Mastershit!

 


Come nacque…

Un giorno un autore si svegliò con in testa questa idea sublime: perché non fare un reality sulla merda? Tanto tutti i reality in fondo altro non sono… rendiamo manifesto il sottinteso, aveva pensato…

Si recò saltellando dalla gioia da un produttore il quale ovviamente, essendo da sempre un gran padreterno dello schifo, accettò subito la produzione. Così nacque Mastershit, il primo reality sulla merda (beh, non propriamente il primo, ma il primo ad ammetterlo candidamente)…

I tre giudici…

Ci volevano tre giudici che pronunziassero i loro merdosi sì e no…

Per primo fu selezionata un pezzo di fica che aveva l’aria di tirarsela molto. Ci serve una sorca improfumata, le dissero, e a te serve di farti conoscere; dunque accetta la nostra proposta indecente di diventare il primo giudice, troia. E lei, ci pensò un attimo, e poi disse sì, anche perché le era sempre piaciuta la merda e quindi lo faceva con piacere…

Il secondo pretendente per diventare giudice di Mastershit era un vecchione che in realtà aveva avuto un buon successo commerciale ma solo una volta in vita sua, e il suo nome non era ancora abbastanza famoso. Gli dissero: tu sarai il nostro secondo giudice, merdoso buco del culo, nevvero? E lui ebbe un attacco estatico, vide la madonna, si calò le brache, si dispose, da bravo, sul tavolo mostrando le natiche pallide e disse con partecipazione: sìììì! grazie, miei padroni! fatemi tutto quello che volete (e qualcuno invero ne approfittò e da quel giorno il vecchione cominciò a camminare col bastone)…

Il terzo era l’unico che in realtà fosse già completamente famoso. Un giorno andarono da lui, gli misero la valigetta con i soldi davanti, gliela aprirono e gli attaccarono la spilletta di Mastershit sulla camicia. Non ci fu nemmeno bisogno che gli spiegassero la proposta: lui era un uomo intelligentissimo e capì al volo. Si aprì la giacca, ne cavò la sua penna d’oro e disse: dove devo firmare?

I concorrenti…

Le selezioni si fecero in più città. D’altronde c’era così tanta gente pronta ad entrare nel nauseabondo mondo della merda, che anzi dovettero imporsi di non stare a perderci troppo tempo.

Era tutta gente, o pronta a tutto, o molto ingenua, o molto giovane, o alle soglie del ritardo etico-mentale. Li selezionarono in base a vari fattori. Il primo era l’aspetto fisico. Dovevano infatti essere tutti assai specifici. Qualcuno doveva rappresentare l’uomo o la donna medi, mentre altri si doveva vedere, porco giuda!, che erano bizzarri e forse pure un po’ schizzati e sadomaso.

Le selezioni furono durissime. Alla fine una fu scelta poiché amica degli amici di una certa Maria. Un’altra perché l’aveva meticolosamente data a tutti nella redazione. Uno perché era un curioso caso di uomo tanto illetterato tanto sregolato. Uno perché lo ciucciò al regista. Uno al provino defecò uno stronzo grosso come una casa. Un altro era simpatico ma non sapeva fare assolutamente un cazzo, neppure allacciarsi le scarpe…

Così nove di loro giunsero alla selezione finale. Ma c’era un problema: i concorrenti avrebbero dovuto essere dieci. Come potevano fare allora i bravi autori per risolvere brillantemente la questione? A uno di loro, che poi era il più sveglio, quello che aveva avuto l’idea primordiale, venne in mente un’idea geniale. Disse a voce alta, con presenti tutti i candidati: siete tutti pronti a prostituirvi per le mignotte che siete, prostituire la vostra immagine, il vostro corpo, la vostra anima, ogni brandello di dignità umana, e fottere chiunque vi capiti a tiro pur di ottenere la vittoria finale e una fama tanto inconcludente tanto effimera, per il gusto di farlo, o comunque perché siete delle vere merde o comunque lo diventerete immediatamente se ancora non lo siete?

Al che tutti, tranne uno, che se ne andò nauseato (che poi era quello che aveva defecato lo stronzo grosso come una casa), risposero entusiasticamente un sì convintissimo. Compreso un cameraman che riprendeva la scena e un vizioso giornalista di un noto giornale il quale passava di lì per caso, i quali entrambi furono immediatamente arruolati come concorrenti di Mastershit. E il cast era al completo!

