Astruso intrico di gatto, ovvero Ambrosia


Ieri.

Eravamo fuori. A pochi passi da casa. Io, Nick, Bob e mia sorella Martha. D’improvviso si fece buio (anche se mancava ancora un’ora abbondante all’alba). Il cielo si annuvolò e cominciò a piovere sottilmente ma costantemente. I vicoli divennero labirinti oscuri nei quali anche gente esperta del luogo, come noi, faticava a raccapezzarsi.

Non sono mai stati illuminati dalla divina elettricità, questi nostri vicoli. No, non qui. Di qui non frega niente a nessuno. A parte a noi che ci abitiamo.

Mi sembra di scorgere una specie di lampo nel buio. Anzi sono due…

Adesso.

Guardo fuori la finestra. In alto. Sono già accovacciato per sviare eventuali altri sguardi indagatori. Dunque posso solo guardare verso l’alto, da dove però posso a mia volta essere avvistato. Ed è proprio questo che accade. Una giovane donna con lo sguardo truce mi nota immediatamente (chissà da quanto tempo stava buttando un occhio sulle mie finestre, la stronza)…

Una settimana fa.

Non credevo che scambiando due semplici chiacchiere con qualcuno avrei mai potuto mettermi nei guai nel modo peggiore di tutta la mia vita. Sono in strada con Martin l’elegantone. Non so neppure perché finiamo a parlare di Pap old-man. Eppure è così… Lui mi considera con il suo sguardo amichevole e mi fa la domanda diretta. Mi chiede se Pap old-man mi è simpatico. E io so invero che la sua non è una domanda normale, tuttavia faccio l’errore di rispondergli sinceramente…

Stamattina.

Ore cinque. Come al solito l’inquilina del piano di sopra si sveglia presto. È un’insonne zitella erotomane che per stemperare le sue insaziabili voglie suole eseguire bagni lunghissimi (sia d’inverno che d’estate) nei quali presumo cerchi di calmarsi con un escamotage o l’altro. Ma il brutto è che durano ore…

Ieri.

Mi dico che deve essere un effetto ottico causato dalla pioggia e dal buio a oltranza. Così mi appiccico a Nick, che mi è davanti. Non mi fermo fino a quando non lo intruppo. Pochi secondi dopo anche Bob e Martha mi intruppano a loro volta. Nessuno vede più un cazzo. Sembriamo davvero sprofondati nelle tenebre dell’inferno. E dire che almeno Nick e Martha, che hanno gli occhi chiari, dovrebbero vederci un po’ meglio di noi altri due… Mentre Nick mi manifesta le sue perplessità circa la direzione da percorrere (e io non sono capace di aiutarlo), quello strano fenomeno dei lampi nella notte si verifica nuovamente. Stavolta ne sono certo. Sembrano quasi sue faretti i quali però sono ad altezza marciapiede…

Adesso.

Mi ha visto. Eccome se mi ha visto. Ma chi era? Non l’ho mai conosciuta. Sono in un mare di sudore. Me la sto facendo addosso. Ma la mia interrogazione dura poco. Non ci vuole molto a capire che anche lei è della pula… Dunque anche da questo lato interno della casa mi tengono d’occhio. Il mio edificio è costruito in maniera circolare, in modo che ogni inquilino abbia delle finestre che danno sia sull’esterno che sull’interno del cortiletto. E io sono sorvegliato da entrambe le parti. Sono nella merda più profonda…

Una settima fa.

Dico a Martin l’elegantone che Pap old-man ha avuto un diverbio con me e che lo detesto. Lui mi guarda sereno. Sorride. Si tira su il cappello e mi fa: «Saresti contento se lo uccidessi per te?». È serio. Ma io la predo quasi come fosse un gioco e dico: «Come no! Faresti di me un uomo felice, Martin!», manifestandomi entusiasta. Lui si riabbassa il cappello e guardandomi diritto negli occhi mi dice: «Bene. Tra qualche giorno c’è il caso che questa cosa possa davvero avvenire. Facciamo così… Nel momento in cui apprenderai dai giornali o dalla tv della sua morte, dovrai chiamarmi a questo numero», mi passa un bigliettino, «e dirmi la parola di conferma “Ambrosia”. Ma solo dopo le ventitré del giorno in cui avverrà la sua morte, mi hai capito?».

Stamattina.

