L’autista buono (e gli autisti cattivi)

         Incontrai l’autista buono un giorno nel quale mi ero venuto a trovare al centro di Roma (non ricordo bene perché). Era una bella giornata di sole e si era intorno alle 11 del mattino. Avevo preso l’autobus al capolinea. Mi ero seduto comodamente (per quanto comodi possano risultare quei sedili rigidi anteguerra) e mi ero anche potuto scegliere la postazione (avevo optato per un posto laterale con vista sul finestrino, che per più della metà del percorso sarebbe stato baciato dal sole).

         Quando l’autista rimise piede sulla vettura, dopo la pausa, si guardò un po’ intorno prima di tornare alla cabina di guida per partire subito. Credo che quella fosse un’abitudine che aveva preso con gli anni. Forse per individuare qualche potenziale farabuttello, o forse perché a lui piaceva sapere chi stesse portando e (in qualche modo) conoscere le persone che serviva.

         L’autista mise in moto e, lentamente, uscendo dalla risicata area che gli era stata assegnata per sostare, il vecchio mezzo vibrò ed espettorò catarri di smog. Quindi l’autista lo portò, con una serie di leggere manovre serpentine, nel pieno del traffico caotico che era già piuttosto a portata di mano. Gli fece fare alcuni slalom che gli spettavano per itinerario, più altri che si trovò ad affrontare perché qualche immancabile furbastro aveva lasciato la macchina in doppia fila, o passava in corsie vietate…

         Non ci eravamo mossi di molto. Erano passati meno di cinque minuti e si procedeva ad una bassa velocità di crociera che a me ricordava il lento ondeggiare di una nave turistica… Quando un pazzo ci attraversò la strada e cercò il suicidio tramite stritolamento. Gli andò male perché il bravo autista, che quando guidava soleva essere molto attento, lo vide in tempo e fu costretto, per non causargli una morte certa, ad eseguire una frenata repentina che fu come un terremoto per noi che stavamo all’interno del bus… La fisica non è un optional ed in questi casi è naturale che si sprigioni sempre una forza che vada in direzione contraria a quella del moto precedente. Così, in parole povere, fummo tutti tirati in avanti bruscamente e rischiammo chi di ficcarsi un palo di ferro nelle costole, chi di dare una testata al vicino davanti, chi di capitombolare in terra. In particolare un vecchio, che per qualche motivo aveva preferito non sedersi, fu quasi scagliato fuori dal finestrino (o almeno così sembrò, visto il balzo che fece): tuttavia riuscì a rimanere in piedi, anche se il bastone che possedeva andò impudicamente ad insidiare il sedere di una donna grassoccia (che forse non era consueta a pratiche del genere, la quale si turbò non poco a quell’imprevedibile e lascivo contatto… E da allora la sua sessualità cambiò per sempre e lei iniziò a… Ah, ma questa è un’altra storia che non ci interessa, per questa volta…).

         Tutti quanti vedemmo sfrecciare la minuscola automobile che aveva osato quasi farsi calpestare dal pachidermico gigante di ferro che rappresentavamo noi. Se ne andò come se nulla fosse, inconsapevole del rischio (e forse pensando di aver dimostrato la propria innegabile supremazia impettita al resto del mondo, che doveva quindi adorarla come nuovo genio della possibile vita criminale sul pianeta…). Quelli di noi che avevano assistito alla scena con più partecipazione, perché collocati nelle prime file del mezzo, lanciarono a mo di maledizioni i peggiori improperi possibili; e si agitarono nell’aria i classici “mortacci…” che da quel dì non avevano mai trovato pace (né mai l’avrebbero fatto).

         Ma visto il sommovimento inopportuno e subitaneo che vi era stato, e visto qualche gridolino di paura che aveva accompagnato la frenata, l’autista buono si volle accertare che tutto fosse sufficientemente in ordine e che nessuno si fosse fatto del male. E, sapete che cosa fece l’autista buono? L’autista buono accostò il mezzo e mise il freno a mano. Quindi si alzò dal suo cigolante sedile imbottito e si erse in piedi guardandoci tutti quanti negli occhi. E disse con fare puro:

         «State tutti bene?»