Ma quella scena non piacque proprio a tutti. Il produttore, che aveva seguito le selezioni passo passo, si avvicinò all’autore fautore della trovata e gli sussurrò nell’orecchio: sei stato bravissimo, però quello che aveva defecato lo stronzo grande come una casa ci mancherà, era davvero dotato di grandissima personalità! gli altri si confermeranno alla sua altezza? E l’autore gli rispose: ma certo! ti sei fatto impressionare dal fatto della defecazione, ma i veri merdaioli sono quelli che le smerdate le fanno in altre maniere, e sopratutto seguendo vie molto più subdole e sordide… E il produttore venne completamente rinfrancato…

Il gioco inizia…

I concorrenti vennero divisi in due squadre: la squadra della diarrea e quella della flatulenza. Questi ultimi il primo giorno insorsero poiché, a loro dire, la flatulenza non era un giusto indice di cacca certa. E la loro ragione era anche molto arguta. Ma vennero tranquillizzati dagli autori i quali li rassicurarono che quelli della diarrea non avrebbero ricevuto trattamenti di favore di alcun tipo.

Così, con una polemica fin dal primo giorno di gara, gli ascolti schizzarono merdosamente in alto e furono tutti nella merda ma contenti.

Il secondo giorno cominciò la prima vera prova. Si trattava, tutti ignudi, di tuffarsi in una piscina piena di merda per cercare sul fondale i pratici adesivi con il logo di Mastershit. Però, in quel marasma fetido, avrebbero potuto imbattersi in personaggi i quali erano incaricati di contrastare quella loro ricerca: in particolare si diceva che fossero stati scritturati Giuliano Ferrara e Minziolini. Ma la sorpresa non venne svelata fino all’ultimo per non rovinare al pubblico il gusto della scoperta…

Il terzo giorno vennero mandati a pulire i cessi di una caserma frequentata da prostitute che, essendosi prese delle malattie esotiche, soffrivano tutte di dissenteria conclamata irreversibile permanente assai spossante. Dovettero sfacchinare un’intera giornata e qualcuno di loro, talmente disabituato a lavorare sul serio, morì in diretta mentre scorticava una cacca stantia la quale, attaccata al soffitto, si schiodò di botto e gli finì direttamente nel gargarozzo. La lavanda gastrica non riuscì a salvare lo sfortunato concorrente…

Il quarto giorno furono celebrati in diretta i funerali del malcapitato e gli ascolti stabilirono un nuovo record.

Il quinto giorno prevedeva la prova del leccare il culo ai politici e alla gente potente. In verità, quella, era forse l’unica prova sensata fra tutte quelle che gli fecero fare. Difatti, una volta usciti di lì, nessuno di loro poteva pensare di avere qualche chance di successo senza essere davvero bravo con la lingua…

Il sesto giorno i giudici cominciarono a insultare (per motivi risibili) i concorrenti tirando loro addosso della merda mentre essi erano seduti su quei cosi delle giostre in cui, se si colpisce il bersaglio, si finisce in acqua. Solo che invece che l’acqua ovviamente c’era la merda.

Il settimo giorno era il giorno del confessionale. Così tutti quanti i concorrenti vennero spediti a confessarsi (discinti) davanti le telecamere sparlando a più non posso degli altri. Fu assicurato loro che non sarebbero stati uditi da nessuno, se non da qualche milione di telespettatori. Così i concorrenti si rilassarono e mentre uno confessò che amava pisciare in piscina (destando assai scandalo tra l’opinione pubblica), un altro confessò che aveva ruttato nell’orecchio di un suo amico una volta cagionandogli un arresto cardiaco a tradimento, mentre una ragazza confessò che era un trans lesbico transgender con sdoppiamenti di personalità che di giorno si faceva chiamare Lulù, mentre la notte si metteva un fallo falso e diventava il castigatore delle frigide dell’universo…

L’ottavo giorno gli autori misero su in quattro e quattr’otto una love story tra due concorrenti (che faceva sempre buon sangue). Così il petomane ballerino e la doppiogiochista contadinotta cominciarono ad accoppiarsi come cellule tumorali, fin quando, a fine serata, tutti gli spettatori erano perfettamente edotti del numero dei peli presenti sulla fica di lei e il numero di peli sul culo di lui…