Ascolto i liquidi che copiosi discendono nella vasca della mia vicina come fossero cascate. Ma quanto cazzo ci mette a riempirsi, per la miseria?! E poi già so che, quando fra un paio d’ore tenterò di farmene una anche io, non ce ne sarà più perché la zitella ninfomane l’avrà consumata tutta per sé… Impreco nella mente e fatico a riaddormentarmi. Mi dico, lascia perdere che dopo ti sale l’adrenalina e non dormi più, e dopo a lavoro sembri un morto di sonno che di notte si dà ai bagordi. Quando io non sono così…

Alla fine raccatto la scopa che sta nell’angolo, la impugno dal basso e la batto forte sul soffitto per darle un cazzo di segnale di farla finita di consumare tutta quell’acqua. Già altre volte ne abbiamo discusso animosamente e lei lo sa già. Quindi è preparata e capisce l’antifona. Difatti, appena le batto dicendole «Chiudi quell’acqua, troia!», lei la chiude.

Ieri.

Nel frattempo mi si fa giorno nella testa. Quelli che ho definito “faretti”, altro non sono che un paio di piccoli occhi di qualche animaletto randagio, anche lui colto di sprovvista dalla repentina pioggia. Ma a giudicare dalla loro grandezza e dai movimenti felpati dell’animaletto, non credo che sia un cagnolino. No. È indubbio che si tratti di un gattino…

Adesso.

Gli altri sono tutti di là. Martha e Bob hanno raggiunto Nick, nella stanza che dà verso l’esterno. Sono tutti a bocca aperta ad ammirare l’assembramento dei poliziotti disposi in evidente azione di pre-intervento nell’edificio dirimpetto a noi, con i loro innumerevoli occhietti cattivi e pronti a tutto che puntano sulle nostre finestre… Nick prima non se ne è accorto che sono lì per noi, o meglio per me. Chissà se ora ha compreso che è un po’ sospetto che guardino tutti verso di noi. Io invece l’ho capito subito e in un attimo sono venuto in questa altra stanza…

Una settimana fa.

Io gli faccio di sì con la testa, felice. Neppure mi chiedo il perché di quella strana cosa che dovrei fare. Se davvero mi facesse il favore di togliermi dalla vista Pap old-man, credo che non farebbe un soldo di danno, dato anche che Pap è un vecchio mafioso che nel corso della sua vita ne ha combinate di cotte e di crude, e sarebbe ora che alla fine pagasse per tutte le malefatte compiute, una buona volta. Chiaramente io, che sono incensurato e non frequento giri malfamati, non potrei mai infilarmi in un’impresa simile, di farlo fuori, dico. Ma Martin l’elegantone invece no. Lui è uno che sta dentro a certe cose e certi traffici. E forse era solo questione di tempo prima che il nuovo che avanza fagocitasse il vecchio derelitto ormai buono per nulla, penso…

Stamattina.

Dunque la troia erotomane si dà una calmata con l’acqua. Ma poi però iniziano le protratte abluzioni approfondite, che sembrano dei perenni risciacqui che per l’appunto non avranno mai fine. E il brutto è che me la immagino tutta nuda e bollente che cerca di addivenire alla sua pace in quel modo, mentre magari con un’altra mano… Ma quel giorno almeno, per qualche motivo, si rivela fausto, e lei mi risparmia il solito tormento. Ovvero, pare accelerare tutte le operazioni di lavaggio ai livelli di una persona normale. Così, dopo cinque minuti, pare che abbia terminato. Intuirò solo dopo il vero motivo di quel suo cambiamento di programma…

Ieri.

Il gattino mi supera e finisce invero per farci strada, come se la conoscesse sul serio la mia dimora. Quando si volta indietro, torno a osservare quei suoi strani e affascinanti occhi risplendenti. Al momento sono le uniche luci che percepisco, a parte la furbata di Bob di tirare fuori l’accendino per rischiarare un po’ l’ambiente. Ma, tra una folata di vento e la pioggia, ne traiamo scarsi benefici.

Finalmente, guidati dal gattino, giungiamo a casa. Non è granché, ma per noi che ci transitiamo, e per me in particolare che ci vivo, è pur sempre la mia reggia. In fila indiana saliamo le rampe delle scale nello stesso ordine nel quale abbiamo marciato (il gattino è rimasto titubante al bordo del portone). Non siamo poi così fradici di pioggia.

