Spain… on the road again

Quattro persone variegate (almeno nelle intenzioni degli autori del programma) e più o meno famose compiono un viaggio enogastronomico in lungo e in largo per la Spagna, come se fossero quegli inetti turisti arrivisti che sono, cioè si muovono un po’ per noia, un po’ per far vedere che loro all’estero si danno da fare, un po’ perché li pagano e dunque fingono di divertirsi e di riempirsi la pancia smodatamente…
Le persone in questione sono: un brizzolato e stanco uomo, probabilmente stitico, o gay, o tutte e due le cose, che dovrebbe essere quello sarcastico e cinico del gruppo; un simpatico ciccione obeso che dovrebbe fare invece la parte di quello arguto, il quale, nonostante l’evidenza del suo peso, rappresenta la tesi vincente che anche un cicciabomba può integrarsi nella odierna società civile senza alcun complesso di inferiorità (e ciò è così americano!); un’insipida e vacua mora capace solo di dire ovvietà, o anche panzane clamorosamente false, la quale in realtà è lì solo come nota di colore, per completare il quadretto delle altissime personalità presenti…; sì, perché essa fa da contraltare all’ultimo personaggio anch’esso donna, che in realtà è colei la quale avvalora maggiormente tutto lo scostumato baraccone, cioè nientemeno che Gwineth Paltrow in persona!, la quale si dichiara vegetariana convinta, anche se in pratica semplicemente non mangia carne ed approccia al mondo del cibo, come a qualsiasi altro aspetto della vita, con una logica consumistica di eguale feroce brutalità di come se non lo fosse. Chiaro?

Spain… on the road again è una serie di film per la televisione che chi ha nel sangue lo spirito del turista consumistico (che va in giro per il mondo bruciando tutto ciò che trova sul suo cammino) non deve assolutamente lasciarsi sfuggire!

