I giorni dell’organizzazione nella lotta al Grande Fratello


Da quando c’è stata l’ascesa del Grande Fratello noi illuminati siamo tutti piuttosto depressi, o spenti. Ma io ho ancora tanta rabbia in me e, se un giorno cadrò, venderò cara la pelle…

Poi un dì succede quello che non ti aspetti, un caso incredibile, che ha del paranormale: io e Giovannone ci incontriamo nel negozio di Francesco, ma, come se non bastasse, anche Leonardo, che mancava dal paese da secoli, fa la sua ricomparsa trionfale sulla scena politica. E appena ci vediamo, vengo quasi alle lacrime… Quanto mi è mancato Leonardo, sopratutto in questi tempi oscuri in cui la menzogna e la calunnia la fanno da padrone e nei quali i vecchi egemoni sono tornati in auge ed in grande spolvero, e, con un lento ma costante lavoro di corruzione, sono infine arrivati a fuorviare le fondamenta della Democrazia, della Libertà e della Giustizia; e la situazione ormai è così grave che siamo quasi sull’orlo della guerra civile, nella quale però loro sarebbero decisamente i più forti, dato che ampie fette di popolazione sono state così soggiogate, corrotte e rese ignoranti, che molti popolani sono dalla loro parte e, pur accontentandosi di qualche ruberia e sapendo di essere al di fuori della legge, reputano pure di non essere nel torto marcio! Ridicolo!

Con Leonardo facemmo solo le scuole elementari assieme, ma questo non faccia pensare che non lo conosca come le mie tasche. No, perché Leonardo è sempre stato un puro ed un integerrimo, uno di quelli con gli occhi limpidi e che si sarebbe potuto scommettere che avrebbe sempre tenuto un comportamento dignitoso e retto (eh! È un uomo di una volta! Oggi non li fanno più così). Da bambini io ero gracilino (ma già turbolento) mentre Leonardo era un gigante buono e taciturno che ispirava fiducia e tranquillità. Ricordo che per un periodo mi capitò di essere preso di mira da certi figli di papà imparentanti con fascisti importanti… Così una volta mi capitò di passare un brutto quarto d’ora. Quattro di loro (si sa che i fascisti sono per definizione dei prepotenti e dei vigliacchi e che attaccano solo se si sentono forti, mentre, se temono di prendere le botte, se la danno a gambe levate) praticamente mi imprigionarono nei bagni della scuola. Io avevo capito subito l’antifona ed ero sicuro che non mi avrebbero lasciato andare prima di avermi dato una delle loro umilianti lezioni. Sapevo altresì che potevo contare unicamente sul fatto che qualche mio compagnuccio di classe notasse l’insolito prolungarsi della mia assenza e mi venisse a cercare. Cioè avevo ben poche possibilità che un egocentrico bambino pensasse a me piuttosto che ai suoi compiti o ai suoi trastulli (e ancora mi turbo se ci ripenso ora, mentre all’epoca ero così incosciente)…

Insomma, non sarei mai uscito da quella situazione se non fosse stato per Leonardo. Infatti d’un tratto si sentì un rumore di passi pesanti ma calmi, e sull’uscio dell’entrata del bagno comparve Leo, con quella sua immutabile espressione quasi da “pace dei sensi” dipinta sul volto. Allora accadde che il capo di quei teppistelli valutò se gli convenisse prendersela pure con lui oppure lasciarmi stare. Era pur vero che loro erano quattro, mentre noi saremmo stati solo due, ma l’imponente Leo già allora valeva almeno per due (almeno…); quindi quell’equivalenza non doveva sembrare troppo vantaggiosa al vigliacco, che infatti sembrava soppesare mentalmente i pro e i contro ai quali sarebbe andato incontro.

Ma poi mi sembrò che nella sua mente circolasse anche l’idea di cosa sarebbe accaduto se si fossero ritirati immediatamente senza menare neppure un colpo… Che cosa avrebbero pensato i suoi subordinati-schiavetti? Forse avrebbero iniziato a mettere in discussione la sua autorità. Per questo, alla fine, quel bambino (già decisamente nazista) decise di andare contro Leo. E allora gli disse (cercando di fargli più paura possibile):

«E tu che vuoi?! Vattene subito, sennò son dolori pure per te! Sciò! Fila prima che le prendi!»

E Leo rimase immobile come un ebete e si concesse solo il lusso di sbattere una volta le ciglia: gesto che poteva essere interpretato come se dicesse loro «Ma che volete da me? Io non ho fatto niente…», e quindi come un evidente sintomo di debolezza, quando invece (lo scoprii solo mesi dopo, quando compresi meglio i furori che si agitavano nel coraggioso petto di Leo) lui l’aveva fatto apposta per sembrare più mite di quanto non fosse, per tendergli una trappola, per farli credere forti quando forti non erano…

Il capetto mi lasciò perdere (mi aveva già quasi messo le mani addosso) e si diresse con fermezza verso Leo (e i suoi devoti pecoroni fecero lo stesso). Ma quando il tizio fu prossimo a sganciargli un pugno, vidi il braccione di Leo partire come un treno e schiaffeggiare sonoramente la gota (che si fece subito fosforescente) del tipetto codardo, e subito dopo (con una velocità che non gli avrei mai concesso, con la stessa mano con la quale lo aveva colpito) gli prese il collo e cominciò a stringerglielo forte. E quello pareva un gattino nelle fauci di una tigre (la quale non gli sarebbe stata per nulla favorevole).

