Il destino di Cristina


È il giorno del funerale. Sono più stravolto di quanto potessi immaginare. Sapevo che l’emozione mi avrebbe preso, ma non credevo così forte. E dire che ieri sera, pensando quel che mi attendeva, mi ero pure accusato di essere un ipocrita falso e di non aver nemmeno mai amato Cristina. Ma sono momenti… Momenti in cui il nostro cervello paralizza la concretezza e la verità perché altrimenti… potremmo farci del male da soli. Troppo male.

La chiesa è gremita. Tutto il quartiere si è cinto intorno alla piccola bara di Cristina. Non erano poi molti gli amici che aveva, ma è ovvio che in situazioni di questo tipo la gente si senta in dovere di partecipare, anche solo per essere vicini alla famiglia (già, quale famiglia?) e per dire: lei abitava qui, quindi era una di noi. È in circostanze come queste che la gente si ricorda di avere delle appartenenze comuni e di essere tutti fratelli…

Ci hanno pensato i nonni a scegliere una bellissima bara mogano lucente. Non so come si possa, quando si è sconvolti dal dolore, poter e dover pensare pure a queste cose pratiche ed estremamente pragmatiche. Ma chissà, forse impegnarsi in queste attività può anche essere in qualche modo di ausilio.

È da stamattina che mi rimbomba nella testa quella canzone sull’America. Lo stereo che ho nel capo me l’ha messa su al massimo volume, e non accenna a togliermela. Quella canzone che per me aveva sempre assunto un significato disimpegnato e catartico, perché in realtà parla di piacere sessuale in modo esplicito, ma che oggi, per via di quella parolina (“America”), avrà tutt’altra accezione e forse mi verrà in mente ogni volta che farò l’amore in futuro (se ci riuscirò ancora)… Come se me ne facessi implicitamente una colpa che non sono in grado di rimuovere?

Ma io in questa storia ho delle colpe? Teoricamente dovrei rispondermi di no. Che cosa c’entro io se Cristina è morta mentre era su un volo che la portava in America per una vacanza-studio? Certo, messa così sono completamente innocente. Ma le cose non stanno proprio in questo modo. Ed io sono colpevole. Colpevole eccome di non averle dichiarato mai quanto l’amassi. Chissà che, se l’avessi fatto, lei, per qualche strana congiuntura, quel viaggio non l’avrebbe mai compiuto.

Mi sono posizionato a metà della chiesa. Non mi andava di mettermi davanti, come a dimostrare tutto il mio affetto per lei: perché non c’è bisogno che io lo faccia. Tutti sapevano quanto ci volessimo bene e fossimo uniti. Anche se nessuno comprendeva quanto (forse neppure io fino a ieri, e forse neppure la stessa Cristina). Non abbiamo mai parlato di questo argomento. Per noi era tabù. Ed ufficialmente lei era solo una ragazzina diciassettenne come le altre, ed io un volontario che spesso le dava una mano con i compiti: uno che aveva imparato a conoscere bene e al quale voleva indubbiamente bene. Io ero quello già adulto, con otto anni più di lei…

Otto anni… Quante volte mi sono interrogato se fossero troppi per noi, se potessero essere una barriera invalicabile per il compimento della nostra storia d’amore. Ed ogni volta mi sono risposto che, sì, erano troppi. Almeno per il momento. Ma quando lei avrebbe compiuto diciotto anni, allora sarebbe diventata maggiorenne e allora io… noi… avremmo potuto lasciare che le cose andassero come sentivamo che potessero andare.

Ho conosciuto Cristina quando lei aveva sedici anni, e posso dire di averla subito trovata diversa, speciale, dolcissima: per certi versi molto più matura della sua età (per via dei numerosi patimenti che le è toccato vivere per colpa di quei suoi genitori cattivi ed egoisti); per altri fragilissima come una sottilissima e rilucentissima lastra di vetro smaltato. Questa era Cristina. E tutto ciò vuol dire che mi innamorai subito di lei…

Ricordo quell’estate che ci ritrovammo praticamente da soli, io e lei all’oratorio. Io, lei e i suoi compiti per le vacanze. C’era una strana ed eccitante atmosfera di fermento nell’aria, ma anche di potenziale e spropositato errore… Ad ogni istante sentivo crescere l’attrazione per lei e pensavo continuamente che presto l’avrei baciata. Invece lei, da quella contiguità improvvisa, pareva averne ricavato una insolita calma (lei che era logorroica di natura e cercava sempre di convincermi a lasciar perdere i suoi compiti per giocare a qualsiasi cosa… Se solo avessi saputo… allora l’avrei accontentata. Solo adesso mi rendo conto del poco tempo che dedicammo ai suoi amati giochi).

