Contumacia

         Un giorno ricevetti quella sua email. In quel periodo le poche volte che ci sentivamo prediligevamo quel canale di comunicazione piuttosto che altri.

         Ero impegnato nel lavoro ma mi ero preso un momento di pausa per far riposare i neuroni. In tali circostanze ero sempre molto contento di poter impegnare la mia attenzione su altre attività che consideravo parallele e variabilmente stuzzicanti.

         Lei mi scriveva:

 

         Non ti voglio più vedere e sentire.

Non mi chiamare più.

 

E basta.

Per prima cosa pensai che si fosse sbagliata (ma chi poteva essere che lei odiava a tal punto da rivolgerglisi a quella maniera perentoria e inappellabile?). La seconda cosa che pensai fu che quello fosse uno scherzo crudele che lei mi faceva per farmi preoccupare. In tal caso si sarebbe divertita un po’ e poi mi avrebbe svelato che si era trattato solamente di una specie di prova (che lei si era malvagiamente goduta) per vedere come io avrei reagito a quelle sue parole disdicevoli.

Ma poi esaminai la terza opzione, che cioè fossero vere sul serio. E allora mi prese una sensazione di nausea allo stomaco, che mi si attanagliò comunicandomi che io credevo maggiormente in quell’eventualità rispetto che ad altre.

Che fare? Era ovvio che anche se quello che lei mi diceva fosse stato vero non potevo certo congedarmi da lei (per quanto tendessi a compiacerla in tutto) con il dubbio che lei stesse solo scherzando (anche se in quel caso prima o poi me lo avrebbe detto, no? A meno che però si fosse potuta offendere mortalmente perché io avevo creduto a quella sua balla e dopo avesse deciso che non mi avesse più voluto vedere sul serio…). Era scontato che dovessi tentare di capire che cosa gli era preso…

Ogni istante che passava la mia mente prendeva sempre più concretamente in considerazione la possibilità che la situazione fosse estremamente grave (e forse irreparabile). E se lei avesse sentito qualcosa su di me che l’avesse oltraggiata? Io mi sentivo con la coscienza abbastanza pulita, e anche se vi erano delle situazioni che la riguardassero, e di cui lei non era a conoscenza, che mi vedessero come protagonista non proprio irreprensibile di quella che fu un tempo la mia vita, e che forse le sarebbero dispiaciute, non ritenevo che anche lo scoprirne qualcuna potesse costituire un tale delittuoso reato, tanto dall’essere odiato e allontanato a quel modo, senza che io mi potessi almeno difendere. Eh sì, perché c’era la concreta possibilità che lei davvero non volesse più confrontarsi con me in alcun modo…

Ma cosa poteva aver sentito su di me? Cosa le potevano aver detto? E se le avessero spacciato una bugia per verità (magari qualche invidioso, o magari solo per divertirsi a vederla avere una reazione decisa contro di me)? Ma se anche fosse stato… perché lei, prima di giudicarmi, non era venuta a parlare con me, dato che eravamo amici? Non eravamo amici, Giulia? O forse non lo siamo mai stati e io me lo sono solo immaginato, e magari tu mi hai solo fatto credere che lo fossimo? Se mi volevi bene non avresti dovuto credere in me nonostante qualsiasi apparenza?

Da dove iniziavo? Quale sarebbe stata la mia prossima mossa? Normalmente l’avrei chiamata al suo telefono personale, ma il fatto che non lo facessi da tempo mi mise un bastone tra le ruote a seguire questa strategia. Forse la cosa più corretta sarebbe stata quella di mandarle un’email, proprio come aveva fatto lei… Ma, se la faccenda era così delicata come sembrava, invece forse avrei dovuto fregarmene delle nostre convenzioni e parlarle direttamente (se non a quattrocchi, come in realtà mi sarei sentito in dovere di fare, almeno al telefono). Ad ogni modo quest’ultima cosa potevo metterla in pratica anche successivamente, no?