Nemesis si sente chiamare

Era ancora primavera ma faceva molto caldo. Quell’anno l’estate sarebbe stata molto afosa, non vi era dubbio, pensò Nemesis uscendosene dall’ufficio subito dopo l’ora di pranzo. Aveva sbrigato le ultime faccende con la solita dovizia ed ora si poteva concedere la consueta mezza giornata di libertà che sempre capitava l’ultimo giorno della settimana (ma solo a patto che il lavoro fosse andato tutto liscio).
Nemesis era sollevato di potersi lasciare alle spalle le incombenze lavorative, almeno per qualche giorno. Ma poi, ultimato anche quel week end, sarebbe ricominciato il solito trantran e a lui quella prospettiva proprio non piaceva. Sentiva che dentro gli cresceva sempre di più una forza che lo spingeva a cambiare aria, abbandonare tutto, perché così come le cose procedevano non erano per nulla appaganti. Le soddisfazioni erano poche, i rapporti interpersonali superficiali (e anzi spesso doveva guardarsi accuratamente da non cadere vittima di un trabocchetto che qualche persona cattiva volesse tendergli); con le donne era un disastro: non ne imbroccava una e non gliene era rimasta neppure una accanto… Le sue ultime storie erano state tutte delle catastrofi il cui mesto destino (a ben vedere) era palese fin dalla loro fondazione, fin da quando erano sbocciate. Nemesis era stato tradito da tutte, dalla prima all’ultima, più o meno inopinatamente, anche da quella di cui lui aveva detto “no, lei non potrebbe mai pugnalarmi alle spalle, no lei non lo farebbe mai, seppure forse con un altro lo potrebbe fare, seppure in questa condizione sarebbe molto probabile che lo facesse sul serio, ma con me non lo farà”… Ed infatti, quelle furono le sue ultime parole famose, prima che anche lei gli devastasse il cuore con le sue bugie, le sue omissioni, i suoi rancori immotivati, la sua pornografia celebrale…
Così Nemesis era solo. Solo come un cane. Solo al mondo. Ed il mondo gli pareva popolato di un’infinità di creature di un’altra razza, le quali erano tutte prese in cose di alcun conto: o a fare soldi, o a trovare sempre nuovi modi per fottere, perché il loro credo era “fotti tu prima che ti fottano” e “se devi fottere, allora fotti bene e fai davvero male, che tanto gli altri fanno schifo e non avrebbero mai alcuna pietà nei tuoi riguardi e dunque… fotti, fotti e sfonda i culi così come i cuori… lasciali sanguinare a terra e se moriranno dissanguati, o se il dolore emotivo dovesse sopraffarli per sempre, non sarà colpa tua, perché il mondo non è fatto per gente debole o che si lascia fottere, ma è fatta invece per i fottitori. L’animale grande mangia quello piccolo (ma prima se lo inchiappetta per bene). È una legge di natura, no?”… Questo pensavano quei turisti che si aggiravano per le strade del pianeta terra assieme a lui e che ne condividevano gli spazi vitali, i quali però erano così diversi da lui… Erano un’orda barbarica di un’altra specie (seppure esternamente gli somigliassero molto); Nemesis non era e non sarebbe mai stato uguale a loro. E sarebbe pure morto pur di dimostrar loro quanto essi si sbagliassero su tutto e quanto lui li trovasse, a ragione, rivoltanti…
Nemesis se ne uscì dall’ufficio e ispirò l’aria calda. Gli parve caldissima perché la fetida e ammalante aria condizionata dell’ufficio (composta da particelle sempre della medesima aria riciclata, pregna di fumo di sigarette e sudore – lì da lui era vietato aprire le finestre –) era solitamente invece fredda, freddissima, di quel freddo innaturale che faceva per l’appunto ammalare (da quando Nemesis frequentava quegli ambienti gli era tornata quell’asma che da bambino aveva praticamente sconfitto, e anche molto più forte di prima, con violenti crisi che lo avevano messo in ginocchio rischiando di cagionargli una assai prematura morte).
Così, sopratutto quando faceva molto freddo o molto caldo (cioè quando vi era molto contrasto tra l’aria dell’ambiente interno e quella che si spacciava all’interno della sua azienda), non era inconsueto che una crisi di asma lo abbrancasse appena lui avesse messo piede fuori dai nefasti uffici dove invero l’aria era carica di smog ma almeno era aria vera e circolava.
In quella occasione però ancora non faceva così caldo da attentare alla sensibilità dei suoi alveoli. Nemesis prese distaccato la stradina periferica, nella quale preferiva camminare poiché in essa si incontrava poca gente, e comunque ben diversa da quei disgustosi capi di impresa e dirigenti affiancati dalle loro battone truccatissime su tacchi altissimi, quei tipi vecchi, vetusti, decrepiti, brutti, con le loro giacchette e cravattine, che guarda caso erano sempre accompagnati con donne di una certa bellezza (o comunque molto appariscenti), donne che si affaccendavano in qualsiasi cosa i vecchi ordinassero loro di compiere e che ridevano sempre alle facezie che essi, sicuri di loro, propugnavano, non rinunciando spesso alla volgarità, anzi abusando ripetutamente della volgarità più spinta. E quelle donnette, quelle mere puttane da giorno, avrebbero riso a qualsiasi loro fiato essi avessero emesso (da davanti come da di dietro), oppure li avrebbero guardati attente come fanno i cani con i loro padroni dai quali vogliono ottenere un bocconcino di carne succosa. Puttane e puttanieri… Nemesis trovava che fossero un’accoppiata perfetta. Che male c’era se quelle cose avvenivano sotto i raggi del sole, se ad entrambe le parti ciò stava bene? Cioè Nemesis non sarebbe mai andato con una puttana (seppure delle volte incontrasse qualche femmina di tale guisa che si mostrasse pura come non era e lo attirasse per un breve periodo nella sua tela di calze nere odorante di fregna; ma poi le cose andavano come dovevano andare e quell’unica e così innaturale attrazione non si compiva, poiché le puttane odiavano il connaturato candore di Nemesis, e Nemesis odiava il loro stomachevole meretricio).
Dunque lui non sarebbe mai andato con una puttana e nessuna puttana sarebbe mai andata con lui. Quindi era ideale che con le puttane ci andassero i puttanieri, che erano i perfetti sparring partner delle puttane, così come esse erano per loro (perché i vecchi puttanieri non sarebbero mai stati capaci di stringere un rapporto vero, basato sull’amicizia, sul rispetto e sull’amore con alcuna brava donna, e dunque si contentavano del mero sesso a pagamento – anche quando il pagamento non era comunque così evidente –, inebriandosi della bugia di essere stati così bravi da conquistarsi una vacca ben più giovane della loro età…).
Sì, i puttanieri potevano (anzi dovevano) andare con le loro puttane e regalar loro tutti i privilegi, favori, denari che avessero voluto. Solo che però, questo loro turpe scambio, non avrebbe mai dovuto gravare sulla collettività, andando a pervertire quelle sinergie che avrebbero dovuto conservarsi illibate ai loro sporchi traffici. Cioè, il vecchio si poteva scopare la segretaria e per quello mantenerla, se entrambi le parti in causa lo volevano, purché però il pappone non offrisse alla segretaria-puttana qualcosa che invece sarebbe toccato di diritto alla comunità, a qualcuna con più requisiti della collaboratrice pompinara. In pratica, se i vecchi ricchi avevano le mani in pasta nelle loro cose private e basta, potevano fare come più gli aggradava; se però si trovavano nel pubblico, l’abusare del loro potere sarebbe stato molto, molto grave, pensava Nemesis: ingiustificabile.
Nemesis prese la viuzza senza incontrare nessuno di significativo. Le poche persone che incrociò gli si pararono davanti come ombre pellegrine e gli sparirono subito dalla vista: non gli diedero alcun fastidio, tanto che gli sembrò di percorrere il marciapiede essendo completamente solo al mondo, essendo l’ultimo sopravvissuto della razza umana.
Si inoltrò per lo stradone ben più grande. Almeno era tutto in discesa (e la mattina, a fare la strada al contrario, era una faticaccia, ma ormai ci era abituato in fondo e non ci faceva più caso). Attraversò diversi incroci. Chissà perché gli rimase più impresso quello con l’edicolante… Ogni volta che ci passava davanti avvertiva una strana sensazione. E se da un lato provava pena per quel povero esercente che aveva l’edicola praticamente innanzi alla strada, e tutto il giorno doveva respirarsi quei fumi tumorali e non poteva lamentarsi con nessuno poiché era stato lui ad averlo scelto, dall’altro, una volta si era sporto a vedere che faccia avesse quella persona che lo gestiva ed aveva rintracciato la figura severa di una donna sui cinquanta, una donna con gli occhi azzurri come il ghiaccio, che quando lui aveva fatto capolino nel tabernacolo lo aveva ravvisato con disprezzo (sicuramente per via del suo aspetto fisico – Nemesis non passava mai inosservato e non esisteva gente al mondo che scrutandolo non lo disprezzasse, per la maggior parte, o gli fosse arridevole; in entrambi i casi credendosi cose su di lui che non era affatto detto che fossero vere, e che anzi non lo erano quasi mai -); nella sua guardata c’era stato qualcosa di molto scortese, ma anche di depravatamente lussurioso, come se lei fosse una cornucopia ricolma di ardente peccato infettante che non vedesse l’ora di mettere le sue sozze mani sul povero Nemesis, il quale, paragonato a lei, era un angelo di dio… E allora ci mancò poco che lei riuscisse a calamitarlo con lo sguardo dietro il suo bancone (dove infatti Nemesis aveva rinvenuto video e riviste tra le più oscene mai accertate), dove, in pochi movimenti, lo avrebbe fatto suo e gli avrebbe fatto assaggiare davvero il significato del concetto di “sporca corruzione dell’anima”…