Che cosa pensavi Cristina in quei momenti? Perché, mentre io ribollivo, tu sembravi esserti calmata ed aver estinto le tue numerose vivacità? Forse gioivi segretamente di poter rimanere tutta sola con me? E forse anche tu pensavi che, prima o poi, ti avrei baciato, o avresti potuto farlo tu, perché tanto nessuno all’infuori di noi lo avrebbe scoperto, e nessuno ti avrebbe mai fatto una colpa di un bacetto innocente scambiato tra amici.

L’unico modo che trovai per allontanare tentacolari pensieri lussuriosi da me fu quello di alzarmi in piedi e camminare avanti ed indietro, fingendo di pensare a cose mie, o che dovessi sgranchirmi, mentre con lo sguardo mi confermavo che in giro non c’era nessuno (ma, se per caso avessi visto qualcuno, lo avrei sicuramente attirato là con noi, per non cadere preda dell’insinuante tentazione).

Comunque fu quell’estate che presi la mia decisione. Dato che l’attrazione per lei avvampava come un incendio alimentato dal vento, stabilii di attendere che lei avesse raggiunto la maggiore età. E solo dopo si sarebbe visto come e se le nostre aspettative avrebbero combaciato.

Il prete attacca la sua filippica retorica e le sue parole, per quanto di circostanza, mi trapanano il cuore e mi costringono in ginocchio. Trattengo i singhiozzi a malapena. Sono felice di non avere intorno nessuno che mi conosca (anche se in verità, in questo momento, sono talmente distante dalla realtà che, se pure ce l’avessi, non me ne accorgerei) che non sarebbe mai capace di consolare il mio smisurato dolore.

Ripenso ad una delle prime volte che la vidi, quando lei, per conoscermi meglio, mi domandò se avevo la ragazza. Ed io le dissi nitidamente di no (ma ora mi sovviene che forse mi volle chiedere conto di quel giorno in cui Francesca “la gatta” si volle strusciare su di me, non so per quale motivo, forse per dimostrare agli altri che poteva avere chi voleva… E chissà Cristina cosa si era immaginata…). E, quando io le chiesi se c’era uno che le piaceva, lei mi rivelò il nome di un certo Roberto (verso il quale ebbi subito una punta di invidia), che però, a suo dire, neppure la guardava (e lo disse malinconicamente) perché la riteneva brutta (mentre per me già era bellissima! «Che idiota che deve essere quel Roberto», pensai). Ed un pomeriggio ebbi anche modo di conoscerlo, poiché passò in chiesa per fare una partita a pallone. Era un tipo di altezza media (diciamo pure bassino), uno come tanti, che non sapeva parlare bene l’italiano (e per questo si esprimeva a monosillabi); però, quel suo cappellino sfrontato che portava al contrario, unito ad una fitta serie di caratteristiche da ragazzino fico, ammetto che potesse esercitare una qualche sorta di fascino in una ragazzina che ancora non poteva sapere cosa fosse un uomo (come pure essere una donna, come era giusto che fosse).

Quando mi parlò di Roberto mi parve sincera. Però questo non toglie che amasse anche me, e che per me non potesse provare un sentimento molto più profondo di un’infatuazione. D’altronde tutti quanti hanno o hanno avuto un amore, no? Anche io, per esempio, quando la conobbi ancora pensavo ad una stronza che si era presa gioco di me, ma questo non mi impedì di innamorarmi di Cristina…

Il sacerdote (purtroppo) non può fare a meno di accennare al modo straziante in cui è morta (e mi riparte la canzone sull’America, con un assolo scatenato di pianoforte che spazia in ogni centimetro del mio animo). Cristina aveva preso l’aereo per recarsi una mesata in America. Nei suoi piani avrebbe imparato l’inglese ed avrebbe anche conosciuto una importate realtà politica e sociale del mondo: gli Stati Uniti. Nei suoi piani si sarebbe divertita e quando sarebbe tornata sarebbe stata una settimana intera a parlarmi di tutte le cose incredibili che aveva veduto (e forse mi avrebbe proposto di tornarci assieme l’anno venturo). Non poteva sapere, la povera Cristina, che suo padre l’aveva seguita per ammazzarla. Quel padre che lei non aveva mai conosciuto e di cui non serbava alcun ricordo, dato che si separò da lui all’età di due anni. Quel padre pazzo tornato per estinguere tutto il ramo della sua famiglia. Il folle, si seppe dopo che, prima di seguire Cristina sul volo transoceanico, aveva scannato la sua passata moglie (la madre degenere di Cristina, colpevole ai miei occhi di averla sempre considerata come una figlia indesiderata e di averla appioppata ad i nonni, probabilmente perché la figlia gli ricordava troppo quel marito brutale con il quale si era lasciata) ed il suo nuovo bambino.