Così il coniglio cominciò a piangere e a scongiurarlo di don fargli male, mentre gli occhi di Leonardo erano mutati e si erano fatti accaniti ed implacabili come quelli di uno che conosceva l’odio nei riguardi degli abusi. Gli altri bambini assistettero alla scena paralizzati, comprendendo che quella misera sorte sarebbe potuta capitare anche a loro se il gigante non fosse stato clemente (ed infatti sembravano essersi trasformati tutti in angioletti e dire con gli occhi che era stato tutto un equivoco e che loro non erano mai stati davvero cattivi in vita loro)…

Il capo brigata adesso si dibatteva, aveva aperto tutti i suoi rubinetti (sia quelli lacrimali che quelli urinari) ed implorava Leo di lasciarlo andare, appellandosi al fatto che i suoi genitori ne avrebbero sofferto assai se gli fosse successo qualcosa (che vile che era! E ai miei genitori non ci aveva pensato il vigliacco?!). Ma Leo non si faceva intenerire e cominciò a scuoterlo come se fosse un albero da frutto, o come se così facendo avesse facilitato tutta la fuoriuscita dei liquidi che stava espellendo (inoltre un sorrisetto divertito gli era comparso in volto)…

Lo tenne a sgrullare per, credo, quello che sembrò a tutti un interminabile minuto. Poi suppongo che gli si stancò il braccio (non era mica eterno, in fondo! Pure lui era pur sempre un essere umano!). Da ultimo gli fece chinare la schiena davanti a lui, in modo che a me concedesse il posteriore.

E non scorderò mai come alzò gli occhi da lui per posarli sui miei e, con uno sguardo estremamente complice e misericordioso, mi disse:

«Dagli un calcione nel culo, così lo mandiamo via. Avanti!»

Io ero un po’ esitante per un paio di motivi. Il primo era che mi sembrava scorretto colpire qualcuno che in qualche modo risultasse impedito o che non potesse difendersi (anche se era un fascista schifoso come quello). Ma poi pensai a quello che mi avrebbero fatto quei quattro a parti invertite se ne avessero avuto la facoltà, e quindi superai immediatamente quel mio dubbio. Mentre la mia seconda perplessità invece vigeva molto più lontano: e mi immaginavo cosa sarebbe accaduto quando quei tipi mi avrebbero incrociato nuovamente da solo… Me l’avrebbero fatta pagare senza alcuno sconto. Questo pensavo. Però non potevo ancora sapere che da allora sarei diventato il migliore amico di Leo, e lui il mio, e che quindi mi avrebbe fatto perennemente da guardia del corpo e nessuno avrebbe più neppure pensato di farmi un torto…

Fattostà che alla fine decisi di fregarmene dei miei ipotetici grattacapi futuri e di dare a quel ragazzino quello che si era ampiamente meritato. Così, dopo aver fatto aspettare Leo (che mi aveva dato la competenza anche di desistere, e che avrebbe rispettato la mia scelta, qualunque fosse stata, pure se non avesse incontrato i suoi favori), assunsi la posa di un calciatore che sta per tirare una bomba a un rigore, presi la rincorsa e colpii più forte che potei il sedere del ragazzino con i miei scarponi rinforzati. E cercai pure di estendere il calcio più dentro possibile alle sue parti molli (come se con quel colpo avessi davvero potuto mandarlo sulla luna)… E so per certo che gli colpii anche i testicoli e che quello cacciò un urlo così elevato che pareva che stesse morendo.

Quella piccola avventura si concluse così ed io e Leo ce ne uscimmo per primi a braccetto dal bagno, con passo lento e sicuro, mentre gli altri rimasero li a sentire gli ululati del malcapitato (che poi seppi che rimase una settimana circa a casa a farsi curare i testicoletti franti…). E da quel giorno non ci fu neppure bisogno di dire una parola di conferma… ed io e Leo diventammo grandissimi amici…

In seguito di lui seppi che si era trasferito. Purtroppo suo padre era un importante commerciante sempre a caccia di affari. Ma non pensate male, in fondo, anche se il suo scopo era il guadagno, era un tipo apposto. Ma per uno come Leo quel genitore borghese non poteva certo essere motivo di vanto. Seppi che i contrasti tra lui ed il padre si acuirono sempre di più, fino a quando Leo non decise di recarsi in Francia e rimanervi alcuni anni. Ed io lo rincontro proprio il giorno del suo ritorno nel nostro paese…

L’argomento della nostra conversazione cade inevitabilmente sui tempi cupi che ci tocca di vivere. E non ci metto molto a capire che l’imponente Leo è tornato intenzionalmente per quello. Non ne poteva più di rimanere in Francia mentre gli giungevano echi sempre più preoccupanti di ciò che accadeva qui (ed in particolare nel nostro piccolo paese natale, che in epoche remote aveva dato lustro a tanti importanti personaggi del Risorgimento e che ora era ridotto piuttosto male…).

Leo ce lo dice chiaro e tondo (si può parlare francamente, dato che siamo nel chiuso del negozio di Francesco, e quindi in un posto sicurissimo; non fosse altro che ho soprannominato Francesco “la bara”, poiché è un tipo che non solo non parla mai di cose private degli altri o sue, ma che nega anche le più evidenti, alla bisogna… Dire una cosa a lui è come catapultarla in un buco nero).

«Dobbiamo reagire, vecchi amici! Non gliela possiamo dar vinta senza neppure combattere! Non ce la faccio più ad ascoltare i discorsi che si fanno all’estero dell’Italia e degli italiani! Mi prendono sempre in giro o mi guardano anche con disprezzo (ve lo giuro!)… Siamo diventati lo zimbello d’Europa e dobbiamo far capire a tutti, e prima di tutti a noi stessi, che possiamo ancora salvare il nostro amato paese dal malaffare e dal Fascismo imperante!»

Le parole di Leo, il vedercelo ancora lì con noi, così sicuro e forte, ci dà una speranza che tutti (nessuno escluso) avevamo perso. Ed il mio cuore si colma ancora una volta di sentimenti patriottici, rivoluzionari, e di giustizia sociale. In verità era da tempo che cercavo di smuovere Giovannone e Francesco a far qualcosa, e mentre quest’ultimo mi diceva ultimamente che era tutto inutile (ma nel segreto del suo cuore sperava che fossi in grado di smentirlo – ed io non vi riuscivo – ), Giovannone sembrava troppo perso nelle sue nebbie della sua vita privata per poter trovare nuova vigoria da un’azione politica egalitaria.