Adesso.

Mi sistemo sotto lo spesso tavolino in legno. Ho il terrore che comincino a spararmi dalla finestra. Mi chiedo se il legno del tavolino sarà capace di preservarmi dai loro proiettili. Forse da quello comuni sì. Ma non da quelli speciali, perforanti, che hanno in dotazione. Senza contare i lacrimogeni (che non sopporto) o eventualmente le granate. Oddio, mi sento come un topo in trappola! È solo questione di tempo e loro verranno qui a prendermi…

Una settimana fa.

Martin l’elegantone si avvolge nel suo impermeabile vecchio stile, mi saluta con complicità (e io scioccamente spero che davvero avrà modo di dare seguito ai suoi termini di assassinio) e si allontana a piedi in pieno giorno. Di lui non saprò più nulla per giorni, né lo vedrò. Ma, agghiacciante, mi giungerà in seguito la notizia della sua azione. E poi da lì precipiterà tutta la situazione. Prima la sua. E poi di conseguenza la mia (che pure non c’entro nulla. È forse un reato desiderare la morte di qualcuno che altro non è che un essere ripugnante?!).

Stamattina.

Riesco bene o male a riaddormentarmi. Ma non so quanti minuti dopo (è ancora molto presto), vengo risvegliato da un sordo rumore come di effrazione. Il fracasso è così forte che mi procura immediatamente spavento. Sbarrò gli occhi con ancora l’eco di esso negli orecchi. Per un secondo mi chiedo se me lo sono sognato, ma non sono propenso a crederlo. Sembrava fosse stata forzata la finestra dell’altra camera (e in casa quest’oggi ci sono solo io). Ho timore di scoprire che un ladro si sia fatto sotto. Ma chi verrebbe mai a rubare in una catapecchia come questa? Giusto uno sbandato, un tossico, o uno in cerca di rogne…

Ieri.

Dopo aver offerto degli asciugamani e qualche bibita ai miei ospiti, se ne vanno approfittando del fatto che sia spiovuto. Ma prima noto uno strano fenomeno: il gattino mi entra dalla finestra, come fosse di casa. Me ne sorprendo e gli vado dietro con l’intento di respingerlo fuori. Ma Nick mi informa che era già entrato ieri e che lui gli ha offerto un po’ di latte. Inoltre mi fa osservare che, se non fosse stato per lui, il gattino, forse a quest’ora potevamo essere ancora zuppi in mezzo alla strada, totalmente persi. E io accolgo la sua istanza a favore del gattino e stabilisco che d’ora in avanti potrà entrare e uscire quando vuole. Gli do un po’ di latte e poi il gattino, così come era venuto, se ne va via.

Adesso.

Cerco di ragionare. Mi sforzo! Devo rimettere tutti i pezzi del puzzle al loro posto se voglio avere una minima chance di uscirne vivo. Primo. Il discorso delle granate e dei proiettili perforanti, dovrebbe essere fuori luogo. Perché loro sono qui per catturarmi presumibilmente. Però, qualora dovessi dimostrarmi minaccioso, non ho dubbi che non vedrebbero l’ora di trivellarmi da capo a piedi cosicché mia madre non mi riconoscerebbe più! Perché io per loro sono il capro espiatorio! E tra vivo e morto, sicuramente mi preferirebbero morto! Perché i morti non parlano!

Stamattina.

Alla fine però non mi muovo, un po’ per viltà, un po’ attendendo sviluppi. E forse faccio bene. Dopo qualche minuto odo altri rumori fugaci provenire dallo studio. Stavolta li ho individuati bene. Mi tocca alzarmi. Ho degli ospiti. Ho ancora nella testa i paranoici umori di ieri sera, con la terribile consapevolezza di aver compiuto probabilmente un passo falso effettuando quella chiamata, senza contare la storia di Martin. Così adesso sono terrorizzato. Devo trovare un modo di affrontare l’intruso (sono ormai certo che ce ne sia uno), oppure di farlo sfuggire, oppure fuggire io stesso….

Ieri.

