Il sogno di Cassandra in tre movimenti

 

Primo movimento

 

         Un giorno io ed un mio amico ci recammo all’ottavo piano del mio palazzo per andare a visitare la sagra paesana delle ciambelle. E, accanto a ciondoli, pendenti, braccialetti, abiti folcloristici e souvenir della mia terra, trovammo ogni sorta di ciambelle tipiche, di tutte le dimensioni, realizzate in tutti i materiali possibili, commestibili o meno. Io le conoscevo già e rimasi meno estasiato del mio amico, ma ad ogni modo quel colpo d’occhio mi fece ritornare ai momenti sereni della mia vita da adolescente, che riassaporai con piacere.

Ci intrattenemmo nel pianerottolo, tra le bancarelle, per lungo tempo (e chissà quanto avremmo potuto rimanerci, dato anche che poi, entrando nelle case, la mostra mercato non si arrestava affatto e anzi prendeva nuove e stuzzicanti forme). Ma poi ravvisai stagliarmisi innanzi Cassandra, che non vedevo da un bel po’. Erano molti anni che non ci incontravamo e la cosa non era casuale. Ci eravamo lasciati piuttosto male da ragazzini e avevamo finito per odiarci e non volerci più incrociare. Essendo praticamene nel posto dove aveva la residenza la prima versione di Cassandra, cioè quella con gli stessi tratti somatici che prima di lei amai e che tra l’altro originò la stirpe delle Cassandre, non mi stupii di rincontrarne lì la seconda, quella con la quale ero rimasto in rapporti peggiori (seppur non le avessi mai rivelato di averla amata perché mi ricordava un’altra ragazza molto simile a lei).

         Cassandra fu subito turbata appena mi vide, ma non erano più i tempi che, come una ragazzina, si sarebbe vilmente confusa nella folla facendo perdere le sue tracce. Le si leggeva palesemente in volto che per lei ero un fastidio che avrebbe voluto risparmiarsi volentieri, anche perché evidentemente le spalancavo una finestra ancora viva sui ricordi che condividemmo. Cassandra era accompagnata dal suo solito boyfriend. Lo avevo visto già una volta, per questo sapevo che fosse lui. Era un tipo robusto e alto, con gli occhiali, moro, e con in viso sempre una barba di almeno due giorni. Somigliava tantissimo ad una mia vecchia conoscenza. Era spiccicato ad una persona che avevo bene a mente, solo che lui era nettamente più grosso. Tuttavia la somiglianza era talmente elevata che quasi mi sentii di chiedergli, fregandomene per la sfacciataggine, se avesse un fratello minore che gli somigliasse molto… Sembrava un intellettuale e parlava abbastanza bene, però anche lui fu evidentemente scombussolato dalla mia presenza, come se ci fossimo conosciuti personalmente, e non solo per interposta persona, e pure lui avesse con me una vecchia storia d’amore alle spalle finita male. Immagino che lei gli avesse detto ogni cosa di noi e dell’importanza (che scoprivo in quel momento, perché non mi fu mai chiara, né garantita) che mi assegnò quando ancora dovevamo sviluppare le nostre caduche personalità

         Cassandra e il suo ragazzo mi parlarono controvoglia e afflitti, ma alla fin fine decisero di non ignorarmi affatto. E il suo ragazzo si stupì di una verità che io gli svelai, mentre Cassandra invece mi corresse quando dissi una frase che corrispondeva solo alla mia opinione e di cui non ero sicuro della veridicità.

         Rimanemmo alcuni brevi ma lunghi minuti a parlare e io mi mostrai completamente rilassato e anche divertito e stuzzicato dall’imbarazzo che entrambi mi manifestavano potessi infondergli. Poi ci separammo, e nel mio animo il loro approssimarsi fu come uno scherzo e come se non li avessi mai visti. Girato un angolo già non ci pensavo più e tornai a discorrere con il mio amico.