Per questo Nemesis non passava più vicino a quell’edicola e preferiva superarla stando sul lato opposto della strada, quello sinistro. Eppure proprio lì dietro c’era piazzato un gelataio il cui gelato sembrava offrire una proposta di creme profumatissime e di tutti i colori. Presso quella vetrina Nemesis aveva più volte osservato giapponesi servirsene con gran gusto (mettendo per un momento da parte le loro tecnologiche macchine fotografiche): sui loro coni erano state apposte strane cialde (come fossero guglie di alberi di natale), di forme che parevano più dei ghirigori architettonici che delle mere biscottate per render più gradevole la degustazione… Eppure, anche quel negozio non era proprio di fronte alla grande strada trafficata asfissiata dall’inquinamento? Certo che lo era, come lo erano le vaschette di quel gelato di tutti i gusti e di tutti i colori che rimanevano schifosamente esposti per quattordici ore al giorno agli stessi fumi cancerogeni che respirava la depravata giornalaia… E dunque, quel bel gelato appetitoso, anche se aveva le fogge dello zucchero filato, era contaminato anch’esso, come tutto quello che si poteva rilevare lì intorno. E Nemesis, appurato tale ragionamento, trovò questo assai avvilente e sconfortante…
Ma tra poco avrebbe imboccato l’underground e non avrebbe più pensato a tutte le schifosaggini del mondo esterno. Nemesis era già a metà strada, anzi ormai gli mancava solamente di attraversare quelle due ultime traverse che incrociavano la via principale che stava discendendo, e poi avrebbe fatto il biglietto…
Ma prima di giungervi, quando stava per attraversare la prima volta, si sentì chiamare. Udì: «Nemesis!», ed era una voce bellissima che lo chiamava, una voce indubbiamente di donna, una voce che esprimeva tutta la stima smisurata e l’amore che si potessero avere per lui, una voce di donna che doveva essere sensibilissima, ma anche tremendamente accasciata, forse. Però quella fu unicamente la sua primissima impressione, perché dopo Nemesis pensò semplicemente che quella voce fosse solo perfettamente proba nell’esprimere il concetto di voler richiamare la sua attenzione su di sé, più di ogni altra cosa al mondo.
Quando la ascoltò letteralmente tremò (poiché non si poteva rimanere flemmatici di fronte ad una siffatta intensa esclamazione). Fece una specie di micro balzo di stupore ma non si voltò subito in cerca di essa. Infatti la voce era così insinuantemente tenue che pareva essere stata proferita appositamente affinché lui avesse potuto non udirla, come se la voce lo volesse sì richiamare a sé, ma non fosse compiutamente convinta di volerlo (forse perché Nemesis sarebbe stato troppo eccelso per lei?) – e se fosse stato invero il melodico miagolio di un gatto adattatosi misteriosamente a formare il suo squisito nome?
Nemesis proseguì il suo cammino lento chiedendosi se una voce del genere poteva essersela solo immaginata. Se davvero l’ho sentita, la voce ripeterà il mio nome, pensò. Altrimenti potrebbe essere che un curioso fenomeno uditivo mi faccia credere che qualcuno abbia pronunciato il mio nome quando invece esso non si sia mai verificato. Inoltre quella voce è così soave che non posso credere che in questo momento essa possa esistere e che si rivolga proprio a me, a me che oggi sono così triste e che vorrei proprio che una voce simile pronunciasse il mio nome, proprio come è avvenuto… Che me lo stia forse solo immaginando?, si chiese infine Nemesis.
Nemesis eseguì l’attraversamento della strada e si portò dall’altro lato. Ma in quel mentre si convinse che la voce era vera… Ma no! Non me la sono inventata!, pensò. Quella voce così bella, indubbiamente di una ragazza stupenda, so che mi ha chiamato. Ha chiamato proprio me, e me soltanto. Deve conoscermi. E quando mi ha visto passare non ha resistito ad implorare quello che deve essere sempre stato il suo unico amore segreto più grande e mai detto: me! Non vi è dubbio, deve essere così, poiché solo la voce casta di una ragazza pura che mi ama potrebbe pronunciare a quel modo il mio nome (che poi è così raro ed inusuale da proferire)…
Nemesis si fermò di scatto. Si voltò indietro e cercò l’origine di quella voce. Ma la strada dietro a lui era completamente deserta per decine e decine di metri. Non c’era nessuno. Allora, l’unica spiegazione, se davvero quella voce aveva mai pronunciato il suo nome, era che la fanciulla dalla quale provenisse si fosse celata a destra o a sinistra dell’incrocio appena oltrepassato. Così Nemesis tornò indietro per accludere anche quella visuale nel suo campo visivo. A sinistra c’era l’altro lato della grande strada e dunque non ci volle molto a vedere che anche da quel lato non capeggiava alcuna figura di femmina. Dunque, se essa c’era, doveva trovarsi a destra. Ma a destra, ancora, non c’era che il vuoto a fargli da eco. Per metri e metri Nemesis era completamente circondato dal vuoto e l’unica figura di donna che intravide distava almeno cinquanta metri da lui ed era lontanissima (e perciò non poteva trattarsi di lei).
E allora da dove proveniva quella voce?, perché ormai Nemesis si era convinto che c’era stata sul serio una voce bellissima che lo aveva chiamato e che avrebbe tanto voluto che lui la aiutasse o gli rivolgesse la sua eccelsa attenzione. Ma quella voce, a meno che non fosse stata portata dal vento, non poteva essersi concretizzata… Oppure… E se fosse stato il clandestino pensiero di qualcuna che lo amava e lo bramava oltremisura che, pensandolo così intensamente, praticamente avesse finito per invocarlo, cosicché anche lui, distante chilometri, infine se ne fosse accorto?… Però, se era così che erano andate le cose, la voce era stata brava a comparirgli innanzi ma non abbastanza a farsi riconoscere da lui, poiché, pur essendosi palesata, non gli aveva rivelato a chi potesse appartenere. Ma forse quello era anche logico, dato che una voce che sbuchi dal nulla, fottendosene delle comuni logiche della fisica, non poteva conservare anche la sua impronta vocale originaria e doveva confondersi più in un suono mentale archetipo che in una estrinsecazione vocale reale. E dunque Nemesis non avrebbe mai saputo quale fosse la donna sull’orlo del precipizio che quel giorno lo avesse implorato, come se quello fosse l’ultimo istante utile per lei per salvarsi, nel quale Nemesis, e solo lui, avrebbe potuto trarla fuori dagli impicci terribili che le attanagliavano l’esistenza tutta…
Nemesis entrò perplesso nell’imbocco dell’underground. E poi si chiese se per caso quella voce che aveva sentito non avrebbe potuto in fondo essere la sua… Che poi da un punto di vista squisitamente rigoroso era la conclusione più probabile da trarre, si disse ancora lui… Dunque era lo stesso Nemesis la persona che si amava e che lo reclamava e lo scongiurava di salvarsi lui stesso. A quell’inquietante pensiero Nemesis rimase attonito…
Quando arrivò a casa c’era ancora un bel sole che gli entrava dalla finestre. Così ebbe l’idea di tirare le tende (dalle quali però sarebbe continuato a penetrare un forte riflesso di luce) e distendersi sul letto, non prima però di essersi spogliato nudo (delle volte gli prendeva questa sua voglia improvvisa ed allora lui poteva rimanerne per svariati minuti, delle volte per ore, specialmente nella stagione calda, senza che sentisse il bisogno di correggere questa sua mania). Quindi, trovandosi da solo e completamente denudato, si eccitò rapidamente: gli passò per la testa l’idea di masturbarsi… In quel momento però sentì squillare il telefono, allora con concitazione si rinfilò i pantaloni e corse verso il ricevitore. Quando rispose, una strana voce che sul principio sembrò titubante gli chiese se lui fosse una persona che lui non era, quindi riattaccò. Ma a lui rimase invero un certo senso di agitazione perché gli parve che, in qualche maniera incomprensibile, la persona all’altro capo del filo sapesse cose lui stesse per fare…
Tornò a sdraiarsi sul letto, si tolse nuovamente i calzoni, ma quel fervore che prima aveva accusato era ormai irrimediabilmente dissipato. Con incomodo si rese conto che lo sconosciuto gli aveva guastato quell’eccitazione che ultimamente già da un po’ faticava a manifestarglisi. Rimase di cattivo umore, immobile, sul letto, a pancia sopra, con un braccio sulla fronte per parecchi minuti. Poi la luce nella stanza calò e prima ancora di avvertire un brivido di freddo si vestì e tornò il Nemesis svogliato di sempre. Cosa si sarebbe cucinato quella sera?