Rimango da solo. Mi faccio un toast e mi metto davanti la televisione. Alle venti mi sintonizzo sul TG della VBC. E la prima notizia mi fa quasi strozzare con il boccone trangugiato in bocca: Pap old-man è stato ammazzato. Ne esulto. Ma in realtà più che altro ne rimango shockato. Mi ricordo di quella mezza promessa di Martin l’elegantone… Alla fine l’ha messa in pratica! Strano. Non me lo sarei creduto. Per questo me ne ero dimenticato. Non credevo che uno come Martin trovasse il coraggio di ammazzare un pezzo grosso come Pap old-man, uno che da queste parti ci aveva fatto le ragnatele per quanto tempo ci era stato, riverito e temuto (ma anche molto odiato)…

Adesso.

Sì, i morti non parlano, porca miseria! E sarò morto presto se non faccio attenzione a tutto quello a cui posso!… Ma che posso fare ormai?! L’unica cosa che mi verrebbe in mente sarebbe la fuga, ma ormai è impraticabile! Ho le spalle al muro!… Ragiona, ragiona, ragiona, cristo santo! Allora, dicevo, se avranno l’occasione mi faranno secco senza farselo ripetere due volte. Però io cercherò di non fare nessuna mossa falsa, per non dar loro adito a intervenire in siffatta maniera. Dunque mi catturano, okay? E dopo che succede? Mi incriminano per il delitto di Pap old-man, mi dicono che hanno numerose prove a mio carico e divulgano la mia cattura alla stampa, per farsi belli… E dopo che succede?!

Stamattina.

Malauguratamente non posso fuggire. La porta di ingresso è sulla strada per lo studio e finirei per incrociarmi con l’ignoto malfattore che si è introdotto in casa mia abusivamente. È da scartare pure l’ipotesi di affrontarlo, seppure abbia già afferrato la mia più cara amica (per un riflesso condizionato): la mazza da baseball. Mi rimane dunque l’ultima opzione: di far fuggire lui.

Sembrerebbe una mossa ardita, la mia. Ma Nick mi ha raccontato di questa tecnica e mi ha detto che funziona molto più di quanto si possa supporre… Indosso delle cuffie insonorizzanti e accendo la radio a tutto volume. Attendo qualche secondo. Mi sembra di udire qualche rumore di vetro rotto, ma potrei sbagliarmi per via del baccano e soprattutto delle cuffie che attutiscono i suoni. Dopo trenta secondi vado di là. Trovo evidenti tracce del passaggio di qualcuno. È tutto in disordine. E la finestra è aperta. Vorrei tanto credere che ce l’ho lasciata io, la sera prima. Ma non è così.

Ieri.

Ancora tramortito dalla notizia dell’uccisione di Pap old-man, riesco a risedermi in poltrona e finisco il toast (il cui sapore non riesco però a gustarmi). Ma nemmeno il tempo di mandare giù un sorso di birra che mi ricordo della promessa con Martin, la quale in parte riguardava anche me. Che cosa dovevo fare? Ah, sì. Dovevo effettuare una chiamata dicendo una specie di parola d’ordine. Che strana cosa mi ha chiesto di fare… E adesso che la dovrei fare mi sembra ancora più strana, senza senso. Ma non mi va di passare per uno che non mantiene la parola data. Mi reco al telefono. Poi mi frugo per cercare il bigliettino da visita che mi ha lasciato. Eccolo. Lo trovo nel portafoglio (meno male. Credevo di averlo smarrito). Ma prima di comporre il numero mi devo ricordare la parola da pronunciare… Mi concentro e la parola scaturisce naturale come se Martin me la stesse nuovamente pronunciando adesso, di fronte a me: ambrosia.

Adesso.

Credo di essermi pisciato addosso. Che vergogna se Martha o gli altri mi vedessero in queste condizioni… D’altronde lo spettro della morte non farebbe felice neppure loro, se gli comparisse davanti annunziando la loro prossima dipartita… Mi devo sforzare a riflettere, cazzo! È la mia sola occasione di uscirne vivo! Ma non ce la faccio a ragionare sapendo che il cerchio della polizia mi si stringe intorno sempre più stretto e ben presto saranno qui per prendermi! Allora… Supponiamo che finisco in galera… Poi che succede? Riflettiamo… Se davvero si andrà avanti col processo, nonostante le pesanti prove indiziarie, alla fine non ho dubbi che la mia innocenza verrà provata. Infatti, ho l’alibi che mi forniranno i miei amici. Per fortuna sto sempre con loro. Senza parlare delle prove che hanno in mano loro… A parte la telefonata al numero di Martin (se davvero era di Martin), non hanno proprio un fico secco su di me… E se pure potranno fabbricare all’inizio delle prove false che non faranno altro che avvalorare l’ipotesi della mia colpevolezza, non temo che, in un dibattimento processuale realmente giusto, tali prove verranno tutte a decadere una dopo l’altra, e rimarrà infine solamente quell’unica scellerata prova indiziaria della telefonata che feci a Martin…

Stamattina.