Francesco lo avevo conosciuto all’università. Era un tipo magro, romantico e molto ironico. Ricordo le numerose ore passate con lui a prenderci in giro e ridere. Era sempre stato uno di quelli che sapevano vedere la parte bella ed umoristica della vita, ed era estremamente autoironico, quindi potevo stare una giornata intera a stuzzicarlo e sapevo già che lui non si sarebbe offeso e che non mi avrebbe portato il muso, limitandosi a sorridere delle mie battute e talvolta a ribatterle. Gli ultimi eventi però lo avevano incupito parecchio. Sì, perché anche lui non riusciva a vedere la luce della nostra situazione bellicista nella quale da anni eravamo sprofondati.

Giovannone era invece un compagno di liceo. A quei tempi era una specie di locomotiva umana che amava giocare al calcio e che non si stancava mai di correr dietro ad una palla. Mi aveva sempre impressionato il suo modo assai serioso di dedicarsi allo sport, come se non si trattasse solo di un gioco praticato in mutande, ma fosse invece qualcosa di tremendamente importante nel quale impegnarsi fino all’ultima goccia di sudore… Giovannone metteva quella diligenza anche negli studi, ed infatti ottenne buoni risultati, prima però di stancarsi di sprecare la vista ed aprirsi un’edicola al paese, gettando all’ortiche anni e anni di ore trascorse chino sui libri. Ma in quel suo repentino cambiamento ebbe un ruolo fondamentale la sua storica ragazza di sempre: Deborah. Ricordo quando la conoscemmo: se ne innamorò all’istante. Lei appariva ai più bellissima (tranne che a me): solo perché si era fatta una tinta di capelli che ben si accordava con i suoi occhi azzurri (è incredibile quanto l’immagine pregiudichi i rapporti che poniamo con gli altri).

Giovannone andò letteralmente in tilt per lei. Una sera ci trovammo a casa sua, nella sua cameretta, a farci confidenze e fantasticare sulle ragazze (avevamo gli ormoni al massimo). E lui mi confessò le sue fantasie sessuali concernenti Deborah: poterla avere lì con lui in quel momento, spogliarla e potersela ripassare per bene, senza fretta, dalla testa ai piedi, fino a quando avrebbe conosciuto ogni singolo centimetro della sua epidermide profumata di ragazza.

Rimasi quasi scosso dalla sua confidenza così sincera (e pensai che le mie, a confronto, erano solo pruriti da fanciullino)… Ma non passò molto che Giovannone riuscì ad appagare il suo sogno e a mettersi con Deborah. Tuttavia lei lo fece stare sulla corda più del dovuto quando capì che lui era cotto di lei (perché lei era – ed è – una vera stronza, secondo me). Ma davo per scontato che il loro rapporto sarebbe giunto a compimento: Giovannone non era brutto, era molto stimato, era tra i più promettenti di noi, ispirava l’apparenza della virilità, era un ragazzo di cuore, autentico, e per il suo amore avrebbe fatto qualsiasi cosa (anche uccidere); e si poteva supporre che sarebbe senz’altro diventato un uomo di successo. Per questo, una profittatrice come Deborah, non avrebbe mai potuto respingerlo. Ah, ma quanto lo fece penare prima e dopo la loro unione!… Il fatto è che Deborah ha due vizietti: quello di cercare sempre il meglio e di non sapersi accontentare, e quello di essere una ragazzina viziata (ed in questo è stato anche suo complice lo stesso Giovannone, che non l’ha mai castigata a dovere e si è sempre sciolto appena lei gli ha recitato il ruolo della sventurata pecorella smarrita): entrambe queste caratteristiche assieme realizzano un miscuglio esplosivo che farebbe ammattire qualsiasi uomo (e figuriamoci uno implicitamente buono come Giovannone)… È per questo che Giovannone ha rovinato la sua avvita cercando sempre di stare appresso ai capricci e ai guai che lei gli ha fatto passare… È per questo che Giovannone si trova a trentotto anni a non aver concluso nulla e a sentirsi un perdente: puntò tutto su Deborah e lei gli fece quindi perdere tutto (nella vita le scommesse sbagliate si pagano sempre, come pure quelle vinte, per fortuna).

E fu così breve il periodo felice che ebbe con lei… Mi ricordo quando lui la andava a prendere in motorino: le porgeva il casco, lei se lo infilava, poi apriva le gambe e saliva sulla sella, e poi gli metteva le braccia sottili attorno alla vita e le teneva lì per tutto il viaggio, strette strette. Già allora pensavo in verità che Giovannone rischiasse di diventare solamente il suo maggiordomo, ma non gli dissi nulla, perché almeno lui sembrava davvero felice (e pensare che delle volte la accompagnò anche da uno dei suoi tanti amanti… Che faccia tosta che ha sempre avuto quella zoccoletta di Deborah)…

Giovannone fronteggia Leonardo ed è un bello spettacolo: mi pare di assistere alla contemporanea presenza di due titani. Ma mentre Giovannone è solo bello grosso e robusto (e si è conservato ancora assai dinamico) non vi è dubbio che Leonardo sia un vero gigante, e che dunque sia più forte di lui. Mi chiedo con divertimento chi dei due uscirebbe vincitore da un loro scontro fratricida (ipotesi quanto mai peregrina ed impraticabile dal verificarsi): Giovannone avrebbe dalla sua una scoppiettante agilità esplosiva, ma tutto il resto sarebbe dalla parte di Leo, compresa una conoscenza più completa delle tecniche di offesa su di una persona (tuttavia sarebbe un bello scontro, al quale però sono felice di non assistere mai).

Giovannone prende molto sul serio le fresi di Leonardo.

«Che vorresti fare, Leo? Davvero pensi che ci possiamo ancora opporre ai fascisti? Ormai hanno vinto… Hanno il popolo dalla loro, e questo vuol dire che siamo in minoranza… Finché quei coglioni saranno con loro, il nostro sacrificio potrà sfociare solamente in un… martirio…»

Giovannone è molto granitico ed scontento, e certo Leo non si aspettava di trovarlo così moscio. Vedo passare nei suoi occhi un lampo di orgoglio ferito. Così si rivolge a Francesco e lo interroga…

«Anche tu, Francesco, la pensi come Giovannone?»