Il nono giorno, colpo di scena!, un concorrente tra i più quotati per la vittoria finale fu squalificato perché gli scappò di dire che una volta aveva sentito dire da suo cugino che forse, tanto tempo fa, in sud America, secoli addietro, un prete aveva, forse, accarezzato il ginocchio di un bambino (però completamente vestito). La cosa non passò inosservata e generò così tante critiche che il concorrente, tra le lacrime, dovette abbandonare il reality dispregiato da tutti gli altri concorrenti. Tutto questo nell’epoca in cui un’alta carica dello Stato induceva alla prostituzione bambine extracomunitarie orfane rendendole bugiarde e pervertendole per sempre…

Il decimo giorno ci fu l’incoronazione del vincitore. Vinse il più coglione, popolare, populista, eversivo, evasore fiscale, mafioso, fascista, sponsorizzato, ignorante di tutti.

E tutti i telespettatori vissero nella merda fino alla fine delle loro merdose esistenze.

Lieto fine.

W Mastershit!

Come faremmo dovessimo vivere in un mondo senza persone di merda?! So già cosa direbbero le merde in questione: ci annoieremmo!

C’era una volta Vendola. Oggi non c’è più…

 

Ilva, risate per le domande sui tumori
Ascolta la telefonata choc di Vendola

“Dica che non mi sono defilato”. E dà della ‘faccia da provocatore’ a chi chiedeva spiegazioni sui morti.

E’ il luglio del 2010 quando il governatore pugliese viene intercettato al telefono con Girolamo Archinà, l’ex responsabile delle relazioni istituzionali dell’Ilva. Il tono è confidenziale, il leader di Sel ride e si complimenta con l’ingegnere per il suo “scatto felino”. Il riferimento è a quanto accaduto nell’autunno precedente, quando Archinà in conferenza stampa impedì ad un giornalista di chiedere spiegazioni a Emilio Riva sui morti per tumore a Taranto

ASCOLTA L’INTERCETTAZIONE INTEGRALE DELLA TELEFONATA TRA VENDOLA E ARCHINÀ

VIDEO – LA DISINFORMAZIONE ‘MADE IN ILVA’, ARCHINÀ: “PAGO LA STAMPA PER TAGLIARGLI LA LINGUA”

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“Maltrattamenti su animali nei film di Hollywood”

La strana

 


C’è una che devi conoscere… è un’amica di A. Oddio è una tipa un po’ particolare, sai. Ma ha quel certo fascino… E poi anche tu sei un tipo un po’ bizzarro (aveva omesso di dire “strano”).

Me lo dicevano spesso che ero strano da ragazzo. Sono sempre stato quello strano. Un po’ perché timido. Un po’ perché sensibile. Poi strano per le ragazze divenne sinonimo di incomprensibile e contraddittorio. Infine divenne equivalente a stronzo. Avvenne quando mi gettai a pesce nel mondo convinto che fosse venuto anche il mio momento di mettermi con qualcuna…

Strana… strana… mi ripetevano di lei. E io invero mi ci abbarbicavo a quell’aggettivo e mi intrigava molto immaginarmela come me. Perché io avevo bisogno di una come me, ormai lo pensavano tutti. Una normale non sarebbe andata bene, né io sarei andato bene a lei. Mi ci voleva una strana forte: strana come me.

Ma com’è questa tipa, fisicamente, intendo?, chiesi loro. È bella. È proprio una bella ragazza. Alta, educata, ammodo, affascinante. Con una bella acconciatura, un bel sorriso. Certo c’è quel fatto che è un po’ strana, ma vedrai che ti piacerà… In quel periodo A si era messa in testa di far accoppiare tra loro tutte le persone nella cerchia dei suoi amici che ancora risultassero spaiate. E io e la strana rientravamo nella categoria.