La mattinata finisce in modo brillante con la notizia che la polizia ha fatto secco Martin l’elegantone. Ciò è così incredibile! Mai Martin avrebbe accettato uno scontro a fuoco con loro e, semmai, non avrebbe avuto alcun problema a farsi beccare per giocarsi le sue carte in tribunale, con quel fior fiore di avvocati che si può permettere. E pure se infine lo avessero condannato, con i suoi agganci c’è modo da pensare che non sarebbe stato in gatta buia per più di cinque anni. E cosa sono cinque anni per uno in gamba come lui? La storia mi puzza assai. Da ieri accadono cose assai bizzarre…

Ieri.

Compongo il numero deciso a liberarmi dell’incombenza in pochi secondi. Ma chi mi risponderà? Lo stesso Martin? O forse qualcuna delle sue amanti? Non credo però che questo sia il numero di dove abita. No. E anche sul bigliettino da visita non è che ci sia scritto niente altro, a parte il numero. Non c’è neppure il nome di Martin. Dunque dove mi sta facendo chiamare e chi sto avvertendo (e che vuol dire questa “ambrosia”)?

Squilla tre volte e poi rispondono. Non dicono niente. Meglio. Così pronuncio quella parola, ambrosia. Poi riaggancio. Bene, è stato facile e indolore. Adesso ho sistemato anche la commissione con Martin. Mi rimetto seduto davanti al televisore. Passano trenta secondi. Nel frattempo avevo abbassato il volume per non aver problemi… Sento venire un suono dall’apparecchio telefonico appena utilizzato, come se dall’altra parte avessero appena attaccato.

Adesso.

Sarei dunque salvo una volta giunto al processo. Sì. Credo di sì. Ma il punto è proprio questo, adesso che ci penso. Io a quel processo non ci arriverò mai! Mi faranno secco prima! Adesso comprendo! Dunque non ho alcuna speranza! Mi assassineranno come fu per il presunto killer del presidente! Mi faranno sparare da un fucile di precisione durante uno dei miei spostamenti. O, ancora più semplice per loro, mi accopperanno dietro le sbarre, pagando un ergastolano che non ha più nulla da perdere e solo da guadagnarci, cazzo! Sennò sono così bravi a far sembrare che la gente si suicidi! Già mi vedo appeso al lenzuolo della mia stanza… Rammento di quella volta che ebbero la faccia tosta di sostenere che un certo tipo si era fatto centinaia di chilometri per raggiungere l’aperta campagna, per spararsi un colpo di rivoltella (essendo lui mancino) alla tempia destra. Per poi riporsi diligentemente la rivoltella nella cintura dei pantaloni! Cristo santo! Il mio destino è già segnato!

Ieri.

Mi reco all’apparecchio e controllo. Alzo il ricevitore e poi lo riabbasso. C’è linea. Alcune volte, se uno non riattacca subito, può isolare il telefono del chiamante. Non è il mio caso. Mi sto per dirigere ancora verso la poltrona, quando sento squillare il telefono. Lo fisso come presago di qualcosa di atroce. Insolito che mi chiamino adesso, penso. Mi chiedo se sia il caso di rispondere. Ma poi meccanicamente alzo la cornetta senza farmi troppe domande. Non sento niente. Ma in quel vuoto mi pare tanto di udire lo stesso vuoto del numero che ho chiamato prima. Resisto alla tentazione di dire “pronto”. La tensione diviene presto insopportabile. Nel frattempo anche dalla parte opposta non si ode un fiato. Alla fine, stremato nei nervi, attacco il telefono di impeto.

In che guaio mi sono ficcato?

Adesso.

