo, più freddo di ieri. Questo vento rigido da dove viene?

Allora sei stata tu a togliere la spina al polmone d’acciaio in cui era rinchiuso il nostro rapporto ormai, vero? Non era questo che volevo? Non era questo? Non sarà che non mi sta bene solo perché non l’ho deciso io? No, io non sono così superficiale ed egocentrico. Non io…

Beh, ancora una volta potrò vantarmi di non essere stato io ad abbandonare qualcuno. Nella mia vita, sono sempre stato lasciato. Questo è il mio record di cui andar fiero: mai colpevole, io. Io non ho mai abbandonato nessuno, al limite mi sono adattato a prendere atto dei cambiamenti delle situazioni, ma io non ho mai lasciato nessuno… Eppure con te sono stato tentato di farlo. Ma mi sarebbe dispiaciuto farlo proprio a te, che forse sei meglio di tante altre che ho incontrato, tante altre che hanno vissuto come si fossero sempre trovate in una giungla in cui vigeva la regola del predare prima d’esser predati…

Ecco, adesso è il momento di non pensarla più. E quando ancora mi verrà (perché ormai ho preso l’abitudine) di ripensare a lei, potrò dirmi: vedi? non ti ha risposto: dunque te la devi togliere dalla mente quella ragazza misteriosa piena zeppa di segreti e patimenti. Eppure in questo attimo finale mi chiedo quali siano gli ultimi pensieri che le abbiano attraversato la mente. Che cos’è che infine l’ha fatta decidere a comportarsi così, di darci un taglio, di spazzare via tutto quello che tra noi c’era stato, senza più avercelo sul cuore? Che cosa ha provato lei negli ultimi istanti prima della decisione? Questa decisione, in verità, l’aveva presa da tempo ma non l’aveva posta in essere solo perché non ne aveva avuto il coraggio? Tante volte ho pensato che questo momento sarebbe giunto… Fin dal principio, invero. Ma poi invece lei tornava sempre a palesarsi nella maniera che prediligeva, l’unica che mi donava…

Che cosa avrà provato negli ultimi istanti della nostra relazione? Mi ha odiato? Oppure le piangeva il cuore a prendere questa decisione che io non riuscivo ancora a prendere (perché non l’ho mai presa in vita mia)? Il suo è stato un atto di estrema magnanimità nei miei confronti oppure un gesto vile, segno di smaccata idiozia o permalosità? Non mi ha dato modo di saperlo. Ecco il suo marchio di fabbrica. Ambigua sempre, anche sul finale. Ci sarebbe da ridere a vedere le cose dall’esterno senza esserne coinvolti…

Ecco. È andata. Sento che è andata. Sono libero. Libero di tornare nel mio tugurio e viverci in solitudine fino alla fine dei miei giorni. Libero di rimpiangerla ogni giorno della mia vita. Libero di trovare un modo per disprezzarla. Libero di amarla per sempre nonostante la sua inadeguatezza…

Libero di ingiuriarla. Libero di amarne un’altra. Libero di cercarne un’altra. Libero di adorarla. Libero di trovare un modo per giustificarla. Libero di impazzire al suo costante pensiero. Libero di buttarmi via, senza lei che lo fa prima di me. Libero di riscrivere la nostra storia per come è stata (non per davvero). Libero di lasciarla scolorire languidamente, giorno dopo giorno, come un ricordo che col tempo si appanna sempre più e un giorno si trasformerà solo in una macchiolina colorata, o meglio stinta, sempre di più, sempre meno distinguibile. Libero di liberarla, da lei e da me, da lei e il suo ruolo con me, da lei e la sua maschera, quella maschera con cui si è sempre mostrata a me. Quella maschera che ora potrà finalmente gettare via e non indossare più. Per non esser più la misteriosa ragazza dietro la porta, senza volto, senza voce. Senza anima, senza corpo. Senza coscienza. Senza pensieri. Senza un’identità certa. Se una rinuncia a un’identità che si è scelta, che si era creata, che cosa rimane? Una maschera vuota. Con niente dietro. Lei è andata. È andata per vivere davvero, per affrontare il mondo per quella che è davvero, con i suoi pregi e i suoi difetti. Per riappropriarsi della sua vera identità. E questo ha comportato cassare tutto quello che era attinente con quella maschera e quella porta. Così, neppure lei deve più abitare dietro la porta di quell’edificio abbandonato. Ormai neppure lei è più lì. Quel posto è morto. E io sono stato l’ultimo vivo che ci è andato non capendo che ormai era diventato un santuario, un cimitero, con dentro mille storie di mille persone ormai andate. Persone che talvolta sono morti lì dentro. Persone che altre volte se ne sono andate per tempo e si sono salvate.

Domani l’edificio verrà abbattuto. Gli operai hanno detto che è completamente disabitato. Ma a me, a saperlo, è preso un fremito. E allora ho preso il braccio di uno di loro, di quello che avrebbe comandato la macchina con l’enorme palla di ferro e gli ho detto: ma ne siete proprio sicuri?!, avete controllato bene?! anche alla porta numero 23?! E il tipo, un po’ spaurito per la mia sparata, mi ha guardato negli occhi e mi ha detto cercando di essere più chiaro possibile: certo che siamo sicuri, siamo entrati in ogni casa, abbiamo aperto ogni porta. anche quella della porta 23. e non abbiamo trovato nessuno. non c’era nessuno da nessuna parte, glielo assicuro. tutto l’edificio è abbandonato, completamente, da chissà quanto. neppure i topi ci sono più…

Me ne sono andato mentre metteva in azione la sua macchina di distruzione. Mi sono allontanato non volendo vedere. Non avrei resistito. Neppure i topi ci sono più…, mi rimbomba quella frase. Allora io che ci sono venuto a fare qua, quest’oggi? Perché ancora passo per queste vie facendo finta di capitare qui casualmente, facendo finta che questa strada sia uguale a un’altra, anche se non lo sarà mai, neppure dopo che avranno buttato giù tutto e sarà sorto un edificio del tutto nuovo?

Dove sarà andata la ragazza dietro la porta? La ragazza misteriosa che mi disse tutte quelle cose strane… Così strane da farmi accapponare la pelle. Così strane da sognarmela diverse volte la notte, nonostante non avessi mai visto il suo volto. Il suo volto… Ma è come se lo abbia visto. Sì, io in verità conosco, ho conosciuto le emozioni segrete che sono albergate nei suoi occhi. Dunque un giorno, teoricamente, forse sarei in grado di rintracciarla attraverso gli occhi di una ragazza incontrata casualmente per la strada… È così vero? Ah, ma lei non lo vorrebbe, non lo vorrebbe mai! Quello sarebbe il suo incubo più grande, se un giorno io dovessi riuscire a identificarla, non è vero ragazza dietro la porta? Così, se anche un giorno dovessi riuscire a sovvertire il fato, neppure quel giorno sarei libero di rivelare che l’ho ritrovata. Neppure allora potrei riabbracciarla e stringerla forte a me dicendole: quanto mi sei mancata…

 

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