Tentai la via dell’email e, dopo qualche lungo momento speso a ragionare su cosa sarebbe stato più opportuno scriverle (avrei potuto dirle così tante cose, avrei potuto mettere le mani avanti e farle una specie di imprecisate scuse preventive, riaffermandole quanto le volessi bene e quanto ci tenessi a lei; oppure le avrei potuto subito sbattere in faccia quanto fosse scorretto il suo modo di comportarsi e che anche agli assassini confessi si concedesse la possibilità di difendersi dalle accuse che li riguardavano)… mi decisi per un messaggio pacato che gettava l’accento sull’emozione che lei mi stava provocando in quel momento.

 

Che cosa è successo?! Stai scherzando?

Mi stai facendo prendere un colpo!

Per piacere fatti sentire e spiegami se mi stai solo prendendo in giro, o se ritieni davvero di avere qualche motivo per dirmi quelle brutte cose…

TI PREGO, SBRIGATI A RISPONDERMI.

 

Credo che data l’occasione il mio fosse, in finale, un messaggio perfetto, e mi immaginai di poterla almeno impietosire e che lei potesse perlomeno rispondermi qualcosa del tipo: “Sai di cosa parlo” e che dopo, insistendo un po’, presto mi avrebbe detto a cosa si riferiva e si sarebbe tolta il rospo dalla gola. E poi mi sarei potuto difendere (e l’avrei sicuramente riconquistata, presto o tardi, perché non le avevo mai fatto nulla di realmente malvagio, perché mi sarei scusato così tante volte che l’avrei impietosita – ma in tal caso avrei dovuto fare attenzione a non accrescere troppo il suo orgoglio spasmodico -, e perché sapevo essere molto convincente quando volevo, e con la forza della mia logica e dei miei sentimenti l’avrei riportata dalla mia parte)…

Attesi con impazienza per trenta minuti. Sapevo che lei era sempre connessa alla rete e che il mio messaggio l’aveva già ricevuto. Ma bisognava chiedersi se lo avesse voluto leggere e se non l’avesse cestinato subito (ne sarebbe stata perfettamente capace se davvero era arrabbiata con me).

Credo che fui fin troppo gentile lasciandole la possibilità di organizzare una risposta di qualsiasi genere, che comunque non venne. Decisi di rompere gli indugi e fare quello che fin dal principio sarebbe stata la cosa più corretta da fare: chiamarla. E lo feci alle ore 13:05 in punto (cioè mi preoccupai che lei, nel caso fosse a lavoro, si trovasse nella fascia della pausa pranzo, e che fosse quindi libera di rispondermi).

Selezionai il suo numero dall’agendina ed effettuai la chiamata. Udii il telefono squillare mentre il mio cuore aumentava il ritmo con il quale batteva. Dopo nove squilli batteva al massimo della velocità possibile. Fui quasi sollevato che dopo venti squilli non rispondesse (anche se sarebbe stata lei quella che avrebbe dovuto innanzitutto aver timore di qualcosa e giustificarsi). Poi attaccai. Comunque era possibile che avesse lasciato il cellulare da qualche parte e che lei si fosse eclissata dal mondo (ogni tanto lo faceva e diventava irreperibile). Ad ogni modo lei si sarebbe trovata poi il mio numero e avrebbe capito che la cercavo (e una parte di me sapeva che lei sarebbe stata fiera che io le fossi corso appresso appena lei avesse lanciato il suo amo).