Ripenso a Martin assassinato dalla polizia. Ne ho avuto notizia al notiziario della mattina. Da allora ho capito che potrei esserci anche io su quella lista della polizia. Per di più ieri ho anche fatto quella chiamata (e nell’ora sbagliata!) alla quale non so chi ha risposto. Sarebbe facile supporre che sia stata la polizia. Sarebbe l’accostamento più semplice da stabilire tra me e Martin, cioè tra colui che ha materialmente ucciso Pap old-man. Ma sono certo che lo svolgersi degli eventi che mi stanno risucchiando non sia così lineare. La vicenda è troppo più complessa di come pare, me lo sento nelle ossa…

Ieri.

Dopo aver attaccato però succede una cosa molto spiacevole. Il telefono comincia a squillare a più non posso. E anche se penso di non rispondere, chi sta chiamando sembra non avere alcuna intenzione di mollare. Non sopportando più quel martellamento molesto, decido di staccarlo. Almeno ne guadagno in sanità mentale.

Al televisore stanno ancora parlando dell’assassinio di Pap old-man. Ma mentre danno un servizio diverso, compare improvvisamente un riquadro con l’immagine di Martin, cazzo! Alzo l’audio e capisco. Sembra, da alcune indiscrezioni, che stia emergendo come il probabile esecutore materiale del reato. Proprio lui, Martin l’elegantone! E ciò mi fa raggelare. E non solo per la simpatia che ho per Martin, ma anche perché temo che, se beccano lui, potrei finirci implicato anche io. Ma perché mai dovrebbero prendersela con un incensurato come me? No, non so da dove mi nasca questo sospetto, mi rassicuro. Forse questi ultimi fatti mi hanno scosso oltremisura…

Adesso.

Tremo di paura. Ho infine compreso che non ho alcuna speranza. Eppure… c’è qualcosa che mi rode nella testa. Qualcosa che devo aver sottovalutato. Qualcosa che forse devo ancora assimilare. Qualcosa che potrebbe trarmi dagli impacci. Ed è qualcosa che, per quanto può sembrare strano, riguarda quel gattino che da poco si è palesato nella mia vita.

Lo so che sembra pazzesco, eppure il mio cervello è come se mi inducesse a pensare a lui in questi miei ultimi momenti di libertà, poiché forse, attraverso lui, passa una strategia per potermi salvare. Ma tale strategia dovrà però scaturire da qualcosa che ho trascurato, un piccolo dettaglio, una conclusione ancora non tratta, un minuscolo episodio ancora non riscontrato il quale potrebbe cambiare prospettiva a tutta questa vicenda… Se solo potessi afferrarlo…

Mi lacero la mente in ogni direzione cercando di individuare una scappatoia. E penso alla prima volta che ho veduto il gattino bagnato sotto la pioggia, ai suoi occhi riflettenti la scarna luce di allora. A quando Nick mi parlò di lui dicendomi che esso era entrato in casa anche il giorno innanzi a quello che io credevo. A quando l’ho visto oggi per l’ultima volta…

Ma mentre brancolo nei meandri della mia psiche sperando di orientarmici, ecco che l’oggetto del mio pensiero entra nella stanza dalla porta, lento, con i suoi passettini morbidi. Mi cerca, mi individua appollaiato sotto il tavolo e mi raggiunge. Miagola. Mi fissa. È come se mi dicesse: «Ancora non hai compreso?». E io cerco in quei suoi piccoli ma smisurati occhi il mistero di questa storia. Mistero che ancora mi sfugge, come sabbia tra le dita in un giorno di tempesta.

Ieri.

Cerco di seguire tutti i telegiornali con le notizie. Ma ben presto mi rendo conto che, più lo faccio, e più mi agito. A notte tarda decido di spegnere la televisione. Vado a letto spronato a dormire, qualsiasi cosa accada. Mi preparo i sonniferi. Ma c’è qualcosa che mi impedisce di non pensare a Martin… Ingoio un paio di sonniferi e mi avvio verso il mondo dell’oblio. Sto per addormentarmi quando mi ricordo di quella cosa fondamentale. Martin mi aveva detto di chiamare quel numero dopo le ventitré, mentre io l’ho chiamato alle venti. E me lo aveva pure sottolineato di non farlo prima. Normalmente ricaverei dalla scoperta una tale scarica di adrenalina che mi impedirebbe di addormentarmi, ma quei dannati sonniferi fanno il loro sporco lavoro ed è come se fossi ancorato a dei pesantissimi macigni che mi tirano giù nel Mare del Nord. Non so se questo sia più una fortuna o una sfortuna.

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