Francesco si guarda rapidamente in giro (come se volesse cercare di affermare qualcosa che incontri più consensi plausibili). Io però oramai so quello che dirà. Ed infatti…

«Giovannone purtroppo ha ragione… Non possiamo fare più niente. Chi siamo noi per poter rovesciare il regime del Grande Fratello, tutto da soli?… Mi duole dirlo, lo sapete, ma la guerra è finita, almeno per me…»

Ciononostante Leonardo non si dà per vinto. E subito sfodera un’altra ennesima domanda, che stavolta pone a me.

«E tu Adriano? Anche tu la pensi come questi due?»

Il “questi” è indubbiamente dispregiativo. Come a dire: questi due che si sono arresi, questi due che non hanno più speranza e fanno il loro gioco…

Rispondo prontamente.

«Io? No! Mai. Io non mi arrenderò mai al Grande Fratello, fossi anche l’ultimo a farlo… Sapete come la penso…», eseguo una rapida carrellata sui volti di tutti (che mi guardano impietriti come se stessi proferendo il verbo), «Per me non conta nulla la vittoria o la sconfitta in sé. Per me conta solamente fare la cosa giusta, e farla al momento giusto. E non mi interessa di nulla delle conseguenze!», sono superbo.

So che il mio eroico patriottismo mi porta ad essere ad un passo dall’autolesionismo, però le mie parole mi fanno conquistare notevole stima da tutti loro. Tutti mi ammirano, in particolare Leonardo…

«Bravo Adriano! Sapevo che a te non ti avrei trovato cambiato…»

Adesso Leo pare più tranquillo, sicuro. Le mie parole lo hanno rinvigorito. Così finalmente sputa l’osso.

«Ragazzi, io sono tornato solo per un motivo. E voi sapete quale sia. Io credo che la battaglia più grande deve ancora essere consumata. La battaglia nella quale noi faremo la vera guerra al regime e li faremo cagare addosso. Inoltre non vi porto solo il mio entusiasmo, ma pure una novità bella grossa e concreta. Pare che un gruppo di intellettuali francesi che ho conosciuto nel mio soggiorno parigino sia molto preoccupato delle sorti del nostro paese, e sembra che, alla luce di qualche fatto importante che la comunità internazionale non potrà ignorare, sia predisposto a muoversi personalmente, con le loro armi e tutta la loro logistica.»

Francesco sbotta di felicità.

«Grande! Così avremmo dalla nostra parte anche gli amici francesi! Così potremmo farcela… Ho sempre detto che la Francia è una gran nazione…»

Però Giovannone, che è più sagace di Francesco, non ignora quale sia il fulcro capitale della situazione…

«Sì, ma i francesi, semmai davvero interverranno, lo faranno solo dopo… Dopo che qualcosa di notevole sarà accaduto a rimescolare le acque, non è così? Prima dovremo arrangiarci da soli…»

Francesco, compreso il discorso, si fa (come per sua natura) più prudente e sembra scolorargli dal viso quell’animo che poco fa lo aveva rianimato.

Leo gli risponde.

«Giovannone, e ti pare poco?! Senza di loro sarebbe davvero dura. Invece così abbiamo una speranza e ce la possiamo giocare al meglio delle nostre possibilità… È come se, in una partita a scacchi che si sta perdendo, si intravedesse l’eventualità di compiere un’ultima grandiosa azione con tutti i pezzi rimasti in nostro possesso per scatenare lo scacco matto al re avversario!»

Tutti tacciono. Ci riflettono sopra. Intervengo io.

«Io ci sto. Comunque vada, se morirò, lo farò battendomi per la Libertà e la Giustizia!», mi infervoro. E Leo assesta la sua ultima stoccata che convince gli indecisi.

«Ragazzi, perché non ne parliamo? Io ho qualche idea… Poi, se non vi convince, potete sempre tirarvene fuori, no? Ma almeno datemi la possibilità di spiegarvele, e magari proponete lo vostre, o analizzatele… Facciamo un’assemblea, come ai vecchi tempi…»

«Un assemblea in quattro?», obietta Giovannone.

«E perché no? Che male ci sarebbe?»

«Ci sarebbe il male che sappiamo bene che non sarà una semplice assemblea, ma una vera e propria tattica guerresca…». Sembra che non voglia accettare, ma poi, imprevedibilmente… «Comunque io ci sto. Poi, se non mi piace, mi eclisserò. Ho una moglie alla quale badare (anche se la troia non si merita tutto l’amore con la quale la circondo)…»

Sorridono tutti alla battuta della troia. E anche Francesco si fa avanti.

«Allora ci sto anche io, per vedere se l’aria che tira è davvero di rivoluzione, o è solo una brezza da poco… Anche se io la moglie troia non ce l’ho… Ah! Ah! Ah!»

«Uno non può mai esserne sicuro al cento per cento, Fra… Io non ne sarei così convinto…», gli dico strizzandogli l’occhio. Lui mi guarda divertito ed è dubbioso se ribattermi. Ma Giovannone prende nuovamente la parola.

«E dove le facciamo però queste riunioni carbonare? Il posto deve essere sicurissimo. Che se ci scoprono… quelli sono capaci di giustiziarci senza neppure un processo, quei bastardi schifosi!»

«Qui da me non va bene? Figuratevi se un fascista possa mai entrare in una libreria! Ah! Ah! Da quando c’è il regime sto andando praticamente fallito! Ah! Ah! Non vendo più un libro! So’ ignoranti forti ‘sti fascisti! Ah! Ah! Neppure entrano a dare un’occhiata! Niente!…», dice Fra.

«Neppure lo sanno che vendi libri! Perché non metti un cartello?! Ah, però, se poi non sanno neppure leggere…», gli faccio sponda io.

Potremmo rimanere secoli a sfottere i fascisti per la loro palese ignoranza, ma Leo stabilisce di fare le cose serie.