         L’autista buono sembrava davvero un serafino (venuto a proteggere le fragili vite delle persone presenti sulla terra). Ma non per la sua bellezza, ma bensì per la sua innata bontà e gentilezza, e per tutta la tranquillità non violenta che ispirava. L’autista buono era di media altezza (ah, ma sembrava un alto principe azzurro!), aveva capelli castano scuro, lunghi e gonfi che gli si erano morbidamente arricciati in ampi rigonfi di vaporosità. I suoi occhi erano limpidi e color nocciola, ed aveva anche una barba appuntita di qualche giorno. Infine non ho modo di dubitare che le sue mani, seppur non fossero belle e affusolate come le mie, fossero senz’altro cortesi e perbene, come del resto lui. Roba che, se non fossi stato un maschio, mi sarei innamorato a prima vista di lui (anzi, diciamo che la mia parte femminile ebbe un colpo di fulmine… fulminante per lui…).

         L’autista buono volle verificare che ogni singolo passeggero del suo mezzo non si fosse fatto nulla, e solo dopo ripartì (mentre noi tutti fummo orgogliosi che fosse un capitano capace e retto come lui a guidarci nel mare informe, frastagliato, tortuoso e multiperiglioso delle spire cittadine).

         Il viaggio proseguì senza altri scossoni ed io (come tutti) me ne tornai a casa sano e salvo godendomi quella che avrebbe potuto essere una giornata deprimente e odiosa, ma che, per via dell’autista buono (che con le sue preoccupazioni gentili stemperò la tensione dimostrando una volta per tutte che il Bene fosse più forte del Male), si era trasformata in un’amabile gita turistica nei rioni della città eterna (Roma capoccia del mondo infame!).

         …Ma questo racconto comprende nel suo titolo anche degli autisti cattivi (ed io non me ne sono dimenticato, anche se forse sarebbe stato meglio finirla qui e tutti quanti saremmo stati più contenti). Adesso vi parlerò anche un poco di costoro (ma non troppo, perché non voglio rovinare il ricordo dell’autista buono, che non si meriterebbe di essere insozzato e anche solo paragonato a loro)…

         Di autisti cattivi ne ho conosciuti davvero parecchi. Da quale iniziare? Ho l’imbarazzo della scelta. Il primo che mi viene in mente era un tale che guidava come se fosse ad un rally (e, potendo, avrebbe anche fatto impennare sulle due ruote posteriori l’autobus jumbo che conduceva!). Forse era uno di quelli che scommettono con gli altri autisti cattivi che riusciranno a fare tutto un giro entro tot minuti, o forse che hanno come scopo quello di superare l’autista del turno immediatamente precedente al loro per vincere la sfida… Ne sarebbero del tutto capaci…

         Comunque, questo autista guidava come se avesse appena scoperto che sua moglie lo tradiva con il suo migliore amico autista (il quale per di più era un mingherlino che comandava il proprio mezzo con raffinata pacatezza e che non aveva mai portato il motore al massimo dei giri… cioè un pappamolle!). Era per questo molto incazzato e schiumava rabbia ad ogni curva e pure ad ogni rettilineo. Il suo modo di pilotare era selvaggio, bizzoso, scostumato, illegale, collerico, stronzo, zoticone, irascibile, attaccabrighe, e chi più ne ha più ne metta (ogni aggettivo negativo credo che vada bene… Pensatene uno qualsiasi… non so: opportunista… va bene pure quello!).

         E dopo che vi ho detto questo c’è forse dell’altro da aggiungere su di lui? Direi di no. Non serve, ed io non ne ho voglia (perché rovinarmi la giornata rimembrando quel pessimo soggetto?). Meglio fare una carrellata (ma veloce veloce) su altri autisti cattivi che ho incontrato… E allora ci sono stati quelli che… non volevano aprire le porte dei loro mezzi (per qualche ragione loro, forse andavano di fretta, forse avevano una scommessa da vincere, forse non gli garbava il possibile passeggero che avrebbero caricato, o volevano esercitare l’unico potere che gli era rimasto, essendo praticamente degli impotenti, vittime e carnefici assieme della società iniqua che essi stessi contribuiscono ogni giorno a creare). Alcuni facevano finta di non vedere; altri neppure quello e te lo facevano capire bene che non ti volevano…

Per non parlare di quelli che pretendono che si salga solo dove dicono loro (ignorando che quella regola in verità è innegabilmente improduttiva se si entra in un autobus affollato, e che quindi avrebbe un senso solo per gli autobus semi vuoti. Ma a questo punto… tanto varrebbe che venisse abrogata perché del tutto idiota!); in cui “dove dicono loro” può voler significare, dietro (perché, essendo degli asociali, non vogliono avere nessuno vicino a loro), al centro (perché sono abituati ad aprire solo quella porta, altrimenti gli tocca di dover usare pure le altre dita che solitamente non riesco proprio ad immaginare in che modo adoperino…), o davanti (se sei una bella zoccoletta e vogliono inebriarsi di respirare almeno per un attimo il tuo profumo sniffandolo con il loro naso scovafica… da sempre abituato ad annusarla, ma mai a conquistarla…).

