Uno studio in blu: parte 2/4


«Mi sente, Olms? Perché non mi parla?»

Ma Olms non voleva o non poteva parlargli. Gli vide accennare un battito di ciglia e ciò ancora gli infuse un segnale positivo. Non era catatonico. Irritato per via che il suo amico non gli parlasse e del fatto che si sentisse impotente, si recò alla finestra e la spalancò. Quella fu la seconda cosa che fece.

«L’aria fresca le farà bene, Olms!»

Nel cielo finalmente era comparso il tanto agognato sole e, non solo la nebbia era già calata di una buona metà, ma anche l’aria si percepiva nitidamente più frizzante e quasi pura, tanto che pareva di essere in montagna, se la si paragonava con quella precedente così insalubre. Che Dio sia lodato!, pensò Huozzon. Anche questo coadiuverà a farlo riprendere.

Era molto tentato di somministrargli qualche tonico, tuttavia temeva che eventuali sostanze già presenti nel corpo di Olms avessero potuto interferire causando mutamenti accidentali e infausti. Per questo ancora esitava su quel fronte. Nel frattempo la signora Hazzon fece il suo ingresso in punta di piedi. Portò il vassoio carico di cibarie e lo adagiò piano su quel tavolo che anche a lei parve mostruosamente sfitto. Chiese «Come sta?» con una nota di celato isterismo. Huozzon la placò.

«Ho modo di ritenere che il più sia fatto, Signora Hazzon. La prego, ora ci lasci soli. La chiamerò se servirà il suo contributo», e l’umile donna fece un inchino e se ne andò silente. Quando Olms si sarebbe ripreso, se si fosse ripreso, se fosse venuto fuori che non stava poi così male, gliele avrebbe cantate quattro, quando il suo umore sarebbe tornato inscalfibile. Far preoccupare così una povera e brava donna come lei, sempre stata coscienziosa, fedele e affidabile, era qualcosa che non si faceva!, pensò la signora Hazzon.

Ma il dottor Huozzon si era assai sbilanciato sulle condizioni di Scerloch Olms. Un po’ per favorire il suo distacco, e un po’ perché voleva farsi prendere dall’ottimismo. Olms era ancora lì, disteso, che non reagiva ad alcuno stimolo. E chissà se sarebbe stato in grado di tirarlo fuori da quella simil peregrinazione dell’anima che stava avvenendo in lui.

Si diede ancora un’occhiata intorno. Era spettrale il modo in cui Olms aveva messo ordine alla stanza. Perché l’aveva fatto? E se fosse stato una specie di modo per accomiatarsi più ordinatamente possibile? Gli venne un brivido… Ma a ben vedere c’era solo una cosa che forse risaltava poiché fuori posto, in quel tripudio di assetto ordinato che aveva assalito Scerloch Olms: la rivoltella. Essa era stata posta su di una sedia accanto al letto. Fu strano che il dottore non l’avesse notata subito. Ma forse era stato per via del buio che aveva cinto la stanza. O forse perché gli innaturalmente spenti occhi di Olms ne avevano calamitato l’attenzione ben più di qualsiasi altra cosa.

Il dottor Huozzon la prese in mano. Controllò il tamburo e la canna. Era carica e pronta all’uso.

«Che cosa voleva fare con questa, Olms?»

La ripose in un cassetto dove sapeva che Olms la tenesse, tuttavia non disponeva della chiave che l’avrebbe sprangata dentro rendendola meno raggiungibile. D’altronde quella chiave, come pure quella rivoltella, sarebbero sempre appartenute al suo legittimo proprietario e il dottor Huozzon non avrebbe mai avuto il diritto d’impedirgli di accedervi.

«Ma insomma!, si può sapere che diavolo le prende?! Che cosa devo pensare dello stato in cui è ridotto?!», disse falsamente incollerito.

Ma da Olms non venne alcun fiato. Nondimeno qualcosa stava cambiando in lui. Era scosso da qualche fremito. Quell’aria fresca stava cominciando a fare il suo effetto.

«Che cosa devo pensare di lei, Olms?»

Finalmente vennero i primi segnali di scongelamento nei loro rapporti e, dentro di sé, a ognuno di essi, Huozzon ne esultò come un bambino. Per primo Olms mosse leggermente il braccio destro e con mano esitante indicò l’armadio con i vestiti.

«Qui dentro, Olms? Cosa vuole che le prenda qui dentro?»

Ma la deduzione era elementare e non gli sfuggì: qualcosa per coprirsi. Così il dottor Huozzon estrasse una coperta di lana e gliela adagiò sul letto coprendolo.

«Va meglio adesso, Olms? Vorrei che mi ricominciasse a parlare… Non che ci tenga a essere ringraziato, ma così non posso neppure biasimarla per il suo comportamento increscioso…», lo strapazzò.

Ma invero, a quella domanda, Olms aveva risposto assentendo lievemente con la testa, quando gli aveva chiesto se andava meglio. Di quello Huozzon parve per il momento soddisfatto.