«No, il tuo negozietto polveroso non va bene. A parte che sono allergico, ma sopratutto loro sanno di che schieramento sei (anche se non sei più iscritto a niente). Stesso dicasi per Giovannone. Ed immagino che Adriano, se pure fino ad oggi non è un sorvegliato, di questo passo potrebbe un giorno diventarlo… Per quanto riguarda me, purtroppo sono molto appariscente. E tutti qui mi conoscono come quello che per opporsi al padre commerciante preferì abbandonare la famiglia ed andarsene in Francia a respirare i fumi della rivoluzione. Ed è normale che sarò sempre marchiato a quel modo nella memoria popolare di questo paese. No, non possiamo farci vedere tutti assieme in un luogo più o meno pubblico. Capirebbero subito. Ci arriverebbero anche loro che stiamo organizzando qualcosa…»

«Se non vi va bene il mio bel negozietto, allora dove?» dice Francesco.

«Non è ovvio?», ci guarda con malizia. «Da me. Ricordate casa mia? Esiste ancora, sapete, e non ci abitano più i miei genitori. L’hanno lasciata il mese scorso. Loro sono andati a stabilirsi vicino alle terme, dato che ogni anno ci vanno…»

Ricordo casa di Leonardo vagamente (non ci vado da quando eravamo giovinetti. Però mi rammento come mi sembrasse immensa (come lui) e confortevole come poche, ed anche molto appartata.

«E poi ricordate Gianfranco?», sorride allusivamente. E quell’accenno procura due conseguenza immediate: mi rammento effettivamente di Gianfranco (un ragazzo occhialuto, piuttosto sfigato, che purtroppo ha avuto una fine prematura per via della sua fragile salute… Ma rinfresco anche una specie di ricordo subliminale, e, anche se non so perché, mi viene in mente il buio, una certa atmosfera di eccitazione e… qualcosa di sessuale…

Che cos’è che Leonardo ricorda così bene mentre io non me lo rammento? Ma non c’è tempo per chiederglielo. Leonardo se ne va…

«Adesso è il caso che mi dilegui. Forse ho già dato troppo nell’occhio. Allora ci vediamo a casa mia…»

«Ma a che ora facciamo?», dice Francesco, «Io ho da tenere aperto il negozio…»

«E questa ciofeca la chiami negozio?…», lo prendo in giro io, «Ma se non viene mai nessuno…»

«Sarebbe meglio fare dopo pranzo, che sarò più libero e avrò preso la bambina da scuola…», propone Giovannone.

«Per me va bene sempre, dato che non lavoro», faccio io. «Scegliete voi quando siete più comodi.», propongo. Ma Leonardo ha già i suoi piani.

«Non dobbiamo mica andare ad una festa di compleanno, o ad un impegno di lavoro! Dobbiamo adoperarci per la sedizione e la rivoluzione, noi! Si fa alle due di notte da me, quando nessuno se ne accorgerà!», ordina, e nessuno fiata, neppure Giovannone, che starà pensando al modo di lasciare il letto senza svegliare la sua moglie infedele…

E quel pomeriggio allora mi corico e metto la sveglia per l’una e trenta. Ma sono troppo elettrizzato dalla situazione e non faccio che pensare alle strategie che proporremo durante la nostra riunione clandestina. Così mi contento di riposare (o meglio di stare disteso a letto) per appena un paio d’ore. Ma poi la mia mente, che si è agitata frenetica per tutto il tempo elaborando congetture e archetipi in tutte le direzioni, mi impone di alzarmi e di appuntarle sulla carta. Così quando andrò all’appuntamento immagino che io e Leo saremo gli unici che si sono portati degli appunti (in codice chiaramente) e faremo la figura degli stacanovisti.

Finalmente l’ora viene… Mi prendo un caffè ed esco di casa. Mi chiudo la porta alle spalle non facendo alcun rumore. Mi avvio silenzioso come un gatto lungo la via della tenuta di Leonardo, che è lievemente decentrata rispetto al paese. Lungo la strada incontro Francesco. Quando mi vede, si ferma ad aspettarmi, sorridendomi.

«Anche lei qua a quest’ora tarda signore?», mi dice scherzando.

«Altolà! Polizia fascista! Prego, esibisca i documenti!», gli faccio sottovoce mettendo le dita a mo di rivoltella.

«Ah! Cominciamo bene! Ha portato pure l’olio di ricino per caso?», ride Francesco.

«Su andiamo (e non fare troppo baccano, sagoma!)…», gli faccio.

Giovannone scopriamo che ancora non è venuto. Ma in realtà è noi che siamo in anticipo di qualche minuto. Leonardo ci fa trovare qualche stuzzichino al formaggio e del vino. «Ma solo questo avrete da me, debosciati della gola! Che se cominciamo a mangiare, poi finisce tutto a puttane!», ci avverte Leo che rimarremo a stecchetto finché non avremo concluso qualcosa.

Poi viene anche Giovannone (tre minuti in ritardo).

«Ci ho messo un po’ perché Deborah stanotte proprio non voleva dormire… Pareva quasi che stesse aspettando che mi addormentassi io per svignarsela lei… Che puttana!»

Risata generale… È così bello stare assieme a gente che si conosce come le proprie tasche e di cui si sa che ci si può fidare. In fondo non siamo per nulla cambiati. Certo, molta acqua è passata sotto i nostri mulini, ma tutto sommato ognuno di noi si può dire che mantenga quella sua certa coerenza e purezza di sempre… Peccato che la nostra non sia una rimpatriata tanto per divertirsi, però…

Senza che nessuno dica nulla ci sediamo al tavolo ed io e Leo tiriamo fuori le nostre cartelline.