 

Secondo movimento

 

         Alcuni giorni dopo (mesi?) andai a presenziare alla trasmissione di un noto giornalista con lo scopo di presentare il mio nuovo libro. L’ambiente era un po’ disadorno e grigio per i miei gusti, e l’atmosfera leggermente rarefatta e ristretta. Accanto alla sedia del conduttore c’era giusto il posto per altre quattro sedie messe davanti ad un tavolo che compariva e scompariva in base al mutevole ricordo che ho di questa vicenda, e non sono sicuro se fosse ad altezza dei nostri petti, o fosse uno di quelli bassi e trasparenti in cui sarebbe più comodo appoggiarci i piedi.

         Fattostà che in quella occasione il navigato anchorman aveva solo due ospiti: me, in qualità di scrittore, e Cassandra, in qualità di editore. Appresi in quella circostanza per la prima volta che Cassandra facesse quel mestiere (che non mi sarei mai aspettato, seppur fossi certo che lei avesse raggiunto un impiego sicuro e in cui si facessero molti soldi, perché per lei quell’aspetto era sempre stato importante).

         Quando la vecchia volpe di intervistatore capì dalle nostre facce che ci conoscessimo si gettò subito sulla notizia e cercò di carpire come mai Cassandra risultasse così a disagio e ritrosa, mentre io apparissi del tutto controllato e beffardamente ironico. E poiché egli non ottenne molte risposte dalla ritrosia di lei, si concentrò su di me, che invece gli parlai in modo assolutamente sincero. Io comprendevo che sarebbe stato sicuramente meglio tacere sulle nostre storie passate (e soprattutto visto che potevano non essere piacevoli per almeno uno di noi due) ma, mi sentivo così superiore al mio passato e ai miei sbagli, da ritenermi quasi un innocente di fronte ad esso. In più, per me il passato era definitivamente morto e sepolto, per cui non mi dava alcun fastidio riferire anche le situazioni più sconvenienti e personali.

         Cassandra si limitò a lanciarmi occhiate preoccupate, sapendo che non avrebbe potuto impedirmi di rivelare a tutti la verità e che i suoi interventi avrebbero potuto ben poco contro la sciolta vigoria della mie parole.

         Il giornalista mi chiese, dopo qualche domanda di rito per mettere a fuoco la questione (che aveva già intuito), se avessimo avuto una storia d’amore. Io lo sorpresi dicendogli (senza mentire) di no. Però poi il mio eccesso di zelo e di adesione alla verità mi costrinse ad aggiungere che era vero che non fossimo mai stati assieme, ma che comunque all’epoca mi ero innamorato di lei. Aggiunsi anche che non potevo essere certo che finanche lei mi avesse amato. Allora la foca ammaestrata si voltò verso Cassandra e le pose la stessa domanda mirata che aveva fatto a me. E lei, molto provata dalla mia sincerità e dalla domanda insinuante, mi stupì ammettendo che anche lei era stata innamorata di me.

         Poi l’intervista su tali fatti di cuore andò avanti per un’altra mezzora (prima che la trasmissione terminò) nella quale si seguì il medesimo registro, con me che parlavo senza pormi alcuna questione, e con lei che cercava di rettificare, mettere pezze, ma che spesso si riduceva a dover ammettere la gran parte delle cose, tra un impaccio e l’altro. La sua unica fortuna fu solo che effettivamente non fummo mai davvero una coppia vera, per cui quando l’adiposo e insinuante scribacchino cercò di scandagliare dalle mie parole dei particolari che la gente potesse trovare oltremodo incresciosi o scabrosi, si ritrovò infine a stringere un pugno di mosche e perse interesse per la nostra passata storia (che per quel motivo mai altro ci avrebbe pubblicamente più chiesto da lì in poi). Ma se quel tale fosse stato anche una persona dotata di sensibilità, e il suo scopo fosse stato sempre il medesimo, di alchimiare oro dai fatti privati della gente, si sarebbe certo maggiormente concentrato sui nostri animi che sulle nostre fattive azioni, e allora avrebbe trovato quell’emozione che avrebbe aperto i nostri cuori e quelli di tutti gli ascoltatori del programma.