Quando furono a metà viaggio e non avrebbero potuto atterrare agevolmente da nessuna parte per soccorrerla nel migliore dei modi (quel folle aveva lucidamente programmato tutto!), il padre di Cristina tirò fuori un taglierino dalla tasca del soprabito, la prese alle spalle (che vigliacco!) e le recise nettamente le arterie della gola, cosicché lei divenne come un agnello sgozzato al macello. Poi si accanì inferendole altri colpi alla pancia, ma anche sui seni. E per due volte gli si ruppe il taglierino in mano, e per due volte lui cambiò presa e continuò nel suo insensato massacro.

Quando fu fermato era ormai troppo tardi per tutto… Cristina era morta (almeno mi dissero che la sua agonia non fu molto lunga) ed era stata crivellata una dozzina di volte. Poco dopo, tra atroci dolori, perì anche lui (infatti l’alienato si era avvelenato subito prima di compiere quel suo gesto sconsiderato).

Tuttavia io avrei preferito se fosse sopravvissuto… Così avrei potuto aspettarlo quando sarebbe uscito dal carcere, e poi lo avrei assassinato con le mie stesse mani… Invece così… non mi rimane neppure qualcuno sul quale concentrare il mio odio. C’è solo un’infinita amarezza ed uno spasimo insanabile che ho idea che non mi abbandoneranno mai…

La funzione finisce dopo un tempo indeterminato (e la canzone sull’America sta ancora girando nella mia testa): avrebbe potuto durare in eterno e non me ne sarei accorto. Ci sarà un breve corteo fino al cimitero, che è qui vicino. Mi muovo meccanicamente con gli altri. Seguo la processione. Neppure mi rendo conto di quello che faccio. Mi tornano in mente dei flash di Cristina che mi rendono il mio tormento ancora più penoso (tuttavia li devo ancora mettere a fuoco, li vivo come un’allucinazione).

Incontro Clara. Anche lei volontaria e anche lei che conosceva Cristina, anche se non bene come me. Non mi fa le condoglianze. Pensa che io provi quello che prova anche lei. Ed infatti è un po’ sorpresa che pianga come un bambino o una fontana rotta. Camminiamo per tutto il percorso muti. Io continuo a pensare ossessivamente a Cristina. Quando Clara mi si accosta mi è lampante che mi dirà qualcosa. Ed io sono felice che almeno mi parlerà di qualche sciocchezza che mi allontanerà momentaneamente da quel senso di morte insindacabile che mi pervade da ore. Ciononostante, purtroppo, mi riporta laddove non avrei voluto esser condotto.

«Certo, che morte orribile quella di Cristina. Uccisa da suo padre, che praticamente non ha mai conosciuto… Su un aereo che la doveva portare a divertirsi… È stata davvero sfortunata la poverina…»

La sua pietà non mi giova. Riattacco a piangere a sussulti. Lei almeno capisce che deve tacere, e forse per la prima volta la sfiora l’idea che tra me e Cristina ci sia stato molto di più di quanto tutti sapevano. Me la perdo per la strada. Non mi dispiace. Meglio stare da solo. Non vedo l’ora di rimanermene da solo per poter grondare tutte le mie lacrime fino a quando non me ne resteranno più. Voglio perdermi nel dolore e diventare il suo signore incontrastato. Voglio essere l’essere umano più triste sulla faccia della terra e voglio essere immediatamente riconoscibile da tutti per la mia mestizia. Voglio che tutti sappiano del mio martirio, oppure che si scordino di me e di quello che sono stato e che non sarò mai più. Perché Cristina non tornerà più.

Assisto impotente al momento in cui la sua bara viene calata nella fossa. E quello (non so perché) mi dà la scossa. E allora mi dico «Ma che ci sto a fare ancora qua?». Sento che Cristina non trarrebbe alcun piacere a vedermi logoro mentre mi dolgo e mi struggo fin quasi ad annientarmi. No, lei si arrabbierebbe e mi direbbe di reagire, la mia dolce Cristina…

Per associazione di idee ripenso all’unica volta nella quale litigammo. Fu un mese fa. Il motivo fu molto sciocco: lei parlava, parlava e non voleva ascoltarmi. Allora io le risposi male, e allora lei si offese che io mi ero offeso. E quella giornata non ci rivolgemmo più la parola. Ed anche il giorno dopo lei continuava a tenermi il broncio (come pure io). Ma, non so come, riuscii ad astrarmi e ravvisare dall’esterno quello stupido frangente nel quale ci eravamo impelagati. Così cambiai faccia e lei se ne sorprese. E poi le dissi con un’espressione idiota:

«Vuoi continuare a pensare di aver ragione e sbattermi il tuo brutto muso sulla mia bella faccia per il resto della mia vita?!»

