Servizio metropolitano interrotto a Roma


È vergognoso che si permetta a questi privilegiati raccomandati degli addetti della metropolitana di Roma di attuare in questi tempi così afosi uno sciopero bianco in cui questi si permettono di rallentare e far saltare corse a loro piacimento, e i passeggeri rimangono per ore in loro completa balia senza sapere minimamente quale sarà il loro destino.

Questo è un ricatto bello e buono. Queste persone vanno licenziate in tronco perché non si possono interrompere dei servizi pubblici con queste modalità da barbari.

Luna di maggio


Non era di quelle smorfiosette che si metteva sempre in mostra, al contrario.

Apprezzavo molto la sua sobrietà, anche se, a vederla da più vicino, forse era più un accontentarsi, il suo; oppure timore di far capire che lei non appartenesse esattamente a quel mondo.

Il suo compare esagitato, raccattato chissà come, gliela faceva pesare quella sua diversità. Le ripeteva che, anche se sembrava giovane come noi, un giorno tutta la faccia le sarebbe crollata, perché lei aveva dieci anni più di noi seppure non si vedeva per niente.

Lei accusava allora il colpo e sbatteva le palpebre. Io lo vedevo bene e la trattavo garbatamente, come tutti, per non farle pesare quella cosa. Invece il suo amico stronzetto era sempre lì a rammentargliela, come fosse una colpa.

Lei lavorava. Lavorava e studiava nella speranza di elevare la sua condizione sociale. E io la rispettavo molto per quello, perché non sarei stato capace di fare altrettanto. Ma non solo per quello. Lei non era affatto cattiva. Non era come tutta la marea di ragazze lì presenti (fino a ieri ragazzine) che non vedevano l’ora di spezzare i cuori di qualche maschietto. No, probabilmente a lei il cuore glielo avevano spezzato: per questo era sempre molto esitante e cercava di non mettersi nei guai.

Mi piaceva così tanto… La guardavo, osservavo le piccole forme che la rendevano eterna bambina e mi era simpatica. Volevo metterla a suo agio. Volevo inserirla maggiormente nel nostro gruppetto. Volevo farle capire che poteva starci benissimo anche lei e che con noi si sarebbe divertita molto di più che col suo compare esagitato. Così quel giorno, per un eccesso di altruismo, le diedi il numero del mio amico. Ma commisi un piccolo errore: le diedi l’impressione che volessi combinare un appuntamento. E a lei, ancora una volta, tremò il cuore. Chissà da che storia veniva… Chissà che cosa doveva aver vissuto per tremare come una foglia immaginando che piacesse a qualcuno…

Comunque, quella famosa chiamata, lei decise di non fargliela. Preferì non rischiare, anche se doveva pensare esistessero possibilità concrete di mettersi con lui, visto quello che le avevo riferito e come sembrava gli avessi aperto la pista.

Quando qualche giorno dopo io e lei assistemmo alla venuta del mio amico, la vidi che lo osservava con partecipazione. Però il mio amico in quell’occasione non la degnò neppure di un’occhiata, ahimè. E a me dispiacque molto. Lei mi guardò dunque con una faccia un po’ delusa e ferita. Con una faccia che sembrava dicesse: ti sei voluto prender gioco di me, vero? ho fatto bene a non cascarci… Ma io non l’avevo fatto. E mai l’avrei fatto con una come lei, che anzi consideravo molto meglio delle numerose malefemmine che spuntavano da tutti i pori, in quel luogo degenerato senza morale.

 

Philip Roth: Nemesi


Tra i romanzi che ho letto di questo autore, questo è quello che finora mi è piaciuto di più, nonostante sia molto più breve di altri.

È la storia di un ragazzo molto buono ed energico, riformato alla visita di leva, nel periodo della Seconda Guerra Mondiale, che inganna il senso di colpa di non essere al fronte con i suoi amici impegnandosi a più non posso per dei ragazzi in un campo estivo. Il problema però è che siamo nel periodo in cui la Poliomelite (quella che poteva ridurre le persone in un polmone d’acciaio) mieteva molte vittime e ancora non si era scoperto come si trasmettesse né tanto meno un vaccino per batterla.