         Quando la trasmissione cessò Cassandra, parlandomi in privato senza che orecchie straniere potessero udirci, mi riprese dicendomi che non avrei mai dovuto dichiarare quelle cose. Ed io le risposi che in fondo avevo detto solo la verità, domandandogli se lei la temesse. E lei, dato che percepì che fossimo su due fronti diversi e incompatibili, non mi rispose.

 

Terzo movimento

 

         Qualche giorno dopo ero chiuso in casa a riposare. Ero sprofondato in una di quelle tregue silenti e concilianti dell’anima, che delle volte sono assai necessarie e salutari per ritrovare qualcosa di sé che si potrebbe perdere, e per rimettere tutte le sue componenti a posto all’interno di essa, affinché poi si possa riabbracciare la più piena serenità nel futuro.

         La casa era buia e anche fuori si era all’imbrunire. Non sentivo il bisogno di accendere luci che avrei trovato importune. E il mio stato d’animo interno era uguale a quello che vedevo al mio esterno.

         Suonarono alla porta e, prima ancora di seccarmi e che quel suono potesse turbare la mia trasparente armonia, la aprii e feci entrare la visitatrice: Cassandra. Lei aveva ormai quella espressione infelice e triste che le avevo visto nelle precedenti due occasioni. Mi disse che era venuta per parlarmi e così fece, in piedi, davanti a me, nella semioscurità, mentre il buio fuori era meno forte del nero dei suoi occhi (che mi sembrarono belli e affascinanti come non mai).

         Lei mi proferì circa queste parole:

         «Adrian, è ora che io te lo dica, perché ho scoperto che ormai mi è impossibile continuare a tacertelo. Per tutti questi anni ho cercato di fare finta di nulla, e io stessa quasi me ne convinsi, credendo che potessi andare avanti e accantonare il nostro passato, facendo tacere la voce del cuore che mi torturava e voleva che io continuassi a pensarti. Ma solo ora comprendo che la mia è stata unicamente una stupida e vergognosa bugia che ho continuato a ripetermi tentando di farmi un lavaggio del cervello… E il motivo del perché dovresti averlo capito anche tu, Adrian… Perché io ti ho amato con tutta me stessa e, quando la nostra relazione si è rotta, io non fui più in grado di riallacciarla, troppo avvinta dal dolore e troppo sconvolta dalla passione che tu mi scatenasti, che fino ad allora mi era totalmente ignota… Sì, fu un misto di dolore e paura di soffrire ancora di più a non farmi riavvicinare a te. Come pure il maledetto orgoglio che fino ad oggi accecò la mia vista impedendomi di vederti come il mio solo e insostituibile amore!… Così te lo confesso, infine… Io ti amo e ti ho sempre amato, ed oggi… sono solo una povera donna in pena, perché colui che più di tutti mi fece soffrire fu anche la gioia più fuggevole e grande della mia misera vita, e fu colui che sempre cercai negli altri, non riuscendolo a rintracciare neppure in piccole parti… Sono una poveretta e penso di non aver conosciuto nulla di prezioso in vita mia, tranne te, e credo di meritarmi tutte le pene che ho patito e che patirò per sempre. Tuttavia ti ho voluto dire la verità perché era giusto che tu infine la sapessi, e che il cerchio su di noi si chiudesse…»

         Quelle parole mi meravigliarono molto, perché non era stata la Cassandra che avevo conosciuto io che le aveva proferite, ma una Cassandra che non avevo mai incontrato e che forse avevo al più solo intuito. Precedentemente Cassandra era stata del tutto diversa con me da come si poneva adesso… Cassandra un giorno decise di non volermi più, che io non fossi più alla sua altezza, e che le procurassi più fastidi che gioie, più svantaggi che vantaggi, e allora mi cassò dalla sua lista delle persone preferite come se nulla fosse e senza proferirmi parola alcuna. Cassandra fu con me crudele, spietata, e devastante, e per un lungo periodo io ci stetti così male da rischiare di perdermi nelle tenebre dell’afflizione, e lei fu quella che più di tutte mi fece soffrire, e io più volte mi interrogai se quel dolore fosse frutto della mia grande inesperienza, o fosse direttamente proporzionale all’immenso amore (che io credetti di tributargli) che dopo si trasfigurò disperatamente nell’infinità di un buco nero che mangia ogni albore, quando lei non mi volle più e mi costrinse ad accettare il suo mesto verdetto inappellabile.