Una voce nella notte (film)

Film con Robin Williams che narra una terribile storia che incolla alla sedia dalla prima all’ultima inquadratura, girato quasi tutto di notte (e reso perciò ancora più angosciante).
Uno scrittore omosessuale (che si sta dolorosamente separando dal suo storico compagno) tiene una nota trasmissione radiofonica tramite la quale si è fatto molto conoscere ed apprezzare. È in crisi per via della fine del rapporto con la persona che negli ultimi anni gli è stata a fianco, così, per farlo riprendere e dargli qualcosa che lo coinvolga mentalmente, il suo editore gli parla di una storia atroce (che aspira a diventare un libro), di cui ha appreso dapprincipio tramite email, nella quale si narra della triste vicenda di un ragazzino che fin da bambino viene abusato dai genitori (e qui calano le tenebre…).
Lo scrittore si mette in contatto telefonico col ragazzino (che è molto malato perché ha l’aids) e presto conosce (sempre solo telefonicamente) anche la psicologa che lo segue e lo protegge dalla madre snaturata che ancora lo cerca ossessivamente per riportarlo da lei…
Trascorrono i mesi e lo scrittore diventa molto amico del ragazzino, però si rende conto che sia lui che il suo editore hanno preso per buono quello che il ragazzino e la psicologa gli hanno detto, senza avere la minima prova che avvalori tali fatti. Inoltre la voce della donna è molto simile a quella del ragazzino… Dunque decide di incontrarli per togliersi i dubbi che lo assillano…
Non vi rovino il finale che fino all’ultimissima scena lascia aperte diverse possibilità circa la vera conclusione del caso… oltre che una gran voglia di saperne di più circa una certa questione…

Un film insolito, imprevedibile, bellissimo, ispirato a fatti reali, girato bene, angustiante e che lascia il magone anche dopo la sua conclusione. Da vedere e recuperare.