«Ah, ma questi vogliono fare le cose responsabili… Ma che avete studiato? Vi siete preparati?», dice Francesco…

Andiamo avanti tutta la notte a forza di suggerimenti, critiche alle idee, associazioni tra di noi (vince chi ottiene i ¾ dei voti favorevoli dei partecipanti o anche di più). Ma come era prevedibile il meeting finisce per essere qualcosa di piuttosto interlocutorio; ma perlomeno usciamo dalla riunione con alcuni punti fermi sui quali siamo concordi: primo, saremo tutti della partita, nessuno di noi si tirerà indietro, poiché ci sono idee valide e margini entro i quali ci potremo muovere; secondo, esercitando azioni mirate ed eseguendo manovre ad hoc riteniamo che sarà possibile ottenere il duplice risultato di risvegliare nella popolazioni i sentimenti più genuini della fratellanza fra gli esseri umani, e nella comunità internazionale la voglia di porgerci quella mano che tante volte noi (come nazione unitaria) abbiamo porto loro (e siamo tutti sicuri che i francesi ci appoggeranno come hanno detto a Leonardo, e che senza dubbio si uniranno subito anche molti altri popoli… Siamo spocchiosamente ottimisti); terzo e ultimo, ognuno di noi è disposto a sacrificare la propria vita… Ma è lapalissiano che io e Leo saremo quelli che più si muoveranno in prima linea, dato che abbiamo fatto in modo (volontariamente) di non aver dei legami che si possano annoverare nel concetto di famiglia… Così cercheremo di preservare Francesco e Giovannone dalle azioni eventualmente più cruente. Che poi non è detto che ci saranno, perché sono stato io stesso a portare alla loro attenzione della proposte – chiamiamole pacifiche – che non dovrebbero farci affondare la bocca nel pozzo del nostro sangue. E anzi, quando le ho avanzate, tutti quanti mi hanno fatto i complimenti e mi hanno detto che non si aspettavano delle argomentazioni così intelligenti da me…

Alle cinque siamo però tutti esausti. Ed io dichiaro sciolta la riunione. «Penso sia ora di andare… Ormai vi ho detto tutto. E voi senza di me non cavereste un ragno dal buco, pappemolli…», li sferzo mentre mi stiracchio e sbadiglio. Ma loro, come dei bambini al primo giorno nel paese dei balocchi, pur se sono più stanchi di me, decidono di rimanere un altro po’, per far fermentare meglio le idee, dicono.

Fa niente. Anzi, è meglio se torneremo ognuno alla sua rispettiva residenza in maniera scaglionata. Così caleranno i rischi che ci vedano assieme. Prendo il soprabito e saluto affettuosamente con un bacio Leo, ma prima di andarmene ricordo loro.

«Comunque muovetevi finché è buio, d’accordo? Calcolate che alle sei sorgerà il sole…», scorgo l’orologio… «Quindi avete circa un’altra ora. Non fate che poi dormite qui…»

Mi tranquillizzano.

«Adesso gli faccio un piatto di spaghetti e poi li caccio fuori…», mi dice Leo.

Esco. Fa freddo. Detesto muovermi a quest’ora. Anche da ragazzo non era un nottambulo. Quando eseguo la svolta ed divergo dalla stradina privata di Leonardo sento un fruscio tra le foglie. È un corvo, o un qualche altro uccello gracchiante. Ma per accertarmene mi inoltro nella parte di vegetazione più fitta, dove vi scompaio dentro. Così mi perdo quando passa un’automobile a fari spenti, di cui non percepisco neppure la direzione. Strano che transiti di lì. A meno che non si voglia uscire dal paese (o andare a casa di Leo), ma chi lo farebbe a quell’ora? Neppure i lattai…

Ignoro la cosa e raggiungo casa mia, dove mi corico e dormo fino a mezzogiorno.

Al mattino mi è venuta un’altra idea geniale. Non resisto e chiamo Leo. So che non dovrei farlo perché il suo (o forse anche il mio) telefono potrebbero essere sotto controllo, però gli parlerò di castagne, mica di magagne!… Il telefono dà occupato, come se fosse staccato. Forse Leo, prevedendo qualche impudenza di qualcuno di noi, lo ha isolato appositamente (ed in tal caso avrebbe fatto bene, sopratutto per via di quel pasticcione di Francesco, che è simpatico, ma come spia non vale un fico secco).

Invece di desistere mi metto cocciutamente in testa di dirlo a qualcun altro (sicuro che una mia eventuale chiamata a Giovannone o Francesco non desterebbe alcun sospetto, dato che li sento spesso). Da Giovannone mi risponde Deborah, che è piuttosto incazzata.

«Se lo vedi digli di andare affanculo a quello stronzo!» (Deborah non ha perso il suo tocco gentile e garbato) «Stamane, quando mi sono svegliata, non c’era! Vuoi vedere che ha abbandonato il tetto coniugale quello stronzo?!» (e due). Eppure mi sembra che esageri anche per lei…

«Ma no… Lo conosco… E so che non lo farebbe mai (soprattutto per la bambina, se non per te). E poi ieri ci ho parlato ed era tutto come sempre. Vedrai che sta da Francesco. Anzi, adesso lo chiamo e, se sta lì, ti faccio richiamare, okay?»

«No, digli di non farsi più vedere!», e mi attacca sbrigativamente il telefono in faccia.

Dunque Giovannone non è rientrato. Eppure si era detto di non dare nell’occhio. Chiamo Francesco… Non risponde nessuno.

Un po’ insospettito dalla situazione mi vesto, e vado al suo negozio. Lo trovo insolitamente chiuso. Oggi non lo ha proprio aperto. Inutile cercare la consorte di Francesco, Lidia, che adesso è ancora alla pensione. Aveva il turno di notte con pernottamento in loco…

Dove andare a rimediare informazioni? Ovvio: al bar in centro. Ma prima, non posso esimermi dall’annusare che c’è qualcosa di differente nell’aria. Non so, la gente ti guarda in modo diverso e sembra andare di fretta, c’è un senso di baraonda strisciante che attanaglia il paese, c’è qualcosa di cui non sono stato improntato. Ma già fuori dal bar noto un insolito assembramento di macchine da parata blu e di corpi di scorta. Tutto mi fa pensare che la concentrazione di antidemocratici nell’aria si sia paurosamente impennata… Dio santo!, fai in modo, ti prego!, che non sia quel che penso… Ma invece scoprirò fra breve che invece è così…

Il bar è strapieno e non c’è una sedia libera neppure a pagare il doppio (sarà contento quel disonesto di Franco, che pensa solo agli affari suoi e se ne frega dei disagiati). Sembra che ci sia tutto il paese riunito. Ma non solo. E ci sono anche un sacco di tipi in divisa (provenienti dalla capitale) con le loro rivoltanti armi lucide nelle fondine, in bella mostra a a terribile ammonimento. Così sono certo che ci sarà anche Giuliani, quel pachidermico, rivoltante, leccaculo rincagnato che a forza di slinguazzate è divenuto il braccio destro del Grande Fratello in persona ed oggi è in pratica il peggior pezzo di merda che si dà più da fare tra tutti.