L’autore ci mostra le paure degli uomini (e dei ragazzi) di fronte a un nemico invisibile, il timore degli untori, le inquietudini verso i diversi che sempre emergono in tali contesti, le interrogazioni che ci si pone verso dio…

Altro ennesimo libro di questo autore che affronta frontalmente il tema della morte, stavolta forse anche in maniera più spietata, poiché parla della morte dei bambini.

Finale amarissimo.

Hildita per sempre


Alla Scuola di Cucina Altolocata c’è un’atmosfera spettrale. L’Assistente Automa Uccellino viene interrogato dalla Grande Voce nell’altoparlante e risponde sempre esattamente. Come si cucina questo? Quali sono le giuste quantità di zucchero da mettere? E per quanti minuti deve rimanere in forno? L’Assistente Automa Uccellino risponde sempre esattamente e allora io ogni volta annuisco, faccio sì con la testa, come a convincermi che sapevo anche io la risposta esatta. E invece non è così. Se fossi onesto, dovrei ammettere che non so un tubo. Che tirerei a casaccio. Se fossi io a essere interrogato, potrei fornire la risposta giusta solo per caso, ma nella maggior parte dei casi finirei per dare un mucchio di risposte sbagliate. Mi chiedo se anche per gli altri sia così, o se sia il più somaro di tutti. Ma no, mi volto intorno circospetto e, osservando le facce mute e attente degli altri, mi convinco che sono tutti più o meno al mio modesto livello. Che poi… per quale cazzo di motivo ci deve essere quest’atmosfera in una scuola di cucina internazionale? Beh, effettivamente chi supererà questi difficili esami (in media sarà uno su trenta, non di più) potrà ottenere un titolo molto ambito che rappresenterà la svolta esistenziale del fortunato, il quale, da quel momento, sarà lanciato in un gotha di successo e ricchezza, in una vita che non dovrà più preoccuparsi di niente perché avrà tutti i comfort e mieterà un successo dietro l’altro. E se anche uno decidesse da quel momento in poi di non cucinare più niente, vivrebbe lo stesso di rendita fino alla fine dei suoi giorni, magari buttato sul divano a farsi fare la lobotomia dalla televisione…

La Grande Voce continua a parlare terrorizzandoci. E l’Uccello Assistente Automa ronza un po’ qua e un po’ là, volando tra noi reclute. È qui per aiutarci (e per fortuna che c’è lui!) ma niente mi impedisce di pensare che ci spii anche per eseguire una pre-cernita tra quelli tra noi più bravi e meritevoli. Non riesco a non pensare che possa essere in fondo un nostro nemico. Mah! Che poi è solo un robottino drone come tanti che esegue il suo stupido lavoro, che per quanto a me possa sembrare acculturato è solo un po’ di memoria innestata su un elementare sistema sensoriale d’azione Basic…

Siamo divisi in gruppetti in cui alcuni di noi sono stati sorteggiati per rappresentare i proto-chef, a cui gli altri debbono obbedienza come fossero camerieri del suo piccolo ristorante. Io non sono un proto-chef, nossignore. Io sono uno dei tanti…

«Oh, mamma mia! Che rottura di cazzo!», scappa a Hildita, che è il mio proto-chef a cui debbo obbedire, quando non le riesce l’impasto per il dolce. Sta sbagliando tutto! Non gliene viene una. E noi dobbiamo stare qua a eseguire ugualmente i suoi ordini pasticciati. So che ci sta dando ordini sbagliati, ma devo eseguirli ugualmente. Teoricamente potrei andarmi a cercare un altro proto-chef in ogni momento. Basterebbe cambiare di tavolo e il gioco sarebbe fatto. Però si dà il caso che sia stato io a voler entrare nel suo gruppetto e che lei mi abbia accolto con molta benevolenza, perché non mi vedeva da molto tempo ed era contenta che mi ricordassi ancora di lei e l’avessi cercata. Come avrei potuto mai dimenticarmi di una come lei, che ha sempre rappresentato per me una specie di ideale di donna? Peccato però che tra l’ideale e la realtà ci passi un oceano intero, se non di più…