Ma perché dici che è strana, che ha di così strano?, mi cominciai a interessare. Ma no! Niente di che… È solo che ha una famiglia strana, tutti strani in quella famiglia, per cui anche lei deve essere finita per diventare strana… Ma dimmi una cosa di lei, qualcosa, che mi spieghi perché la definisci strana… Sì, per esempio, quando la chiami, lei magari è in casa e non ti risponde [proprio come faccio io oggi, nota dello scrivente]. Nella sua famiglia c’hanno quella cavolo di usanza di mettere sempre la segreteria e ascoltare il messaggio, ma non ti rispondono mica, sa! Nossignore! Giusto in caso di calamità! Così delle volte devo dire cose del tipo… dai, dai! rispondimi! lo so che sei lì! guarda che se non mi rispondi non te la dico questa cosa che ti dovevo dire! non la posso dire per segreteria rischiando che la sentano tutti. se non ti sbrighi, attacco, guarda che attacco! guarda che lo faccio, eh! hai cinque secondi prima che riattacchi… uno, due, tre… quattro, cinque… E poi lei risponde… e mi dà un fastidio sapere che per tutto quel tempo era stata lì muta a farsi gli affaretti suoi fingendo di non esserci! Ah, ma non è una cattiva ragazza però! Questa è solo una sua peculiarità, mi disse poi come a bilanciare quel che aveva appena affermato poiché non voleva darmi l’idea che mi stesse dando in pasto a chi in realtà neppure conosceva bene, al contrario di me… Ma non è una cattiva ragazza, continuò, solo che certe volte proprio non capisco cosa abbia nella testa e cosa pensi di me, se mi consideri un’amica oppure no… Tuttavia, suvvia! non è una cattiva ragazza, in fondo, è solo un po’ strana, in ultima istanza…

Sarà, pensavo io. Ma se non la capisci te che sei sua amica, o dovresti esserlo, e sei pure donna… come potrei capirla io che sono un povero idiota, maschio, di ventuno anni, che ancora non ci ha capito un cappero dell’altra parte del cielo?!, mi chiedevo. Tuttavia prevaleva in me l’istinto predatorio di colui che è ormai prossimo all’accoppiamento, per cui non ci pensavo per niente a quella dissonanza che aveva fatto trillare la mia campanella d’allarme interna…

Insomma si combinò un appuntamento a quattro in cui io e la strana conoscevamo le altre due persone che ci mettevano in contatto ma non ci conoscevamo tra di noi. D’altronde, altrimenti, come mai avremmo potuto incontrarci?

Quel giorno mi ero tutto tirato, ero molto nervoso: avrei pagato per lasciarle una bella impressione. Me la facevo addosso. In realtà era invece molto verosimile che sarei stato molto sulle mie, finendo per parlare a monosillabi… Ciononostante lei quella volta non venne. All’ultimo fece saltare tutto e io ne trassi un gran sospiro di sollievo: non ero ancora pronto per una specie di appuntamento al buio, un appuntamento realizzato con quello scopo lì, prestabilito. Dunque ringraziai Iddio per avermi concesso un altro po’ di tempo per abituarmi all’idea che mi sarei messo con una strana, strana come me, per cui adatta a me…

Ci fu poi un’altra occasione nella quale quella possibilità si ripalesò ma stavolta finsi io di essere occupato (se poteva farlo lei allora a maggior ragione potevo farlo io, no?). Così il nostro appuntamento combinato scivolò sempre più lontano a data da definire e presto cominciai a intuire che lei non era più tanto propensa a conoscermi, se mai lo era stata sul serio, pur non sapendo nulla di me, se non quello che loro le avevano riferito. Chissà cosa le avevano detto… Sicuramente che ero un tipo un po’ strano, uno come lei: un bravo ragazzo, un po’ sfuggente, con saldi principi, ma un po’ evasivo e strano. Questa era la visione che prevaleva di me, e chissà lei come dovette interpretare quelle loro parole, dato pure che già di per sé era strana di suo.