Ero ovviamente notevolmente ironico. E lei fu molto colpita dalla mia frase, e per un momento non seppe se andare fuori di zucca ancora di più oppure perdonarmi completamente, poiché sdrammatizzando la nostra lite avevo posto la prima pietra per sanarla.

Dunque mi rispose con una delle sue prese di posizione nette che testimoniavano che non si faceva mettere i piedi in testa da nessuno.

«Per primo, sei tu che hai il brutto muso e io la faccia bella…», fece una pausa per elaborare una nuova strategia di controffensiva, «E poi sono io che ho ragione e tu torto! Quindi farò finta che tu mi abbia chiesto scusa e la finiamo qua!», mi disse orgogliosa spingendo in fuori il petto (prima misura). E poi ricominciò (come se si fosse svegliata da un lungo sogno) ad essere quella di sempre, e allora ripronunciò il mio nome con quell’intonazione nel modo in cui solo lei poteva…

Oddio! Non ascolterò più il suono della sua voce mentre mi invoca… Enunciava il mio nome sempre come se fossi un gran signore che potesse donarle qualcosa di prezioso… Non incontrerò mai una come lei che si rivolgerà a me a quella maniera… Mai più.

Sprofondo nell’angoscia più cupa. Passo ancora nei pressi della chiesa, che adesso è quasi deserta poiché sono tutti al camposanto. Però Luca non ci è andato, o forse è sgattaiolato via prima che tutto finisse, proprio come me. Luca è coetaneo di Cristina. Mi si avvicina lento con un mezzo sorriso in volto. È chiaro che lui non mi parlerà di Cristina. No, il suo cervello è troppo preso da sue situazioni private (ma non gliene faccio una colpa). Inoltre i miei occhiali scuri devono coprire molta parte della mia sofferenza: quindi non è che lui sia un insensibile, è solo sincero ad affrontare la vita per come se la sente…

Dai suoi occhi azzurri chiari che brillano di luce sprizzante capisco che mi deve dire qualcosa, qualcosa alla quale tiene. E che lo imbarazza.

«Ciao, proprio te cercavo. Volevo chiederti un consiglio… Umm parere… su di una certa cosa che mi domandavo… cioè…»

Si blocca, arrossisce. Alla sua età pure io ero così impacciato. Lo incoraggio.

«Avanti, ti ascolto. Parla liberamente. Sai che di me puoi fidarti e che rimane tutto tra noi. Che problema hai?»

«Non è proprio un problema!», si affretta a specificarmi, ma è evidente che mente.

«Bene. Se non è un problema tanto meglio.», sto al suo gioco per tranquillizzarlo. E lui si beve che non starò sull’allerta per vagliare ogni singola intonazione ed indecisione che avrà la sua voce e dove e come guarderà quando mi dirà certe cose.

«Si tratta di… beh, sesso… È normale alla mia età, no?»

«Normalissimo, certo. Vai avanti… Chi meglio di me?»

Sorride nervosamente.

«Già chi meglio di te! Ah! Ah!… Sai, solo adesso mi rendo conto che da quando ti conosco non ti ho mai visto con una fidanzata…», considera. Ed è vero. Ma cosa dovrei dirgli? Che amavo troppo Cristina per cercarmene un’altra? Me la cavo con una battuta sempre valida.

«Se vuoi dirmi che questo fa di me un omosessuale, ti dico preventivamente che siamo amici ma il culo non te lo do…»

Ride di gusto…

«No, no! Non oserei mai… Uno come te…»

«Insomma, questa cosa? Sbrigati che devo andare a casa…»

Parla in fretta. Non vuol correre il rischio di non potersi più confessare con me.

«Sì, sì… Allora supponiamo che un mio amico… Anzi, il mio è un dubbio molto generico… Non esiste nessuna persona coinvolta in questa faccenda, chiaro?… Allora, io mi chiedevo ma… si può esser sicuri che un preservativo faccia il suo mestiere e preservi la cosina della ragazza davvero? E se si rompesse? Che cosa accadrebbe? No perché uno mi ha detto (non ti dico chi) che a lui una volta è capitato che il preservativo era bucato, ma se ne è accorto solo dopo, quando ci ha fatto un gavettone ad un altro…»

E si ferma. La sua storia surreale non sta in piedi, ed utilizzando il traduttore che ho messo insieme negli anni trascorsi con i giovani, le sue parole vogliono dire che probabilmente teme di aver messo incinta una tipa. Ma di chi si tratterà? Luca è un tipo timido e dalle sue mosse avrei dovuto accorgermi facilmente se avesse perso la testa per una ragazzina…

Me lo prendo sottobraccio (così gli impedisco di darsela a gambe).