         Cassandra era cambiata sul serio e mai l’avevo vista più sincera, sensibile, e indifesa. Tanto che non provai pena per lei… No, perché mi emerse una malvagia idea di vendetta, facendo soffrire la medesima donna che ora mi rivelava che per me sarebbe anche morta, quando in gioventù fui io a rischiare di farlo, avvolto dalle sue fatali spire di serpe senza cuore…

Cassandra era lì, innanzi a me, con i suoi grandissimi occhi gravidi nei quali splendeva una luce nera più accecante di tutte le altre luci che in vita mia avevo avuto il privilegio di osservare. E poi, la sua pelle bianca le faceva da contraltare rendendomela nella mente più pura di come non fosse mai stata nemmeno da bambina.

         E il perverso desiderio di corrompere quella sua beltà tenerissima che un tempo mi fu diabolicamente avversa, e che ora mi appariva inderogabilmente angelica, mi fece compiere le azioni che realizzai di lì a poco… Le misi una mano sulla spalla, e poi la lasciai scendere per quella sua avvenente curva che le disegnava il braccio. Lei mi guardò negli occhi ancora sconvolta dal patimento (ma non piangeva… Non vidi mai piangere Cassandra, nemmeno nei suoi momenti più cupi…). Le sussurrai alcune poche frasi apostate che invero corrispondevano ad autenticità, ma che avevano il solo scopo di farle ancora più male nel momento in cui avrei affondato il mio coltello incandescente (ardimentoso di dissacrarla) nel suo cuore candidamente offertomi senza alcun riparo…

         «Cassandra, come sei bella… Sei ancora più bella di allora… E solo ora mi sembra che veda appieno la bellezza di cui eri dotata, che adesso è finalmente pienamente sbocciata… I tuoi occhi tristi sono i più belli che abbia mai visto…»

         Lei riuscì ad oppormi solo un inutile «Che fai?…» che non fermò le mie mani che si fecero sempre più audaci. Sapevo che lei stava con un altro e che comprendeva che sottomettendomisi sarebbe stata quella peccatrice che aveva sempre cercato di non essere. Tuttavia non aveva alcuna forza per contrapporsi a me e capii che non avrebbe sollevato neppure un muscolo, anche solo per allontanarmi di pochi centimetri da lei, che mi voleva; sapeva che non avremmo dovuto farlo, ma semplicemente non aveva il potere di respingermi, rivelandomi così la sua reverenza incondizionata verso di me, che ero l’unico che lei amasse sul serio e che le avrebbe potuto fare quello che voleva…

         E io ne approfittai. Ne approfittai eccome. Le misi le mani sotto la maglia, e le lambii le costole, e le raggiunsi immancabilmente i seni che sentii morbidi e tiepidi come sostanza plasmabile al sollazzo delle mie dita castigatrici. E poi mi divertii a guardarla fissa negli occhi e leggerne l’impotenza. Le tolsi la maglia senza che fiatò e, in un battito di ciglia, lei si rinvenne nuda nella parte superiore. E per la gonna fu ancora più rapido, coma anche per le mutandine che praticamente nemmeno ricordo di averle sfilato. So solo che lei mi fu davanti del tutto indifesa mentre io potevo ammirarla con passione e curiosità ovunque volessi, mentre lei sentiva la novella consapevolezza di una bambola, sempre stata tale, che però un giorno, per magia, acquista la coscienza di colei che sa di essere un mero oggetto nelle mani del suo proprietario.