Tuttavia alla fine il destino volle farci incontrare e l’occasione fu una strana festa (non poteva esser altrimenti!) con un mucchio di gente proveniente da contesti ed età differenti in cui io rappresentavo la generazione più adulti (pensa un po’ te!). D’altronde forse, per lei, quello rappresentava un ambiente ideale per vedere chi fossi senza impegnarsi in nulla, dato la dispersione dell’ambiente. Così avrebbe potuto scansarmi quando avrebbe voluto qualora mi avesse trovato spiacevole. Ma figuriamoci se io all’epoca ero in grado di dare la caccia a qualcuna! Io! Ero troppo impegnato a sforzarmi a non fare brutte figure e a eludere le persone che si concentravano su di me con troppa abnegazione…

Comunque era davvero un locale strano quello. La padrona era una vecchia con l’aria acida e cattiva. Proprio non capivo come potesse essersi imbarcata in quel commercio, dato che si vedeva a occhio che detestava i giovani. Più tardi mi sarei fatto un’idea in merito, inquadrando meglio la situazione…

A quella festa arrivai per primo perché conoscevo intimamente il festeggiato. Così dovetti attendere l’arrivo della strana. Lei si presentò un’ora dopo con al fianco una sua amica molto normale e ben più spigliata di lei (di cui oggi non ricordo niente di niente e tutti hanno perso traccia).

Venimmo presentati e la strana mi guardò con uno sguardo neutro dal quale non si evinceva assolutamente nulla, zero zero carbonella. Le detti un bacetto delicato che non voleva essere troppo invadente. A ogni modo sono certo che in quel mentre pensò quello che pensai anche io: dunque era questo/a quello/a che mi volevano far conoscere, eh?

Capitammo seduti abbastanza vicini. Nessuno sapeva cosa dire, neppure il mio amico festeggiato. Neppure gente adusa a frequentare feste quasi ogni sera. Per fortuna vennero un po’ a ravvivare l’atmosfera due ottime sagome mie amiche i quali erano entrambi molto propensi all’ironia e alla rilassatezza, cioè il loro tipo di approccio era sempre votato alla pacatezza e al non risultare offensivi, per questo erano molto ben voluti da tutti. Con la loro presenza le cose andarono un poco meglio e anche la strana ogni tanto emetteva un sorriso divertito e forse un po’ furbo (un sorriso di superiorità?). Le rare volte che parlava sembrava che tutta la nostra combriccola si fermasse ad ascoltarla per vagliare con altissima attenzione i sacri verbi che essa aveva avuto la bontà di emettere solo per noi. Non diceva niente di che, però aveva una bella voce, bella bocca, belle labbra, bel viso e pensieri e occhi imperscrutabili. C’era sempre quella cazzo di sensazione che non mi abbandonò mai che lei non giocasse a carte scoperte, che da quelle, ma pure da altre parole, non si sarebbe mai potuto evincere cosa realmente le frullasse per la testa.

La serata andava avanti e io notavo che lei ogni tanto mi esaminava, gettava delle occhiate pesanti e interrogative nella mia direzione, cioè di pura curiosità per me (forse per tentare di inquadrarmi. Di certo mi percepiva diverso). Questo lo avevo capito e se da un lato mi faceva piacere poiché per l’appunto la strana mostrava interesse nei miei confronti, dall’altro mi dava fastidio perché coglievo nel suo modo di sondarmi qualcosa di non chiaro. Come se lei non fosse ne sarebbe mai stata disposta ad aprirsi davvero verso di me; come si stesse permettendo di scrutarmi con voracità, con uno sguardo maschile.

E poi un conto era esser riservati, un conto era tenersi tutto per sé non rivelando mai i desideri reali o i pensieri, come fossimo stati più degli animali piuttosto che altri esseri umani come lei. Ecco, forse mi guardava come fossi stato un cane mai veduto prima… Ma forse esagero io, perché altre volte invece percepivo bene il suo sguardo indugiare oltremisura per comunicarmi che mi stesse guardano, e volendo farmelo sapere…

Mi dissi che non si poteva andare avanti così. E per una volta feci l’uomo e le diedi quello che voleva, tutto in una botta sola. La guardai dischiudendo il mio sguardo limpido mentre lei mi guardava. Ci fissammo come meglio non potessimo fare, praticamente uno di fronte all’altra. E io guardavo solo lei, e lei guardava solo me. Fu qualcosa invero di molto bello. Perché io non la guardai con malizia e anche lei non si sentì di manifestarmi alcuna contrarietà. Fondemmo i nostri sguardi l’uno nell’altra. Ci toccammo sfiorandoci l’anima. Ce la carezzammo senza farci male.