Mentre Olms si decideva a riprendersi, Huozzon effettuò un’indagine nella stanza alla ricerca di qualche indizio, così come gli aveva insegnato il suo mentore che ora si trovava in quello stato semi-ipnotico. L’unica altra anomalia la rintracciò in quello che Olms utilizzava come cestino della spazzatura. Ci rinvenne i resti di un pacchetto postale che veniva dal Sud America. Controllò la bolla di accompagno e la data di consegna che era stata vergata proprio il giorno in cui Olms non lo aveva voluto ricevere, una settimana fa. Presumibilmente non era una coincidenza. Ma non capì cosa avesse contenuto quel pacchetto di carta a prima vista così anonimo, né conosceva chi glielo aveva mandato, un fantomatico quanto ignoto Pablo Escobar de Santos Vicente…

Il violino lo trovò insolitamente stipato in un intermezzo tra un mobilio e un altro. Era quasi una bestemmia che uno come Olms, che amava oltremodo quell’attrezzo (che pure secondo Huozzon non sapeva utilizzare poi così bene come egli si credeva), lo avesse riposto in un andito così inappropriato e indegno. Non resistette alla tentazione di ridonargli il suo giusto valore ponendolo sul tavolo accanto al vassoio con il cibo. In quel mentre avrebbe pagato per riudirlo torturare quelle corde con tanta poca grazia…

«Olms… Insomma! Che cosa vuole fare? Per quanto altro tempo ancora vuole approfittare della mia pazienza così come della mia amicizia? Si dia una mossa, per Dio! Altrimenti dovrò cominciare a vagliare l’ipotesi di darle qualcosa che però non posso esser sicuro dell’effetto che le farà…», lo spronò senza sortire effetto.

Poi, per aiutarlo a rimettersi in moto, gli venne l’idea di cominciare a parlargli del caso delle donne uccise.

«Ricorda quello che le scrissi la settimana scorsa su quella donna trovata uccisa sulle sponde del Tamigi, quella strana uccisione? La povera donna (molto giovane e abbastanza piacente, con qualcosa di insolito nel vestiario, che la rendeva forse straniera, a giudicare da alcune sue strane associazioni cromatiche) fu trovata affogata. Ma per qualche ragione il medico che la visitò ha arguito che probabilmente solamente il suo volto avesse toccato l’acqua (insieme alla parte superiore del busto e delle braccia). Volto che possedeva dei capelli sciolti (come una donna per bene non terrebbe mai, a meno che, per l’appunto, la sua acconciatura non sia stata smossa dall’acqua), sul quale volto si potevano rintracciare i classici segnali di affogamento. L’ispettore Les Trad e io allora ci siamo domandati se davvero essa sia potuta morire là, o piuttosto vi sia stata collocata solamente in una fase successiva, come le circostanze davano adito a ritenere. Tuttavia, nella sua bocca sono stati trovati dei reperti che avallano l’ipotesi che davvero fosse annegata nel Tamigi. Ma come è possibile, ci siamo domandati io e l’ispettore, che una donna possa affogare solamente nella parte superiore del suo corpo, senza che quella inferiore sia stata toccata in maniera considerevole dall’acqua?»

Incuriosito dal caso, Scerloch Olms dava segnali di ripresa. Ancora fece cenno con una mano a Huozzon di avvicinarglisi. E il bravo medico, felice che finalmente gli desse spago, gli si approssimò ratto.

«Vuole dirmi qualcosa, Olms? Ha per caso un’idea?»

Quando fu su di lui, Olms gli fece ancora segno di abbassarsi. Allora Huozzon avvinò l’orecchio alla sua bocca cosicché lui potesse sforzarsi il meno possibile e si mise in attesa di quella parola. E la parola giunse. E Olms gli disse, con un filo di voce arrochita:

«Caviglie…»

«Caviglie? Che che cosa starebbe a significare, Olms?!»

Si erse su di lui impettito, sperando che gli dicesse qualcos’altro e a voce più alta. Ma il trucco non sortì effetto perché Olms non sembrava disposto a eseguire frasi di senso compiuto. Solo singole parole poteva pronunciare, e con molta fatica. Fortunatamente fu irraggiato da un’illuminazione.

«Vuole forse che… vada a esaminare le caviglie di quella donna? Magari di tutte quelle coinvolte negli omicidi?», e Olms fece di sì con il capo e chiuse gli occhi per riposarsi.

«Va bene, Olms. Lo farò. Andrò all’obitorio, e lo farò per lei. Però prima mi deve assicurare che mangerà qualcosa e che al mio ritorno la troverò meglio di quando l’ho lasciata, va bene? Facciamo questo patto tra gentiluomini?»

Olms aprì per un attimo gli occhi e poi li richiuse, come ad assentire.

«Allora lo consideri già fatto. Sarò qui tra poco. E pensi a riguardarsi come si conviene! Buona giornata, Olms!»

Più rumorosamente del solito, infilò le scale dirigendosi verso la sua meta. Ma prima ci tenne a specificare alla signora Hazzon di non permettergli di lasciare la casa e di controllare accuratamente eventuali movimenti che avrebbe potuto effettuare. E lei gli assicurò che, per quanto poteva, lo avrebbe spiato senza farsene accorgere e che tra un’ora sarebbe salita per vedere se aveva mangiato. Il dottor Huozzon le sorrise riconoscente…

 

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