Media e violenza

Quel simpatico paffutello di Michael Moore si chiede, in uno dei suoi ennesimi docu-film, Bowling a columbine, come mai nei USA ogni anno la gente ammazzata con le armi da fuoco sia uno sproposito rispetto a quella del resto del mondo… Quale oscura ragione ci sarà mai? Forse che lì l’accesso alle armi è estremamente comodo? Ma è ovvio che sia così! Però invero questo non spiega completamente il fenomeno, perché esistono nazioni analoghe (se non sbaglio il Canada, dove la gente va a dormire senza chiudere a chiave la porta di casa! Incredibile!) che anche loro hanno una legislazione in materia di armi molto simile agli USA. E allora quale altra importante componente ci potrebbe essere?
Michael Moore rintraccia una possibile concausa nella maniera (disonesta ed invereconda) nella quale i media pompano sempre sui fatti di criminalità, fomentando, ogni volta che si presenta un episodio criminoso, le paure recondite della gente e soffiando sul fuoco delle loro insicurezze…
E allora a me è venuta subito in mente la situazione televisiva italiana, che sempre più si sta avvicinando a quella americana (dove però faccio notare che, al contrario che da noi, esiste il diritto supremo alla critica feroce anche verso esimi esponenti pubblici, come ad esempio il loro presidente)… E ho ripensato alla “tv del dolore” (che in realtà è presente da secoli da noi), alle trasmissioni pomeridiane trash, a quelle che fanno credere di essere vere mentre sono costruite a tavolino per intrattenere il pubblico, alle trasmissioni caciarone nelle quali si litiga, e poi pure al modo di molti politici di interrompersi, urlare, dichiarare cose palesemente false; e ci metto parimenti in mezzo alcune trasmissioni di approfondimento che, pur parlando (almeno loro) di fatti veri, lo fanno in una maniera che sembra realizzata ad arte per provocare indignazione nella gente onesta (come me)…
E perciò la mia ultima conclusione è che i nostri impulsi violenti possono essere manipolati con estrema facilità: basta un attimo per accendere la miccia… Per questo bisogna per prima cosa pensare sempre con la propria testa. Poi il consiglio di contare fino a dieci prima di arrabbiarsi è sempre valido ed efficace… Insomma se vi dovete arrabbiare, fate in modo che la vostra reazione non sia originata da tecniche allusive degli altri (che magari è proprio questo che vogliono). Non date loro questa soddisfazione. So che non è facile a farsi, però è possibile. E l’ironia è la migliore arma che abbiate a disposizione per opporvi loro (magari facendo incazzare dunque loro)…

Le mie curiose patologie #3: occhi miopi a tempo

Sono (sempre più) miope e anche astigmatico (mi sembra che si dica così), cioè le mie pupille si dilatano e contraggono in una maniera non del tutto uniforme che intralcia un po’ la messa a fuoco degli oggetti.
Nonostante questo, orgogliosamente, fino ad oggi non ho mai fatto ricorso agli occhiali. Certo, se andassi ancora a scuola non mi potrei sedere all’ultimo banco altrimenti non vedrei la lavagna, però per tutto il resto devo dire che me la cavo abbastanza e non ho particolari problemi. Anche perché in verità il mio occhio sinistro, che ci vede solitamente meglio del destro, compensa molto l’handicap dell’altro.
Però, stranamente, non è sempre così. Per esempio mi è capitato sovente di notare come, appena alzato, quando la vista è normale che sia un po’ più annebbiata del solito, l’occhio destro veda meglio del sinistro! (come sarà possibile?!); oppure, altro curioso fenomeno, alcune volte, mentre nel pomeriggio sto leggendo alla bella luce del sole (ideale per tale attività, molto più della luce artificiale) mi succede di accorgermi che, similmente a quanto appena accennato, non sia più l’occhio sinistro il portante, cioè quello che deve sopperire alle mancanze del destro, ma il contrario!
Eppure solitamente l’occhio destro vede nettamente peggio del sinistro…
Credo che c’entri la pressione oculare…

Pessimi sogni (con gente che non conosco)

Lo ammetto. Alcune volte mi corico auspicandomi di fare qualche bel sogno pregno di suggestioni, in modo che immancabilmente la mattina dopo si trasformerà in un racconto bizzarro con persone che conosco… Trarre una novella da un sogno mi è molto più semplice che scrivere un racconto normale, infatti in tal caso solitamente è come se il racconto si scrivesse da solo ed io dovessi solo affrettarmi a dispiegarlo sul foglio prima che mi svapori dalla mente… Alcune volte lo stimolo originante è così labile ma irrinunciabile che lascio da parte qualsiasi altra cosa che posso procrastinare e mi dedico a quello e solo a quello, a ciò che sarà il mio ultimo parto. Ricordo ad esempio di quella volta che giunse il mio primo sogno di fantascienza! Ero così eccitato (ed il sogno era così complesso e sfaccettato) che dovetti affrettarmi ad appuntarmelo, ma una volta fatto ciò non mi bastò: dovevo scriverlo prima che potessi dimenticarmi le influenze migliori e quell’atmosfera così strana di cui era pervaso. Così mi misi alla scrivania alle 8 di mattina e andai avanti filato, con delle pause solo per il gabinetto e per il pranzo (le quali furono fondamentali per mettere a punto una storia che fosse maggiormente coerente rispetto a quella strampalata iniziale), in modo che arrivai fino alle 8 di sera, dopo aver scritto una dozzina di pagine fitte fitte (e venne fuori un bellissimo racconto)…

Ultimamente però, sono un paio di giorni che non sono più così fortunato, e già pavento che la mia prima crisi creativa sia dietro l’angolo: infatti tutti i sogni che faccio, per la prima volta in vita mia, sono banali e inutili, con persone che non conosco (come fossero tutte assimilabili a manichini inanimati, o come se fossi orfano di ogni affetto), per nulla avvincenti e sopratutto (forse perché sono così mediocri) tendo a cancellarli subito dalla memoria e dimenticarli per sempre… Inoltre spesso neppure ci compaio io! ed è come se assistessi ad uno scialbo spettacolino televisivo di nessuna utilità!!!
Che cosa mi starà succedendo? Forse sono un po’ depresso? Mah! Solo il futuro potrà dirmi se questa tendenza continuerà oppure finirà. Ad ogni modo conosco dei trucchetti per fare dei sogni interessanti (ma vorrei non arrivarci, perché dovrei applicare tecniche pericolose e non consigliabili che somigliano al condizionamento psichico ;-)… come quella di leggere qualcosa di interessante prima di addormentarmi, – meglio un fumetto di un libro, poiché stimola di più la materia grigia – oppure addormentarmi pensando ossessivamente a qualcosa…).