Lei continuava a guardarmi. E io mi dicevo, ma che succede? perché non distoglie lo sguardo? Normalmente la gente si guarda per pochi attimi perché se si persiste a tenere lo sguardo fisso poi si può risultare opprimenti, invasivi. Ma lei non mollava, e ancora mi guardava, guardava, decisa, dritta nei miei occhi cristallini. E allora io continuavo, continuavo chiedendomi fin quando avrebbe continuato a farlo. Stabilii che non sarei stato io il primo a mollare.

Così andammo avanti per secondi. Non saprei dire quanti, ma a me sembrarono grossomodo una decina almeno (forse anche trenta). Poi mi accorsi che qualcosa in lei cedeva, franava, si ritraeva, diveniva spaventata. D’un tratto si vergognava di qualcosa. Ero tornato a essere un estraneo totale. Così fu lei a distrarre lo sguardo e allora io smisi immediatamente di fissarla…

Poco dopo uno di quelle due sagome di cui sopra, che aveva assistito alla scena, mi disse incredulo: ma che stavi a fa’ co’ quella?! non ve staccavate più! E io gli risposi: è lei che mi guardava!! io ho solo fatto lo stesso…

Comunque le avevo dimostrato di essere un uomo! E precisamente un uomo che credeva nella condivisione, purché si giocasse con le stesse regole per tutti. Se lei poteva fissarmi per tutto quel tempo, mi andava bene, però potevo farlo anche io. Quel mio modo di comportarmi rivelava molto di me…

Più avanti la serata languì mestamente. Non ci fu più modo di parlare (se quello si poteva chiamare parlare) con lei e con l’amica, e mi cominciai anche ad annoiare molto (cosa che mi accade sovente in feste organizzate male, nel senso che un bravo organizzatore non dovrebbe abbandonare gli ospiti a loro stessi, ma stabilire a priori qualche simpatico passatempo così da rendere la serata gradevole). Inoltre il cibo e le bevande erano scadenti (e difatti non saremmo mai più tornati là).

Ultima cosa da non sottovalutare, capii che la vecchia aveva pagato dei fascistucoli (=ragazzi con teste rasate e bomber, dichiaratamente di destra, con zucche vuote di sapienza e buoni valori, votati alla violenza insensata e gratuita) per fare una specie di servizio d’ordine. Quando me ne accorsi, io, capellone di sinistra che si vestiva estrosamente, mi sentii nauseato e fuori posto e spinsi affinché si abbandonasse la festa prima della sua conclusione naturale…

Non fu facile vedere ancora la strana. Difatti non si riuscì più a coinvolgerla in qualcosa di preordinato. Per incontrarla dovetti recarmi un giorno presso la sua facoltà.

Eccola là. Sì, era carina, sembrava più alta vista in piedi. Ma era anche più scostante e annoiata da noi di quanto non si fosse dimostrata nell’occasione della festa. Così stavolta, quando la cercai con lo sguardo, mi sembrò quasi disprezzarmi con noncuranza e prestissimo fece retromarcia e mi regalò la scena delle sue natiche (invero assai ben formate) che si allontanavano da me.

Ci rimasi malino. Era stata così fredda… quando invece alla festa aveva osato guardarmi per tutto quel tempo come tra di noi ci fosse stato, non dico del tenero (il che ovviamente era impossibile), ma perlomeno del desiderio di complicità, di conoscersi. Adesso invece niente. Io non le interessavo, né mai più l’avrei interessata.

Presto la strana abbandonò anche tutta la cerchia degli amici che avevamo in comune, non certo per colpa mia…

A vent’anni si hanno percezioni alterate della realtà. Ci si sente molto importanti ed egocentrici e si incontravano solo ragazze che non sapevano chi fossero e cosa desiderassero; esattamente come era per me, che però qualcosa in più su di me l’avevo capito, anche se ero prossimo a scoppiare o a cambiare, evolvermi, per diventare quello che avrei voluto e dovuto essere.

Mi domando la ragazza strana che fine abbia fatto… E come spiegherà a suo marito quelle pause, quel guardare e non parlare che ogni tanto le prenderà tutt’oggi. Chissà cosa penserà nel chiuso della sua coscienza la ragazza strana quando è sola con se stessa. O meglio, chissà se davvero ci sono dei momenti in cui avrà imparato a non esserlo, sola con se stessa.