Da molti giorni io e Hildita non andiamo più d’accordo. Si è creata una sorta di barriera tra noi. Non parliamo più. Quando le faccio le domande, prima ha cominciato a rispondere a monosillabi, e oggi siamo giunti al punto che ogni volta che apro bocca è come se non avesse udito la mia voce. Mi ignora! E poi mi si palesa sempre così monocorde. Talvolta mi sembra arrabbiata con me. Ma lei non mi dice niente. Niente. Lei non mi dice mai niente. Come se per lei parlare fosse questo enorme problema da affrontare, peggiore del non parlare. Così il nostro rapporto sta spirando. E ormai sto pensando di ricorrere all’eutanasia…

Viene il momento della frittura. E Hildita, ancora una volta, sta sbagliando tutto! Ne sta realizzando una troppo densa, con una pastella pesantissima. Ma che diavolo ha nella testa?! Non riesco a capirla. È come se toppasse sempre, istintivamente, la giusta via. So che sta male, è depressa. È sicuramente per questo se non riesce a ragionare nitidamente. Eppure, a guardarla, sembrerebbe che si stia impegnando davvero, che sappia davvero, bene o male, quel che sta facendo… È come se in questo momento fosse posseduta da una forza oscura che la trasformi nella sua parte peggiore, e la costringa a ragionare in maniera erronea, anzi a sragionare…

L’uccello drone passa nel nostro banco a controllare. Vi si sofferma per dieci secondi che a me sembrano interminabili… Adesso parla e le dice che è tutto sbagliato, penso. Ma il drone non dice niente, e se ne vola nel tavolo dopo mentre Hildita ha le mani tutte sporche di pastella e sta per realizzare delle frittelle talmente grosse e pesanti che in seguito potranno essere vendute come prosciutti al mercato…

Sto per parlarle, per tentare almeno di farle capire che sta sbagliando tutto ma apro la bocca e non proferisco parola. Perché? Perché sarebbe del tutto inutile. Lei mi ignorerebbe come al solito. E forse le vedrei affiorare da un lato dell’occhio del rincrescimento per me.

È quella la considerazione che mi spinge allora a prendere una decisione che non mi sarei mai aspettato. La mollo. Faccio un passo indietro e mi unisco al proto-chef che sta dietro, che neppure so chi sia. E non lo faccio perché temo di non passare l’esame finale bensì perché non ha senso continuare a starle accanto se le sono diventato addirittura importuno.

Dunque sono certo che ho fatto bene. Però mi tremano le gambe ugualmente e mi sento lo stesso un giuda. Mi sento come l’avessi tradita, anche se è lei che mi ha buttato fuori da tempo dal suo cuore senza dirmi niente. Senza neppure dirmi nulla chiaramente. Ah, ma lei penserà che me l’ha fatto capire quello che doveva farmi capire e che sono stato io che non ho fatto quel che dovevo… La vecchia storia che si ripete per giustificare le cose che le vanno male. La colpa è sempre degli altri. Certo. Anche nel mio caso sarebbe colpa mia, Hildita? Io che ti ho sempre detto di volerti bene e di parlarmi chiaro?