Ultimamente le cose che scrivo non mi sembrano per nulla buone. Non c’è fuoco in esse. Non c’è quella passione incredibile che non so con che pazienza potevo distillare fino a poco tempo fa… che cosa mi accade? Il flusso si è interrotto?
Ma no che non si è interrotto…

La manovra fiscale

Un mese fa qualcuno di loro giurava e spergiurava che la manovra fiscale fosse adeguata e dunque inattaccabile ad ogni critica (che se fosse giunta sarebbe quindi stata del tutto in malafede)…
Oggi, dopo le pressioni internazionali, si sono dovuti riunire per vararne un’altra molto più “lacrime e sangue”… Ergo prima, come al solito, ci avevano detto un mucchio di fregnacce (come continuano a dircele sempre)…

Gente che finge di aver smesso di fumare!

…Esistono! Lo giuro! Ed io (ingenuo) ho anche fatto loro i complimenti per aver smesso di fumare (affermando che stimo chi sa ammettere i propri errori e sa porvi rimedio, ma ammonendoli pure che se però ci fossero ricascati li avrei giudicati molto molto male, anche peggio di prima)… E loro sono stati zitti e si son presi i miei complimenti…
Ma poi ho scoperto che era solo una finta! Un’insulsa finzione, come solo certe persone sanno fare…

Smoke this! ?