Ma di certo non se la sarebbe cavata con così poco. Adesso che lei aveva lasciato scoppiare la bomba si doveva prendere tutte le conseguenze… La iniziai a chiamare ogni dieci minuti ed ottenni i seguenti risultati. La prima volta ancora il suo telefono squillò a vuoto. La seconda volta lo trovai staccato (quindi c’era e aveva deciso di non rispondermi!). Anche quello costituiva una prima risposta ma che sicuramente non mi soddisfaceva. Tentai ancora. La terza volta il telefonino era di nuovo libero e squillò ancora a vuoto (lei non era disposta a rinunciare ad esso solo per colpa mia, per cui lo aveva riacceso auspicando che io desistessi). Stavolta però decisi di non attaccare e di continuare ad oltranza a lasciarlo suonare. E dopo venticinque squilli sentii il segnale di occupato. Avrei anche continuato a provare per farle un dispetto (come osava lanciare un sasso di una portata simile e poi nascondere la mano?! Non ne aveva alcun diritto!) ma mi venne in mente di accelerare un po’ le cose. La chiamai a lavoro. Sapevo che lei ci teneva molto a non essere disturbata su quella linea (sempre se davvero si trovasse lì) e quindi il mio sarebbe stato quasi un ricatto: se tu non mi rispondi io allora ti rompo le scatole sul posto di lavoro… Ed infatti ottenni il privilegio di sentire per l’occasione, dopo tempo immemore, la sua voce squillante e alterata rispondermi…

«Pronto?!…»

«Giulia, sono io… Volevo sapere…»

«Senti, non mi devi chiamare per nessuna ragione a lavoro! Semmai ti chiamo dopo…»

E poi mise giù. Ma io la conoscevo bene e immaginavo che lei non mi avrebbe chiamato. Inoltre aveva detto furbescamente quella parolina, “semmai”, che nella sua testolina la liberava da ogni obbligo concreto e formale di risentirmi. Per questo decisi di inviarle un sms speciale, uno di quelli che ti dicono se la persona destinataria lo ha letto oppure no. E immediatamente mi tornò la comunicazione che lei lo aveva fatto. Le avevo scritto:

 

Adesso stai davvero esagerando.

Pretendo si sapere di cosa mi

accusi, Giulia.

 

Attesi invano una risposta che non venne e una chiamata che allo stesso modo non mi arrivò. Quel pomeriggio ricordo che non riuscii più a combinare nulla e che in sostanza smisi allora di lavorare. E quando venne la sera ero però ricolmo della speranza che lei potesse impietosirsi, le potesse venire un singolo dubbio che qualsiasi cosa pensasse di me potesse non essere vera, o che semplicemente potesse tornarle un barlume di ragionevolezza che le facesse capire che almeno una spiegazione me la doveva. Almeno quello! Ma quando arrivarono le 22 capii che lei non mi avrebbe chiamato. Allora lo feci io, sia a casa che sul cellulare, ma in entrambi i casi non ottenni risposta.

Lei sapeva che io non ero di quelle persone estremamente egocentriche che pretendono di ottenere delle risposte per forza (e che quindi prima o poi avrei smesso di chiamarla e l’avrei lasciata perdere); allo stesso modo io non volevo darle quel tormento e sapevo che, se per caso lei si era messa in testa di non parlarmi più per il resto dei suoi giorni, non sarei riuscito ad impedirglielo, e nemmeno l’avrei obbligata dal desisterne.

Passai una nottata di inferno. Mi coricai solo a mezzanotte ma mi rigirai nel letto per almeno tre ore. Avevo l’abitudine di lasciare il cellulare spento ma in quell’occasione lo accesi, rialzandomi dal letto, quando ravvisai che le potesse venire una crisi di coscienza che l’avrebbe spinta a chiamarmi anche nel cuore della notte, o in un orario mattiniero.

Mi addormentai stremato solo un’altra ora dopo, mentre mi calavano dagli occhi delle lacrime silenziose delle quali nessuno avrebbe mai saputo dell’esistenza, compresa Giulia, che forse non avrei più né rivisto né sentito.