         Ero deciso a spingermi al massimo dell’ottenibile e a fornirle l’umiliazione suprema che non avrebbe mai scordato per tutta la sua vita. Mai così avevo fatto con qualcuna, e mai avevo fatto l’amore per infliggere ferite insanabili sulla pelle di una sventurata. Però in quella occasione quello fu il mio intento. Ma, se mi amava sul serio, sarebbe stata davvero una mortificazione quella per lei, oppure sarebbe stata felice di poter essere la mia cagna per una volta in vita sua? Avrei dovuto ragionare sull’illogicità e la contraddittorietà dei miei pensieri e sentimenti. Ma invece mi spinsi avanti…

         Le passai una mano sulla morbidezza del pelo pubico. Non vi sarebbe nemmeno bisogno di dire che fosse nero proprio come i suoi capelli, proprio come le sue sopracciglia, proprio come i suoi occhi. Lei fremette già vagheggiando la penitenza alla quale l’avrei sottoposta, ma fu in quell’istante che le vidi negli occhi quell’espressione di fiducioso e amorevole sacrificio che deve avere la vittima quando si getta nelle mani del suo carnefice quando tutto è ormai perso per lei. E fu quello, credo, che mi fece cambiare repentinamente atteggiamento facendomi crescere nel cuore la passione per l’essenzialità di Cassandra, che credevo sopita. E, quando mi si spalancò la sua guaina, mi sembrò come una tenera ciambella che non aspettasse altro di essere morsa e divorata…

         E, quando facemmo l’amore mentre lei ancora mi si era totalmente arresa e si limitava al massimo a chiudere gli occhi ogni tanto negli apici della nostra perturbazione, io la presi finalmente (da quanto tempo agognavo quell’evento tanto sospirato!) e lo feci con amore, e non con l’odio mellifluo di un falso cicisbeo che anela solo a compiacere il proprio membro, o il proprio ego…

         Passammo delle ore stupende nudi e abbracciati e inseparabili. Poi lei mi disse che doveva andare, ma io, tuttora conscio della mia presa su di lei, le impedii di lasciarmi e rimandai l’addio di un giorno. E quando l’indomani lei mi confermò ancora che mi avrebbe dovuto abbandonare, dopo che io le proferii con i baci e con le carezze e con le parole tutto l’amore strozzato che non avevo mai potuto esprimerle prima, la vidi per la prima volta dopo anni sorridere, e allora mi sentii smarrito. Perché mi accorsi che prima o poi lei mi si sarebbe separata e io non avrei potuto rinviare oltre il momento del distacco, che ineluttabilmente sarebbe comunque presto o tardi arrivato. Ma soprattutto compresi di essere passato dall’altro lato della barricata e di essermi trasformato da profanatore indolente e malvagio e adoratore dell’offesa, a delicato e perennemente infelice sospiratore dell’amore avvolgente e annichilente.

E, quando lasciai andare Cassandra (perché non potevo incatenarla a me), dopo averne assaggiato la carne in tutti i punti (come fosse fatta di dolci ciambelline alle quali non si poteva resistere) ed essermene saziato fino alle soglie del rigurgito, e averne annusato ogni suo segreto odore affinché ne serbassi per sempre il ricordo in me anche se non ci fossimo più visti… Provai e conobbi la gelosia più depressa, perché lei era libera di lasciarmi ancora, di farmi impazzire e di massacrare il mio cuore facendolo sbranare dai cani feroci dell’amore non ricambiato, o della chimerica folle brama di possesso dell’oggetto amato.

E quando Cassandra si obliò per sempre alla mia vista mi inflisse la sconfitta più atroce che patii nella mia vita e dalla quale non mi ripresi più; la medesima sconfitta che quando era stata acerba avevo avuto la prontezza e la forza di dimenticare e mutare in trionfo e nella disfatta di lei… L’esclusiva sconfitta che ora mi malediva e mi sprofondava nelle viscere dell’inferno, così come lei sanava e le permetteva di tornare a respirare l’aria di tutti i giorni senza provarne nausea e palpitazione, facendola sopravvivere con fierezza e nuova sicurezza.

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