La tramandatoria transumanza dell’odio

Ero nell’ora di pausa pranzo: lo rividi dopo anni. Era lo stesso di sempre ed ormai sul suo volto si era dipinto quel persistente malanimo di delusione e di disprezzo verso quasi tutto quello avesse intorno (anche io appartenevo a quel suo regno marcescente, e presto me ne sarei accorto).
Lo colsi di sorpresa da un lato. Lo salutai calorosamente, a volergli dimostrare che per me non era cambiato nulla, che i nostri trascorsi assieme lo accludevo nei miei incancellabili amici di sempre. Ma per lui non era così. Contrasse il viso in una smorfia di sofferta felicità artefatta, fece un passo indietro, non riuscì a guardarmi negli occhi (e rammentai che quello era sempre stato un suo manifesto difetto, come se avesse da nascondermi chissà quale peccato) e se avesse potuto fuggirmi da sotto lo avrebbe fatto subito, ma non poteva.
Lo rassicurare con le facezie del caso, mostrandomi tranquillo ma anche per nulla incalzante o troppo invadente: mi sarei preso quello che mi avrebbe dato e non mi sarei lamentato. E lui mi diede poco, ma colsi sul suo volto il dubbio che forse io davvero ero quello che non si era mai creduto: ero diverso da tutti gli altri e per questo puro e immacolatamente migliore. Forse era vero tutto sommato, sì forse io non gli avevo mai fatto nulla di male in fondo e il fatto che non mi fossi fatto più sentire non voleva significare che lo disprezzassi o che avessi voluto liberarmene (inoltre lui aveva sempre ignorato che invero ci fu un periodo in cui lo cercavo spesso ma nel quale lui non era disponibile, e fu proprio allora che avvenne quella cosa che mai ci saremmo creduti entrambi e che in un modo o nell’altro segnò un valico oltre il quale il nostro rapporto divenne più avaro da entrambe le parti e non fu mai più lo stesso, infatti precedentemente, in una maniera o nell’altra, aveva retto l’urto degli anni, i cambiamenti di umore, di carattere ed aveva anche superato i notevoli mutamenti che sempre trasformano le persone adolescenti negli individui che saranno per il resto dei loro giorni).
Ma no, infine era troppo radicato e sedimentato quel sentimento di odio che lui provava per me (ed era quell’odio che una volta era stato amore viscerale, quel sentimento che solitamente si prova solo per persone del sesso opposto al nostro, o comunque per persone del sesso che ci piace). Così mi accorsi di non esser riuscito a convincerlo. Per farlo avrei avuto bisogno di più tempo (inoltre non ero sicuro di potergli dare di nuovo tutte quelle attenzioni che mai gli avevo dedicato e che forse lui sarebbe tornato a reclamare; questo credo che lo capimmo entrambi. Così dovemmo accontentarci di una specie di patta senza troppo spargimento di sangue emotivo rancoroso.
Era in compagnia di una tipa che lo incalzava per andare poiché per loro era tardi e dovevano rientrare; la tipa non mi fece tutta questa impressione: sembrava una di quelle troppo attaccate al lavoro e ansiosa, un po’ come lui forse, il quale però ero riuscito ad irretire per lunghi minuti oltre il suo consueto trantran dilettivo… Io invece ero con il mio amore più grande, la gioia più alta e perfetta, la musa e la Madonna, la santa e la rivoluzionaria, ero con la donna migliore che avessi mai incontrato in vita mia e, anche se non sbandieravo la mia felicità al mondo, sì, posso dire che fossi felice…
Quando lui se ne fu andato (non trovammo il tempo neppure di presentarci le rispettive compagne decentemente, ed entrambi definimmo le nostre compagne come colleghe di lavoro – non seppi mai se la sua era qualcosa di più – ) dovetti chiarire chi fosse alla mia partner e amante. Un vecchio amico di infanzia, tra i più vecchi in assoluto tra coloro che ancora ogni tanto incontro, le dissi, uno che per un periodo fece parte dell’unico gruppetto di amici fissi che ebbi durante l’adolescenza… Poi le dissi anche quella cosa che la lasciò assai pensierosa, ma non perché la turbai (poiché mi sapeva incapace di atti cruenti e crudeli), ma perché cercò di assegnarle una spiegazione senza tuttavia riuscirvi: le dissi che ultimamente me lo ero stranamente sognato un paio di volte, e la prima volta mi moriva ai piedi ed io non provavo niente per lui e dovevo sforzarmi di manifestargli una scadente emozione di cordoglio, ma anche di partecipativa voglia che si riprendesse, rassicurandolo circa questo (quando sapevamo entrambi che non sarebbe affatto stato così). Poi lui mi dava una foto e un incarico da eseguire ed io, almeno in quello, mi mostravo utile perché lo avrei portato a termine…
Nel secondo sogno invece addirittura lo avevo talmente tanto a dispregio che (caso unico nella mia vita!) mi immaginai addirittura di dargli la caccia per ammazzarlo con le mie mani, poiché non sopportavo più la sua brutta facciaccia da vittima designata, oltre al fatto che non fosse mai felice e risultasse invece sempre triste…
Questo le dissi, mentre rientrammo in ufficio e lei ne sorrise (in una maniera non cattiva), così come feci del resto io… Quel mio amico non lo vidi più…
Alcuni anni dopo mi ritrovai nello stesso luogo di allora, ma ero solo e nella mia vita molte cose erano cambiate. In verità mi sentivo sempre lo stesso, forse un po’ più smaliziato e amareggiato, però sostanzialmente identico ad allora. Le cose che principalmente erano mutate appartenevano sopratutto alla sfera delle persone. C’era stata un’emorragica ecatombe di persone importanti e alcune ancora mi mordevano la testa per la sofferenza ed il rincrescimento che ne provavo. E più di tutte era lei, quella che allora fu il mio santo amore, ad avermi angustiato quasi fatalmente, che non riuscivo a portare a compimento (cosicché potessi liberarmene), che non riuscivo a dominare nel mio cuore e che ancora mi risboccava le ferite che mi aveva lasciato…
E quel giorno incontrai proprio lei, e fu lei a cogliermi di sorpresa come quella volta io feci col mio antico amico. Mi salutò abbastanza apertamente (soprattutto calcolando che non ci vedevamo ormai da anni e che era lei che non aveva risposto agli ultimi tentativi che avevo fatto per comunicare). Pareva sinceramente felice di rivedermi, sembrava gradevolmente meravigliata della lieta circostanza (eppure era stata lei a scavare quel solco che ormai era una voragine nella quale tra l’altro mi aveva fatto affondare!). Mi salutò addirittura mettendomi la sua bianca mano (sempre stupendamente linda) sul braccio e destando necessariamente la mia attenzione. Ed io mi voltai verso di lei e non potei credere che avesse il fegato di salutarmi come se niente fosse, ignorando che la sua dipartita volontaria dalla mia vita era stato il mio dolore più prominente di tutti i tempi, quel dolore che erano anni che dovevo ancora superare, che non potevo mettermi alle spalle poiché lei era quell’angelo che mai avrebbe dovuto tradirmi eppure l’aveva fatto, esattamente come tutte le diavolesse meretrici che avrebbero dovuto essere le sue e anche le mie nemiche giurate, poiché noi eravamo il bene, gli onesti, i puri, mentre tutti gli altri rappresentavano la fanghiglia malevola e olezzante del creato… Ma non era più così e qualsiasi cosa ella fosse divenuta, mi aveva lasciato solo a combattere la mia battaglia solitaria e mesta… Aveva abbandonato il campo di battaglia e per di più lo aveva fatto perché sapeva che io sarei rimasto per sempre avvinto lì, e dunque, se non voleva più incontrarmi, allora doveva essere lei a cambiare aria, così come effettivamente fece, la santa sgualdrina bestemmiatrice della sua bellezza e della sua più vera essenza; bestemmiatrice di me e del nostro soave amore che fu…