Arriva il momento dei verdetti. Il drone ripassa nuovamente tavolo per tavolo. Il monitor trasmette di volta in volta in diretta i piatti inquadrati. Assisto a fritture di tutti i tipi: fatte col farro; molli come mozzarelle filanti; dure come sassi; oppure leggere come un balsamo. È questo il caso della frittura del mio nuovo proto-chef il quale, gettato un occhio su quella di Hildita (quanto mai robusta seppur asciutta), commenta sottovoce: è così che deve essere, non come quella! E io gli rispondo: lo so perfettamente che dovrebbe essere così; è lei che ha voluto affogarla nella pastella…

Il drone uccello passa al nostro tavolo. Subiamo il giudizio e veniamo promossi. Hildita mi sfiora con gli occhi. Ha visto che non sono più con lei. Già da un po’ deve essersene accorta, adesso è come ne avesse la conferma ufficiale. Tuttavia è come se non ce l’avesse me: è come se non sapesse se esser felice o il contrario che non sia più con lei. Non è questo che voleva ottenere? In ogni caso non riesce a guardarmi dritta negli occhi…

Poi è il turno di Hildita, la quale ha un volto sfatto e imbronciato. È stanca. È anche al limite delle lacrime, se la conosco bene. Il suo strambo fritto viene caricato sullo schermo centrale e c’è un vocio di persone che sembrano tutti dire: ma guarda un po’ questa che ha combinato. Però è anche vero che quel vocio non è affatto polemico. Perché Hildita lì dentro ormai la conoscono tutti. Sanno della sua situazione emotiva, sanno dei problemi che ha e sopratutto sanno di che ragazza dolce sarebbe, se non ci fosse la vita reale (e il suo modo d’affrontarla) a rovinarla.

La Grande Voce sembra soppesare con cura quale responso emendare. Sembra stupita dal marchiano errore compiuto da Hildita, talmente marchiano da sembrare provocatorio. Decide dunque di cominciare inaspettatamente con un merito. Questo fritto ha un pregio, dice: è molto asciutto.

Ed è allora che succede quello che nessuno si sarebbe aspettato. Si alza spontaneo un applauso che si fa sempre più imponente. La gente si alza in piedi ad applaudire, come se il fritto di Hildita fosse il migliore mai realizzato al mondo. Applaudono convinti. Tutti. Alla fine anche io applaudo. Ma nessuno in realtà sta applaudendo davvero il fritto, neanche io. Stiamo applaudendo Hildita. Hildita e il suo piglio imbronciato. Hildita che si ostina a essere così anche se si fa male. Hildita che, con la sua cocciutaggine, conosce una sola maniera di esistere, e solo quella mette in pratica. Hildita che sbatte sempre la testa al muro, e finirà o che si rompe la testa, o che si rompe il muro. Hildita che tenta ogni volta di vincere alla ruota della fortuna, che le è rimasta quella sola opportunità. Hildita che ha scelto d’esser per sempre infelice. Hildita che un tempo era serena e felice ma oggi è diventata acida. Hildita incapace di rialzarsi davvero. Hildita che piange un giorno sì e uno no quando va bene. Hildita che si è ritrovata nella sua vita, in quella vita, e non sa nemmeno lei come, e ora non sa più uscirne. Eppure ci prova, si impegna, lotta, ma è come nuotare sempre contro corrente…

Adesso Hildita fa sì con la testa, come a dire: lo sapevo che il mio fritto era giusto, lo sapevo, anche se a voi sembrava tutto sbagliato. La Grande Voce decide di non aggiungere altro. Sorprendentemente, la promuove. E passa al tavolo successivo…

 

Quando c’era B(erlinguer)


Ho visto questo film in prima serata su rai3 l’altra sera e non mi sono addormentato, a testimonianza della buona fattura del prodotto.

1 Complimenti a Veltroni, che è l’autore del lungometraggio. Non posso proprio esimermi di dirgli qualcosa di un po’ cattivo a cui molti avranno pensato: non sarebbe stato meglio, per te e per tutti, se ti fossi dedicato al cinema fin dal principio, lasciando stare la sporcizia della politica? Chi te l’ha fatto fare di diventare un demagogo, di confrontarti ogni giorno con mafiosi, corrotti e piduisti? Darò un’occhiata anche ai libri che ha scritto, adesso. Potrebbero essere interessanti.

