Uno studio in blu: parte 3/4


Il dottor Huozzon si introdusse trafelato nella camera mortuaria. Un ragazzino dai capelli rossi e con le lentiggini lo esaminò pensieroso. C’era qualcosa che forse colpiva la sua attenzione, la quale pareva esser catturata da quella pancia del dottor Huozzon, che cominciava a esser pingue.

«Sono il dottor Huozzon. Vengo per conto di Scerloch Olms e Scotlaniar. Devo esaminare il cadavere della signorina giuntavi oggi alle sette e trenta. Sicuramente saprà a chi mi riferisco…»

Il ragazzo rimase inebetito. Poi cercò di imprimersi un sussulto. Così prese a muovere le mani come cercasse qualcosa. Ma dieci secondi dopo stava ancora recitando quella ridicola pantomima e sembrava esser caduto preda di un qualche maleficio che lo coartasse a ripetere all’infinito le sue azioni inconcludenti. Ciò indispettì non poco il dottor Huozzon che aveva fretta di rivedere Olms.

«Giovanotto! Se devo firmare qualcosa, mi faccia firmare! Sennò basta che mi indichi dove la trovo… Anzi, credo di capirlo da solo, dopo tutto…», e si mosse scavalcandolo. Ma in quel mentre il ragazzo riuscì a battere quella strana ridda di inabilità e lo richiamò a sé.

«Ecco, signore! Ho trovato la penna e il registro. Mi basta che me lo firmi e poi l’accompagnerò io stesso…»

Il dottor Huozzon comprese che qualora non avesse acconsentito a redimere quella piccola lungaggine sicuramente il ragazzo avrebbe passato dei guai. Così si fece intenerire, tornò indietro e firmò. Forse il ragazzo era leggermente ritardato, pensò. In tal caso non sarebbe certo stata da ascrivere a lui quella sua inefficienza: semmai a chi lo aveva messo lì a svolgere quell’attività.

Alla fine si trovò davanti il cadavere della giovane donna morta quel giorno. Era più giovane di quanto gli avessero detto. Tanto che d’ora in poi avrebbe potuto riferirsi a lei tranquillamente chiamandola ragazzina, e non più giovane donna. Esaminò rapidamente il volto stravolto tipico degli affogati. Faceva spavento ed era nauseante. Si decise a concentrarsi sulle sue caviglie, come gli aveva detto Olms. Le scoperchiò le calze (che trovò parzialmente stracciate, come fossero state molto consunte dall’uso, anche se non pareva quello il motivo di tale usura). La carne in quel punto appariva lievemente arrossata, con delle piccole escoriazioni. Poteva essere un caso. Allora il ligio dottore le tolse le scarpe e dunque esaminò sia i piedi che i polpacci. No. La ragazza non era soggetta a quel tipo di escoriazioni sulla pelle. Cioè ne presentava solo in quel punto specifico. Huozzon immaginò che avesse potuto indossare delle scarpe più alte in precedenza, le quali le potevano aver lasciato quei segni arrossati. Ma in tal caso non si capacitava di come Olms ne potesse essere venuto a conoscenza in anticipo (ma non sarebbe stata certo la prima volta, quella, in cui il suo più caro amico l’aveva sorpreso di netto).

Era giunto il momento di andarsene. Ma poi gli venne in mente quel pensiero. Olms gli aveva detto “caviglie”. Ma si riferiva solo alle caviglie di quell’ultima ragazza di cui gli aveva parlato, oppure anche alle altre? Probabilmente intendeva le caviglie di tutte. Inoltre non avrebbe fatto un soldo di danno esaminandole anch’esse, dato che ormai c’era. E poi, l’idea di doversi recare ancora una volta in quell’ambiente inospitale e di rincontrare il rossiccio ragazzo intontito, non gli faceva fare salti di gioia. Sarebbe stato dunque meglio espletare il compito in una sola sessione.

«Esaminerò brevemente anche il cadavere delle altre giovani donne giunte qui negli ultimi giorni», annunziò deciso e si mosse prima che il ragazzo si facesse nuovamente prendere da quella esitante passività che gli impediva di prendere decisioni e trarre conseguenze.

Trovò segni similari anche sulle caviglie della prima ragazza uccisa, la quale invero non calzava affatto calze. Mentre sull’altra, poco più pesante delle altre, i segni erano anche più accentuati e, se Huozzon aveva imparato qualcosa nei lunghi anni di assistenza a Olms, quei segni dovevano esser rimasugli provocati dall’uso di una corda. Dunque i piedi della donna dovevano essere stati legati. Ma per quale motivo?

Ciò lasciava intendere che tutte quante fossero state legate. Ma perché legare i loro piedi, lasciando libero tutto il resto? Però ancora non era certo che altre parti del loro corpo non fossero state legate. Così volle accertarsi, prima di tornare da Olms, che almeno le braccia e la schiena non lo fossero state. Circostanza che venne confermata dal suo attento scrutinio. Dunque se ne tornò pensieroso da Olms con il suo carico di fresche notizie che a lui non dicevano ancora molto, ma che c’era il caso che a Olms rivelassero forse la soluzione dell’intero caso.

Mezz’ora dopo era tornato in Becherstrit. Appena entrato, scambiò due rapide parole con la Signora Hazzon.