Tuttavia il trascorrere del tempo almeno aveva reso la mia faccia ed i miei sentimenti talmente duri ed incancreniti che mi risparmia lo spettacolo di farle una pubblica scenata, o del non essere in grado di fronteggiare la sua presenza (per me sempre così fondamentale e unica luce nella mia vita) come persona adulta.
La mia faccia arcigna la guardò con freddezza, come quasi avessi udito la voce di un moscerino che in più disprezzavo (e questo era evidente). Non le risposi e mi limitai a squadrarla come non l’avevo mai fissata, come un essere di alcun valore e di cui non mi importava più nulla. E lei accusò limitatamente il colpo (ma nulla di me avrebbe potuto mai procurarle quello che lei aveva dato a me, di questo non mi feci alcuna illusione, poiché lei era troppo più forte, adusa alla falsità e più vecchia di me per farsi cogliere in castagna da un mero idealista utopistico quale ero io, e dunque non mi si sarebbe mai prostata in ginocchio a chiedere perdono trasudando languide lacrime calde di vergogna e patimento… No, quello era da escludersi…).
I suoi bellissimi occhi di giada le si appannarono in una delusione mitigata, di chi in quel momento comprende e ricorda la propria colpa e tuttavia non ci può fare niente. Ma la sua era più una pena per me (che invero mi fece impazzire di rabbia ma che non le mostrai) che un genuino rincrescimento per come si era comportata. Cioè, forse era vero che in parte si sentisse colpevole, però una come lei, che da sempre era abituata a rimuovere chirurgicamente ogni sorta di supplizio le potevano procurare i suoi (per questo) sopiti sensi di colpa, non si sarebbe mai convertita pienamente al mea culpa battendosi il petto, dischiudendomi le vesti e lasciandomi vedere che attraverso quei suoi seni orgogliosissimi di amante ardente ma glaciale ci fosse un cuore che ancora era capace di amare colui il quale ero io (ma anche un altro può darsi mi sarebbe bastato: tutto avrei accettato pur di sapere che la sua abiura aveva una logica, una spiegazione, una marea più forte di quella che poteva essere la mia, la quale l’aveva risucchiata via e dunque davvero la rendeva immacolata, poiché non poteva essere rea se la natura ci aveva messo il suo zampino improcrastinabile ed incontrovertibile e l’aveva gettata nel pozzo della follia amorosa per un altro).
Tentò di fare conversazione e si rigovernò. In un attimo fu interamente schermata ad ogni forma di vago rimescolio provocato da me e divenne di pietra inscalfibile. Dovetti infine soccomberle e articolarle due delle paroline più insulse che potei. Con tono vacuo e ondulatorio la aggiornai delle mie ultimi vicissitudini, senza tuttavia rivelarle una sola parola che potesse essere realmente pregna di giustezza, o che difatti la appassionasse.
Poi avvertii l’urgenza di andarmene: non ce la facevo a starle accanto come ai vecchi tempi, quando tutto era gaio e arzillo, ora che invece la mia realtà si era trasformata nel suo esatto contrario. Allora divenni un po’ nervoso, manifestai impazienza e con gli occhi presi a vagare altrove, in qualsiasi posto dove non avrei incontrato i suoi, che sapevo però sempre fissi su di me e occultamente misericordiosi per la mia misera condizione odierna. I suoi occhi come fari che scoprii che lanciassero immutata quella luce di cui la sapevo capace… I suoi occhi così vili anche nel momento della commozione poiché io conoscevo la sua macchia ed era stato per essa se io allora mi ero ridotto in quella maniera biasimevole e reticente…
Stavo per dirle che dovevo avviarmi, ma il garzone del negozio mi venne in soccorso e finalmente si fece vedere. Così potei concentrami per un po’ su di lui… Ma lei, con quel suo sorriso da incorrotta santarellina, riuscì ad intrufolarsi anche in quel discorso e apprese del segreto libro che cercavo, ed io mi sentii del tutto denudato poiché da quello lei carpì quali fossero le segrete passioni che mi albergassero nell’anima, e ciò era molto di più di quanto avrei mai potuto esprimerle a parole.
Fui costretto mio malgrado a discorrere con lei su quell’autore e quel libro… Disquisizioni che mi pesarono come macigni e che mi costarono assai. Poi la sua faccia si fece di falena e, mentre ancora mi sorrideva, fece quella cosa nella quale era una maestra impareggiabile e infine mi lasciò (per fortuna blandamente, senza contatti fisici e tanto meno appuntamenti per – solo dichiarati – inalienabili rendez vous futuri da consumarsi teoricamente a breve, i quali però non si sarebbero mai davvero avverati).
Così lei se ne andò e a me rimase quel dubbio atroce che forse fossi stato io ad esagerare, a non capire, a chiudermi nel mio orgoglio da animale egocentrico, che lei non mi avesse mai fatto quella cosa così grave come io ritenevo e stragiuravo che fosse avvenuta… Forse era ancora quella santa amante che mi ero sempre figurato? Forse era stato mio, in definita, il peccato d’orgoglio, l’unico peccato di orgoglio che si fosse mai frapposto tra di noi cagionando l’irrecuperabile fine di quel rapporto tanto trasognato che mi aveva fatto credere che la felicità sulla terra potesse esistere…
Ma come poteva essere? Cercai di ravvisare l’origine di quei suoi comportamenti che ci avevano progressivamente allontanati e confesso che per qualche attimo fui preso dal panico perché non me ne ricordai nessuno… Ma poi rammentai, rammentai eccome, e allora ricordai quelle sue dimenticanze inspiegabili, le omissioni che nascondevano bugie o situazioni dalle quali lei non era in grado di districarsi, e sopratutto il suo silenzio, usato come arma, la più spregevole e codarda delle armi, poiché ad esso sarebbe seguita la separazione e lei mi sarebbe divenuta irraggiungibile, sempre più irraggiungibile fino a quando io non potei più toccarla, ne per carezzarla né per schiaffeggiarla… E poi il suo negare ostinatamente l’evidenza nonostante le prove la schiacciassero oltremodo…
No, non potevo essermi sbagliato su di lei, su colei che mi sfuggiva anche nei sogni, lei che era l’unica che non potessi afferrare neppure nel reame onirico tanto essa era arcigna da valicare e raggiungere nella realtà.
Così me ne andai imprecando verso di lei per l’ennesimo dolore che mi aveva donato, chiedendomi come potesse esistere un essere umano di siffatta inafferrabile natura, una donna capace di lasciarti spietatamente e pugnalandoti alla schiena, eppure, qualora ti rivedesse, di mostrarsi quasi autenticamente dispiaciuta se lei, proprio lei, è stata la causa del tuo ingiusto male e lo sarà sempre, poiché la sua colpa è inestinguibile e neppure dio gliela potrebbe perdonare.