Tutta occupata


Mi recai da lei insolitamente di mattina. Non lo facevo mai. Ci andavo sempre di pomeriggio, quando mi prendevo una pausa. Sia perché di solito a quell’ora avevo sbrigato tutte le grane della giornata ed ero dunque più libero; e sia perché prima di mezzogiorno la mia faccia era gonfia e si doveva ancora compattare (insomma, per una questione di bellezza! Lo ammetto: volevo sembrarle più bello).

Ma quella mattina avevo un movente per recarmi da lei. E il movente era che il pomeriggio sarei dovuto andare via. Poi il giorno dopo sarei stato gravato da lunghe riunioni, e il giorno ancora dopo ci sarebbe stata quella festicciola. Dunque, se non l’avessi fatto quella mattina, non avrei più avuto modo di farlo. E quel mio dubbio che in quel momento avevo maturato l’idea di dover imprescindibilmente redimere avrei dovuto procrastinarlo di almeno due settimane, perché poi ci sarebbero state di mezzo pure le vacanze natalizie. Mentre io lo volevo capire subito se mi dovevo considerare dentro o fuori dalla sua vita.

In realtà già il fatto che non lo avessi afferrato poteva facilmente essere interpretato che non lo fossi, dopotutto, nella sua vita, che lei non mi ci volesse. Però lei era sempre stata così abile a manifestarsi alternativamente seducente, ammiccante, come pure annoiata da me e indifferente, che aveva sempre mantenuto in vita quella fiammella di possibilità, se non altro perché così le conveniva. Però io ero arrivato al limite e quel nodo lo volevo sciogliere nel modo più chiaro possibile. Io ero un maschio e non sapevo gingillarmi nell’ambiguità come molte donne avevo imparato che invece sapessero fare benissimo.

Dunque andai da lei, e lei si sorprese immediatamente della mia venuta, tanto che pareva che, anche se non me lo disse, ugualmente mi avesse posto quella domanda: «Come mai da queste parti così presto?!».

Quella mattina le sembrai un po’ più silenzioso del solito. C’era qualcosa a cui pensavo. Forse ero più torvo? Ma le sarebbe bastato attendere qualche minuto per comprendere tutto…

Sì, avevo un po’ paura, perché non sapevo come avrebbe potuto rispondere a quella mia domanda che le stavo per porre. E se ne avesse riso? Era una donna imprevedibile, che con una risata poteva facilmente radere al suolo il labilissimo orgoglio di un uomo, orgoglio costruito in anni e anni di delicate crescite personali ed emozionali. In realtà era una strega, ma io in quel periodo chissà perché la vedevo come una povera ragazza che passava un brutto momento e basta, che dunque andasse sostenuta.

A un certo punto le chiesi con un filo di voce che cosa faceva quel week end. E non scorderò mai come lei reagì. La sua faccia è ancora scolpita nella mia memoria. Sorrise mantenendosi in silenzio per svariati secondi. Era un riso in qualche modo esultante, ma con una sfumatura amara; un riso che voleva dire: «Alla fine ti sei deciso eh?!, scemo di guerra!».

Fu in quell’occasione che rammentai che una domanda del genere lei stessa me l’aveva posta più di un mese prima, con la tipica nonchalance che la contraddistingueva: in maniera da per poter poi facilmente ritrattare in caso di risposta negativa, o se l’avessi canzonata. Ed era stata così brava a chiedermelo… che non mi ero assolutamente accorto che mi stesse proponendo di uscire assieme! No, pensavo che mi avesse solo chiesto cosa avrei fatto… così, tanto per parlare e impicciarsi dei fatti miei! Per questo le avevo risposto banalmente che mi sarei dedicato alle attività che seguivo sempre (e chissà lei come lo aveva preso; forse aveva pensato che, la mia, fosse una chiusura).

Dopo aver esultato dentro di lei (perché alla fine avevo ceduto e glielo avevo chiesto!), le vidi dipingersi sul volto un’altra espressione che progressivamente crebbe fino a coprire l’altra. Pensò qualcosa del tipo: «Ma ormai è troppo tardi, bello mio! Dovevi cogliere l’occasione quando ti si è presentata su un piatto d’argento! Ormai mi sono già mossa!». Nella realtà mi disse (come a voler ribadire senza ombra di dubbio che la questione non fosse più minimamente trattabile): «Niente da fare! Per il week end sono tutta occupata!».

E non ci fu altro da aggiungere. Me ne andai di lì a poco immaginandola “tutta occupata”, in ogni momento del week end e in ogni suo orifizio.

Non passarono nemmeno quattro settimane che lei mi disse, durante uno scatto d’ira, senza motivo (e fu molto cattiva quando ciò accadde) che non dovevo più chiamarla al telefono (come se l’avessi bersagliata per mesi interi, quando invece l’avevo chiamata al massimo tre volte in tre mesi. E per due volte non mi era stato risposto).

Poi ci fu quel giorno che andò in crisi e che mi offrì la possibilità di venire via con lei. Declinai perché avevo già impegni (sennò che cosa sarebbe accaduto tra di noi?, mi chiedo).

Poi ci fu quella volta che le dissi che, una volta per tutte, volevo parlarle per chiare le cose tra di noi. Si erano infatti accumulate così tante ambiguità nel nostro rapporto (amici o spasimanti?) che avevo sempre lasciato andare (sperando che non ci fosse bisogno di precisare); ma ora urgeva che si mettessero una volte per tutte i puntini sulle “i”. Ciononostante quel chiarimento lei, pensandosi molto furba, lo eluse sempre.

Così infine decisi di cominciare a trattarla come lei mi trattava, senza più favoritismi. E dunque il nostro rapporto non poté che terminare fragorosamente, e con molto astio, e miseramente: perché, in verità, ero io il solo che lo teneva in piedi.

id: e8cv4OHXa4c

2 pensieri riguardo “Tutta occupata

  1. i tuoi racconti sono l’emblema della incomunicabilità che esiste tra uomo e donna…
    perchè in effetti spesso è così, questione di tempi sbagliati.

    nella prima parte si snoda in modo un pò contorto…qualche bisticcio con la consecutio 😉

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  2. …difatti l’incomunicabilità tra uomo e donna (in particolare) è uno dei miei cavalli di battaglia…
    per curiosità: quando dici qualche bisticcio con la consecutio, intendi che ho toppato qualche frase (che qualche volta capita… :-P)? in tal caso mi saresti molto utile se me le indicassi (ti confesso che è la seconda volta che mi dicono che toppo la consecutio, e vorrei scorprire l’inghippo… sarebbe grave per uno scrittore che si dica tale fare sempre gli stessi errori! mi devo cominciare a preoccupare?)… se invece intendevi solo avvalorare lo svolgersi un po’ contorto del racconto… è vero. è un po’ sveviano…
    🙂

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