«Non ha nemmeno provato a scendere di sotto. Però ho percepito che adoperasse dell’acqua per un bagno», gli disse senza che lui le chiedesse nulla, con un’espressione sospettosa che si appellava al suo sommo giudizio di medico affinché lui la confortasse.

«Se si sta lavando è un ottimo segno, direi, Signora Hazzon», la rese più quieta. «Adesso comunque vado su a vedere di persona e gli parlo», disse imboccando la rampa delle scale.

Lo trovò come si attendeva. Si stava facendo un bagno (con acqua fredda) nella grande bacinella adibita a tal scopo. Huozzon poteva sentire lo sciabordio delle abluzioni. Aveva lasciato la porta socchiusa cosicché si potesse comunicare con lui.

«Olms, sono tornato con le informazioni che mi ha richiesto», disse annunciandosi, e gli parve di ascoltare che per un momento l’acqua si chetasse per meglio udirlo.

Riscontrò alcuni cambiamenti prodotti nella stanza durante la sua assenza. Il violino era stato mosso e riposto su un altro mobiletto sul quale sovente lo aveva veduto. Un paio di pantaloni puliti erano stati buttati sul letto. La finestra era ancora aperta. E quel sole che si spandeva suggeriva che ci dovesse sempre essere speranza per il mondo, anche nei momenti più cupi.

A un tratto Olms uscì dalla vasca. Mentre si asciugava, sporse la testa cercando i suoi occhi. Poi la ritirò. Era una specie di ingiunzione a parlare. Il dottor Huozzon non era ancora entrato, per una questione di privacy, ma si accorse dei desideri del suo amico.

«Allora Olms, so che mi sente. Quindi le riferisco cosa ho scoperto. Ho esaminato le caviglie dell’ultima ragazzina uccisa. Ah, so che che prima mi sono riferito a lei con il termine di “giovane donna”, ma ritengo che il termine “ragazzina” calzi maggiormente a pennello. Dunque, le dicevo… Ho trovato dei lievi segni di sfregio a quell’altezza, come sicuramente, Dio solo sa come, lei doveva già aspettarsi. Non ho capito da cosa fossero stati prodotti. Potrebbero essere state anche delle zanzare, o un incessante prurito che si è cercato di soddisfare. Questo lo pensavo all’inizio. Ma poi ho voluto esaminare anche le caviglie delle altre. Credo di aver fatto bene, no? E ho trovato gli stessi segni su tutte, seppure, su quella senza calze, fossero molto meno marcati che su quella con le calze, le quali aveva moderatamente stracciate. Esaminando questi segni credo di avere individuato la causa che li ha prodotti: corde. Se conosco le corde, giurerei che si tratti di corde. Per almeno una di esse la circostanza è marchiana… Se adesso vuole farmi la cortesia di spiegarmi che cosa ha in mente, Olms, sarò felice di ascoltarla, come sempre…»

E all’interno della stanza si sentì Olms affermare:

«Reggicalze!»

Il tono era più vispo che in precedenza. Il dottor Huozzon rimase basito.

«Reggicalze?!»

Che cosa significava? Che avrebbe dovuto nuovamente recarsi alla Morgue per esaminare stavolta quest’altro dettaglio? Non gli andava proprio di fare da pendolo, come fosse stato un comune garzone di bottega di Scerloch Olms. Dunque vi si oppose veementemente.

«Olms! Non mi starà chiedendo di tornare lì e di cercare altri dettagli relativi alle calze delle ragazze, non è vero? Poteva venire con me se le interessava tanto! Oppure poteva dirmelo per tempo, così da risparmiarmi due viaggi! E poi, come saprà, recarsi in quel posto non è mai cosa gradevole da farsi. Neppure per un medico collaudato come me…»

Non giunse alcun suono da Olms, come si fosse sentito in colpa per avergli chiesto una cosa del genere.

«E poi perché mi parla a monosillabi, Olms? Si può sapere che cosa le prende? Credevo che fosse malato e impedito in qualche maniera a parlare, ma se invece, la sua, dovesse palesarsi esser una balzana forma di pigrizia, allora le prometto che d’ora innanzi non sarò più tanto tenero con lei…»

«Reggicalze, Huoz-zon…», disse ancora Scerloch Olms, stavolta con un accezione costernata che pareva conscia del disturbo che gli procurava.

Così il dottor Huozzon si fece intenerire e decise di concedere un’ultima opportunità al suo vecchio amico che, comunque la si mettesse, doveva vivere un momento difficile.

«Va bene, Olms. Lo farò. Mi recherò ancora lì. Per l’ultima volta, voglio sperare. Ma a patto che dopo lei la smetta di fare il misterioso, e avrà la creanza di scambiare finalmente delle parole di senso compiuto con me, tali che si possano chiamare conversazione, d’accordo? E badi che la mia pazienza è giunta al limite! Arrivederci e a presto!», disse simulando furore quando invece si era già assoggettato al suo destino di valletto. Un valletto che comunque appresso avrebbe avuto accesso alla verità, e a come essa delle volte segue strade tortuose prima di rivelarsi in tutto il suo magnifico splendore. Questo lo rincuorava assai.

 

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