         Poi ci sono quelli che non aprono le porte per farti scendere, e che dicono con astio «Dovevi suonare il campanello per prenotare la fermata!», ma che se per caso gli fai notare che l’hai fatto si incazzano e rosicano così tanto da negare l’evidenza.

         Poi, certo, ci sono quelli che rispondono male o dicono parolacce, e se magari gli chiedi un’informazione ti fanno notare che «Non si parla al conducente!» (con le solite eccezioni per meretrici affogate in eteri profumi); o, peggio, ipocritamente ti dicono «Non lo so!», anche quando non gli chiedi di chissà quale via, ma di una strada che addirittura è segnata sul loro tragitto e compiono tutti i santissimi giorni per… quante volte?!… Dieci volte?! E addirittura è pure annunciata dalla voce elettronica all’interno del bus che avvisa circa la fermata che verrà eseguita!

         Poi ci sono quelli che “tanto passo io che c’ho il mezzo più grosso, quindi c’ho la precedenza! Ah! Ah! E voi vi dovete attaccare e tirare forte!”…

         Poi ci sono quelli che parlano per tutto il tempo al telefono e ti costringono a sentire le baggianate di cui blaterano con i loro parenti e amici; o quelli che si son portati lo stereo e ti fanno udire la musica per trogloditi (che non avevo dubbi che quei tipi ascoltassero).

         Poi ci sono quelli che non so dove abbiano preso la patente e che guidano il loro mezzo come se avesse il singhiozzo (sfondando la frizione e la prima marcia). Ma chi cazzo li ha assunti degli idioti del genere?! La domanda ha una semplicissima risposta: raccomandazione! È così lampante…

         Insomma, quanti ce ne sono di autisti buoni e di autisti cattivi? Purtroppo è incontrovertibile che i cattivi siano sempre di più dei buoni… Ed io mi immagino la solitudine di quel singolo autista buono che al capolinea non sa con chi parlare durante le interruzioni, che vede che tutti gli altri autisti cattivi fanno comunella e bofonchiano (nel modo in cui loro sanno fare) di donne (per loro tutte prostitute), motori, politica, scommesse, e tante, tante altre menate… E l’autista buono si sente diverso perché non è come loro… Però lui sa che è nel giusto e per questo andrà sempre avanti per la sua strada. E pazienza se non la potrà condividere con qualche amico. L’autista buono sa che un giorno il buon dio gli farà incontrare un altro autista buono proprio come lui. E allora si sentirà meno isolato ed avrà finalmente qualcuno con cui discorrere…

2 pensieri riguardo “L’autista buono (e gli autisti cattivi)

  1. Mi piace molto questo post!
    Sin da piccolo l’autista dell’autobus mi ha sempre affascinato, incuriosito; in qualche modo intrigato. E tutt’ora ogni volta che salgo su un automezzo (quasi ogni giorno) mi pongo mille e più domande su chi lo stia conducendo. Potrebbe chiamarsi Giovanni, Raffaele, Ermanno o anche Caterina. Potrebbe essere furioso, felice, allegro o depresso. Potrebbe vedermi con malocchio o con simpatia. Ed è sempre un mistero, perché non conosci nessuna di queste risposte, e probabilmente mai le conoscerai.
    E trovi l’autista che aspetta alla fermata con le porte aperte per far salire un anziano il cui tempo ha logorato il fisico. Trovi quello che ha lo sguardo puntato verso la strada, con gli occhi che pare stiano contemplando qualcosa di trascendente; e ti chiedi cosa vedano quelle pupille così misteriose. Problemi con la moglie/fidanzata? E i figli? Sarà contento della sua vita? Lo pagano poco? I colleghi sono degli scansafatiche tipicamente italioti?
    Sono semplicemente persone, ma come tutti nascondono in sé molteplici sfaccettature. E se conosci il loro modo di fare, ti rendi conto di come il nostro comportamento si rifletta su qualsiasi azione che commettiamo.
    Comunque gli autisti più bastardi sono quelli del 446 (senza offesa nel caso un autista del suddetto autobus dovesse leggere questo commento)!

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