Ma non ho neppure il tempo di pensare al disgusto che proverò quando mi vedrò il pachiderma di fronte che vengo assalito verbalmente da Mariettina, che se ne sta ad un tavolinetto misto in compagnia di sia gente in abiti borghesi che in divisa. Ha in mano un bicchiere di vino rosso per brindare. Mariettina mi odia da quando più o meno conobbi Giovannone. Fu una mia compagna di liceo anche lei, ed ad un certo punto cominciò a trattarmi male, forse perché senza neppure accorgermene rifiutai la sua goffa corte, o forse perché una come lei deve averlo capito subito che non sarebbe mai andata d’accordo con uno come me… Fattostà che, appena mi adocchia (sembrava quasi non aspettare altro), si alza in piedi (non è molto alta, la nanerottola) e, con il suo solito astio nei miei confronti, urla a squarciagola e mi punta con il bicchiere come un cane da tartufo:

«Evviva il Grande Fratello! E che la peste colga immediatamente coloro che non lo amano!»

È uno slogan che ha coniato lo stesso Giuliani alla televisione, il quale ha invitato a riservarlo a tutti coloro che si ritengono potenziali oppositori, se non pure ribelli, al Grande Fratello… E quando il messaggio andò in onda suscitò un mare di polemiche per il suo chiarissimo intento denigratorio e discriminante delle opinioni diverse. Ed io ci ho visto persino il primo spaventoso passo di un ulteriore processo di imbarbarimento che si ripromette di bruciare le tappe per spazzare via i contestatori al regime: inizieranno deridendo la gente, poi partiranno le incriminazioni e le aggressioni spontanee; infine salteranno anche i più basilari diritti, e verranno ad acciuffare le minoranze ed i critici… Fascisti di merda!

Tutti quelli che hanno sentito il motto di Mariettina fanno il medesimo gesto e mi canzonano vigliaccamente nascondendosi dietro l’enorme sproporzione del loro numero. Io rispondo loro come un pazzo, con veemenza e senza riflettere (e potrei pagare cara la mia avventatezza)

«Evviva la Libertà e la Democrazia!»

Vengo immancabilmente subissato da un folto brusio di “buh!” offensivi, ai quali non rispondo perché si spengono presto (e perché sarebbe inutile e svantaggioso farlo). Tutti riprendono a gozzovigliare come prima e ad ubriacarsi; tranne Mariettina, che vorrebbe tanto vedermi morto e che tenta invano di riatizzarli contro di me.

«Lui è sicuramente un oppositore manifesto al Grande Fratello! Andrebbe incarcerato!», farnetica astiosa e schiumando rabbia, senza però che nessuno le dia il credito che lei desidererebbe.

Allora la vedo alzarsi irata dal tavolo ed andare alla ricerca di chi so io (se conosco il suo ottuso cervello, come credo che sia…). E dunque, pochi istanti dopo (mentre ancora non si è placato in me il fuoco sacro dell’antagonismo alla nauseabonda contingenza dei pusillanimi fascisti) assisto al ritorno di Mariettina con sottobraccio quel pezzo di balenottero degenere ed egemone di Giuliani… Giuliani è originario di questo paese, proprio come me, Leo e gli altri. In passato fu un docente molto discusso della locale scuola (per i suoi metodi illiberali e dittatoriali), tanto che ne fu allontanato poco prima che ci passassimo noi da adolescenti. Ma quando accadde la coincidenza, non solo che i suoi turpi ideali prendessero il sopravvento in questa odierna e deturpata democrazia, ma anche di far carriera e di divenire uno dei simboli della dittatura, allora decise che sarebbe dovuto ritornare in pompa magna suoi suoi passi e trasformare quel paese, che giustamente lo umiliò esiliandolo, nel suo esatto contrario: un mausoleo, il suo sancta sanctorum, un luogo in cui far finalmente prevalere quegli ideali che storicamente da queste parti non attecchirono mai. Per questo inondò sua gente di fiducia di flussi di denaro di dubbia provenienza, e con quelli si comprò pezzo per pezzo la dignità del nostro paese, fino a pervertirla quasi del tutto, fino a far diventare il bianco nero, come una fogna… Ed oggi è ritornato per la prima volta per vedere la conseguenza del suo operato e quanto esso sia stato così viziosamente efficace…

Mariettina non esita ad additarmi pubblicamente per segnalarmi a Giuliani (quella cortigiana!), non se ne vergogna e, sentendosi prossima al suo trionfo e alla mia ormai irrimediabile caduta, gode a farmi vedere che è lei che mi denuncerà alle loro cautele e non un altro: sarà lei a cagionare la mia fine e ad annientarmi.

E Giuliani mi guarda per un attimo facendomi le lastre, ed io contraccambio il suo sguardo indagatore alzando quasi il mento e dimostrandogli che sono fiero di quello che sono e non mi piegherò mai ai soprusi della violenza e dell’arroganza del Grande Fratello. Scorgo i suoi occhietti viscidi sgusciare sulla mia persona (e già quello mi fa senso, ma non posso evitarlo); e allora mi immagino che lui farà un gesto del dito e partiranno quattro dei loro più nerboruti spaccaossa (sì, quattro come mi accadde da bambino) che mi prenderanno e mi faranno sparire in una prigione (o forse mi massacreranno di botte fino ad ammazzarmi).