«Ascolta, Luca. Se quello che penso è vero, allora forse la tua inesperienza ha agito su di te facendoti essere poco sagace… Ma non è detto che tu sia in grossi guai. Ci sono tante cose da tenere in conto in queste faccende: se lei prende le sue precauzioni,» (ma dalla sua faccia capisco che non è così) «il suo periodo di fertilità, il potere seminante dei tuoi spermatozoi…» (mettendogliela così vedo che si rilassa: crede che sia meno probabile di quanto aveva pensato di aver ingravidato quella con la quale ha fatto l’amore) «Tuttavia, affrontiamo la situazione da persone civili e mature. Non è necessario ridurre tutto a grida e strepiti (che immagino comunque avverranno, almeno in parte, quando i vostri genitori sapranno quello che avete combinato)».

Luca fa una faccia dispiaciuta (ma è anche esterrefatto che abbia intuito tutto). Cerca di farmi un complimento, sperando che la mia clemenza gli risulterà utile anche con le relazioni che intratterrà con le altre persone coinvolte.

«Ti ho sempre ammirato per la tua assennatezza… Sei grande… Se non ci fossi tu…», mi dice (e sarebbe anche tentato di abbandonarsi a qualche lacrimuccia commossa ma si trattiene, o meglio lo incalzo io).

«Immagino che sia tardi per quella cosa che si chiama pillola del giorno dopo, vero?», mi annuisce, «Quindi rimangono due sole possibilità…». Ma prima di prospettargli l’aborto, o che diventi padre a diciotto anni, penso sia il caso di portarlo in un luogo dove potranno essergli più esplicativi di quanto non possa risultarlo io… «Prima di arrivarci però ti accompagno subito in un consultorio gratuito che si occupa di dare questo tipo di informazioni agli adolescenti pieni di ormoni come te… Ah, e anche alle loro giovani compagne… Anzi, sarebbe meglio se ci andassi proprio con lei la prossima volta… A proposito, di chi si tratta?»

Luca sorride in una smorfia e abbassa gli occhi. Non me lo dirà. Poi mi guarda con un’espressione del tipo “Ti prego! Non costringermi a rivelartelo!”.

Mentre ci avviamo scorgiamo Lucrezia con i suoi boccoli d’oro che pare spiarci da dietro un albero. Quando si accorge che la vediamo si ritrae come una topolina, ma poi si riaffaccia per cercare il volto di Luca… Vuoi vedere che lui e lei, zitti zitti… Luca nel frattempo è divenuto paonazzo. Così non c’è bisogno di aggiungere altro. E allora me li immagino assieme quei due, ed in fondo suppongo che sarebbero una magnifica coppietta. Sono entrambi dei bravi ragazzi (un po’ inesperti), sono bellocci e hanno un tipo di bellezza simile, tanto che paiono fratello e sorella (seppure lei sia più languidamente femminile di quanto lui potrà mai essere virile). Eseguo un balzo nel tempo e me li figuro tra qualche anno, sposati… Luca avrà un paio di baffetti che spunteranno impudenti dal labbro superiore (forse se li sarà fatti crescere appositamente per sembrare più grande); Lucrezia invece diverrà rapidamente donna, come fanno tutte le ragazze quando hanno dei bambini, ed allora indosserà scarpe rosse con il tacco che i suoi esili piedi abituati alle le scarpe da ginnastica non avranno mai saggiato…

Sì, saranno felici, me lo sento. Saranno felici come avremmo potuto esserlo io e Cristina, anche se per noi sarebbe stato diverso, perché ci sarebbero voluti diversi anni prima che quegli otto anni di differenza sarebbero diventati nulli… Può essere che piacessi a Cristina anche per questo motivo: perché ero più grande di lei. Forse lei da un ragazzo voleva che le facesse anche un po’ da padre. E io non sarei riuscito a ricoprire quel duplice ruolo; comunque come fratello maggiore non avrei avuto problemi.

D’un tratto è come se il fantasma arridente di Cristina mi sia limitrofo e mi scorti. E allora capisco che lei non mi abbandonerà mai e sarà sempre con me. La mia Cristina non morirà… La mia Cristina…

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