2 Non ho vissuto intensamente Berlinguer come lui per ovvie ragioni anagrafiche. Berlinguer morì quando io ero piccolo e non avevo ancora ben capito la differenza tra i comunisti e i socialisti (italiani). Per questo non posso affermare con certezza se Veltroni ne abbia fatto un quadro completo; però a lume di naso mi sembra di sì. Per il resto posso dire che Quando c’era Berlinguer è un film senza fronzoli (in questo caso è un complimento), di cui ho apprezzato moltissimo lo stile, in cui sembra che ogni parola sia stata perfettamente calibrata. E dei precipui fatti narrati si dà (come è giusto che sia) un’interpretazione, personale e netta, anche se è la sua interpretazione.

3 Gran parte del film è dedicato a spiegare (o rievocare) la questione del cosiddetto “compromesso storico” e di ciò che ne seguì, ossia il caparbio tentativo di trovare un punto d’accordo tra PCI e DC, tra Berlinguer e Moro, nel tentativo di creare un asse fino allora mai sperimentato prima, un asse che avrebbe dovuto avvicinare invece che dividere, un asse che avrebbe dovuto dare maggiore risalto alle caratteristiche comuni rispetto che a quelle discriminanti.

Detto che erano altri tempi e che quell’ostinato tentativo di comunanza fallì nel momento in cui Moro venne ammazzato, non solo dalla BR ma anche da una serie di persone dello Stato che avevano tutto l’interesse a non farlo mai avvenire, quel patto, e sopratutto ad arrestare quella che sembrava l’inarrestabile corsa del PCI verso il potere, detto questo, secondo me, quel tentativo, per quanto affascinante e innovatore potesse sembrare, era destinato a fallire miseramente in ogni caso anche qualora fosse stato posto in essere, perché il potere corrompe sempre, e non sarebbe servito a nulla preoccuparsi di arginare tali nefasti influssi sul PCI se questo sarebbe andato al potere, perché è connaturato al potere corrompere chi lo esercita. E ho modo di supporre che se Berlinguer oggi fosse vivo la penserebbe come me, così come Marx rinnegherebbe gran parte delle sue teorie essendosi convinto infine che è il concetto di capitale stesso che non permetterà mai al sistema di essere equo e giusto, perché finché esisterà il potere ci sarà sempre qualcuno disposto a tutto pur di ottenerlo… Ma queste sono mie considerazioni personali, che a me sembrano stentoree eppure la maggioranza dello stolto popolo deve ancora capire (e chissà se ci arriverà mai)…

Non lo sapeva Berlinguer che la DC era colma di mafiosi? Sì che lo sapeva, eppure ricercava comunque quel punto di contatto… Gli esiti estremi di quel tremendamente erroneo modo di pensare hanno condotto oggi politici ben più spregiudicati e cinici ad alleanze che teoricamente sarebbero dovute essere impossibili, che però nella realtà ci stanno eccome. Vedi renzi-berlusconi-alfano, giusto per dirne una. Ma anche il comunista greco disposto ad allearsi coi fascisti greci… No, non lo fanno per noi. Lo fanno solo per loro…

4 Un punto che mi aspettavo di trovar trattato lungamente nel film che invece non ho trovato, almeno in forma diretta (ma forse mi sono distratto io e c’è), è stato quello, a cui io avrei accordato una spropositata importanza su film su Berlignuer, in cui lo stesso teneva un discorso molto illuminante circa i pericoli della corruzione, anche nel suo partito, dicendo che bisogna fare pulizia anche lì. E a me è sempre sembrato, questo discorso, assai profetico ed esplicativo del fatto che Berlinguer, come pure tutti gli altri politici italiani, in realtà sapessero benissimo il livello di degrado morale in cui era immischiata la politica italiana, già a quei tempi, molto molto prima di Mani Pulite e Tangentopoli…