La mattina dopo ero distrutto dal dolore e capivo che qualcosa di grosso era cambiato, qualcosa che mi era scivolato tra le mani senza che me ne accorgessi, e che non avessi modo di farci più nulla. L’unica maniera per scoprire la verità sarebbe stata quella di mettere Giulia con le spalle al muro e poi parlarle, ma si sarebbe trattato, come già accennato, di dover comunque compiere un atto di azione violenta, perché lei non avrebbe mai accettato di sottomettersi docilmente a quell’eventualità.

Con le blande fiducie residue trascinai la mia pena per tre giorni, quando ormai ero quasi certo al cento per cento che non l’avrei mai più vista. Ma il quarto giorno decisi di tentare il tutto per tutto e di giocarmi l’unica altra carta che mi rimaneva per darle una scossa pur rispettando la sua volontà irrevocabile e crudele. Mi appostai all’uscita del luogo dove lei lavorava e mi misi in aspettazione. Mi posi in una posizione sufficientemente lontana dalla quale, per iniziare, le avrei potuto vedere bene gli occhi (e lei i miei), e poi lei sarebbe stata libera di decidere se deviare verso di me oppure proseguire per la sua strada, scegliendo di ignorarmi. Non volevo infatti imporle di ritrovarsi faccia a faccia con me per essere costretta ad affrontarmi, se lei non voleva (e chissà se lei capì mai che anche nel momento in cui ci dicemmo addio io le rivolsi ancora il pensiero più carino che potessi donarle date le circostanze).

In verità c’era anche la congiuntura che lei uscendo non mi avesse visto (ed in tal caso l’avrei seguita e mi sarei dovuto poi inventare qualcosa di diverso per suscitare il suo interesse); infatti se, come una parte di me si figurava, anche lei si ritrovasse distrutta dallo stesso medesimo dolore che pervadeva pure me, sarebbe stato molto verosimile che fosse sfilata con gli occhi bassi, e talmente afflitta nell’animo da non desiderare di vedere nessuno, non potendo sostenere alcuno sguardo senza rivelare altresì il proprio immenso patimento…

Avevo già stabilito che quello sarebbe stato il modo nel quale l’avrei trovata, ed a dire la verità era stato proprio quello il motivo che ultimamente aveva agitato così tanto il mio sonno impedendomi di riposare decentemente: il pensiero che lei soffrisse mortalmente e che non riuscisse a liberarsi di quei tormenti che le assediavano l’anima, che oltre che ferire me, affliggevano in primis lei…

Poi l’orologio di una chiesa batté l’orario che attendevo e sentii il mio cuore stringersi nel momento della verità che sarebbe arrivato tra breve. Mi chiesi se per caso lei si fosse esentata dall’andare al lavoro (infatti il suo stato di prostrazione poteva essere così elevato che forse…). Ma, quando la vidi, quel dubbio mi si rivelò in tutta la sue erroneità…

Lei sembrava sempre uguale a come la ricordassi. Pareva serena, mediamente stanca, e che pensasse ai fatti suoi. E non aveva occhi cerchiati, o borse sotto gli occhi come me. Per lei era tutto normale… E quando vide la mia faccia addolorata e assorta dalla sua persona che le implorava solo una spiegazione essenziale, lei sono sicuro che mi distinse perfettamente, e allo stesso modo mi riconobbe e capì il mio male. Ma la sua unica reazione, dopo un minuscolo sobbalzo provocatole dalla sorpresa del rincontro, fu solamente quella di proseguire il suo percorso e quindi di mettere sempre più distanza tra me e lei. E Giulia non si voltò, né rallentò nemmeno una volta, e anzi posso dire che fu assolutamente risoluta nel non fermarsi e non darmi neanche la possibilità di un comprensivo approccio umano.

E la vidi arrivare in fondo alla strada e divenire sempre più piccola, sempre più confusa con le altre persone del tutto ignare del suo infante mondo, ed infine svoltare e scomparire per sempre.

Da allora non la vidi più e non seppi mai quale fu il vero motivo che la spinse a prendere quella decisione.

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