Per un attimo sudo freddo (e me ne accorgo), ma non voglio essere pavido! Non devo avere paura di morire da uomo libero! Perché, qualora succedesse, almeno potrò dire che sono deceduto per il più alto degli ideali, al contrario di loro che, se pure continueranno a vivere la loro vita inutile e zeppa di angherie, nascosti dai loro guardaspalle prezzolati che si prostituiscono al miglior offerente, non potranno mai dire di essere stati davvero degli uomini, quegli uomini che Iddio ama e ai quali vuole bene, quegli uomini che davvero dovrebbero essere il punto di contatto tra gli animali e Dio, e non meramente la bestia più crudele ed insana fra tutte.

Ma forse quel giorno sono fortunato, o forse è Dio stesso che ha stabilito che non dovrò morire (almeno in quel momento), perché Giuliani mi scruta con noia ed infine sentenzia che non sono una minaccia. Sicuramente sulla sua valutazione avrà influito il mio aspetto da poveraccio, i miei occhi più simili a quelli di un folle che a quelli calibrati di un anarchico, e poi l’incontrovertibile verità che sono solo come un cane. E quale savio oppositore al regime entrerebbe tutto da solo in un bar pieno di nazisti? Nessuno (solo, al limite, un kamikaze che ne volesse far esplodere tanti e che sacrificherebbe dunque la propria vita).

Così lo vedo sbracciarsi e confabulare con Mariettina ed è come se fossi lì con loro e potessi ascoltare i loro calunniosi discorsi: Giuliani le sta dicendo qualcosa del tipo: «Ma no… Quello è solo un cane sciolto… Non vedi come è conciato?… E poi che ci può fare tutto da solo? Non potrà mai essere un problema serio per il Grande Fratello… Tu lascialo stare lì e non ti preoccupare che, se sarà il caso, interverremo… Ma solo se farà qualcosa che proprio non avrebbe dovuto… Grazie per la segnalazione camerata, me ne ricorderò quando stenderò le classifiche di fidelizzazione… Ma per ora, va! E stai serena che quel tipo andrà prima o poi incontro al suo destino…»

E assisto a Mariettina rimanere profondamente delusa da quella improvvisa bontà. Era certa che stavolta mi avrebbe fregato, la bagascia. Ma dovrà attaccarsi, almeno per il momento. Giuliani, per rincuorarla, le concede perciò un ulteriore emblematico atto che le dovrebbe far credere che è tangibilmente dalla sua parte. E anche lui solleva quel bicchiere di cui è provvisto (che si fa più piccolo nelle sue manone da ciccione) e mi rivolge lo stesso odioso slogan xenofobo.

«Evviva il Grande Fratello! E che la peste colga immediatamente coloro che non lo amano!», dice nella mia direzione. Ed io capisco che mi sta sfidando. Mi dice «Vediamo se hai il coraggio di rispondere qualcosa anche a me…».

Ed io, fuori di me dalla rabbia, se avessi qualcosa in mano glielo tirerei su quella sua bovina e deforme faccia da porco, oppure gli rovescerei un tavolino addosso per rompergli tutte le ossa… Ma riesco solo a pronunciare la frase più tagliente che afferro in quei pochissimi istanti che ho per replicargli, che in fondo non è un granché (se avessi avuto più tempo ne avrei trovata una più arguta, e certamente mi sarei così fatto fucilare in tronco, nondimeno)…

«Evviva la Libertà! E morte ai porci illiberali!…» (che comunque non è neppure poi tanto male). Ma si vede che Giuliani è di buonumore e quindi in questo momento non gli viene di essere severo e punire un gesto che in altri tempi condannerebbe senza pietà. Così rigira la sua voluminosa figura abortiva dandomi le spalle mentre pare sussurrare a Mariettina che, affermare quelle frasi sulla libertà, ancora non è reato (ancora, ma presto lo sarà…).

Mariettina se ne torna al suo posto senza più fissarmi. Ha subito uno smacco e non le va di ammetterlo. Deve rimandare il giorno della sua apoteosi.

Ed io mi guardo attorno stranito e mi sento solo e fuori posto come non mai. Che fare? Andarmene subito? Ma il mio comportamento non risulterebbe troppo sospetto? Ma ormai fanculo la calma e la moderazione! Non me ne frega più niente. No, devo andare subito da Leo a dirglielo, devo avvisare i ragazzi. Forse è questo il motivo per il quale non si sono più fatti vedere né sentire. Forse addirittura, appreso la notizia dell’indecoroso ritrovo di merde che ci sarebbe stato oggi, sono già emigrati in siti più sicuri, e forse hanno tentato invano di avvisarmi, ma io non ho sentito il telefono perché dormivo della grossa…

Ma quando ancora guardo quelle facce dilatate dall’alcol, quelle loro espressioni idiote mentre quei porci ridono e toccano il sedere delle donne e sbirciano dai loro seni, mi sovviene però una verità ben più atroce… La macchina l’altra sera, Leo con il telefono isolato, Francesco che rinuncia ad aprire il suo caro negozio, Giovannone che non è mai tornato a casa dalla sua famiglia e da Deborah… Sono stati loro… Sono stati loro che li hanno fatti sparire… Ed io ieri sera li ho mancati per un soffio… Avrei potuto esserci anche io nella loro retata… Chissà chi ha fatto la spia, chi è stato il delatore fra tutta questa gente che brinda allegramente alla sempre più prossima fine della Libertà? Forse Mariettina… In tal caso deve essersi molto sorpresa che anche io non sia stato catturato. Ma no… Lei non può essere, altrimenti si sarebbe accanita molto di più su di me, e Giuliani non mi avrebbe mai lasciato stare… No, sono sconvolto ma capisco che dunque erano lì per Leo… Il mio vecchio amico Leo che quando eravamo bambini mi salvò dalle mani di giovani fascisti in erba… Non lo rivedrò più Leo, così come Giovannone o Francesco…

Esco dal locale in uno stato di trance e non mi preoccupo minimamente se qualcuno lo nota. Poi penso ancora al delatore. Una volta Giovannone mi ha detto che Deborah aveva simpatie radicali: che cosa aveva voluto dire?…

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