La favola del mondo cattivo

 

 

Alcuni bambini che presto o tardi si sarebbero (quasi) tutti incontrati nel corso delle loro vite, si riunirono nel regno dei sogni perché uno di loro convocò un convegno d’ urgenza che aveva come tema "Perché il mondo è cattivo?".

C’ erano la piccola Lucrezia (che era la più grande, con i suoi circa quattro anni) e il suo fratellino Gregorio (di circa un anno); poi c’ era il piccolo Davide, che invece di anni ne aveva quasi tre, e infine il neonato Emanuele (di quasi un mese)…

Visto che gli altri bambini non sapevano che fare (e c’ era già chi si metteva un piede in bocca perché non si era portato il ciuccio, e chi quasi quasi un piantarello cercando la mamma se lo sarebbe pure fatto…) Lucrezia si sentì in dovere di aprire la discussione.

  • Chi dice che il mondo è catti-vo?

Nel cielo campeggiava una grande frase, scritta con sofficiose nuvole "Perché il mondo è cattivo?" ma sembrava che nessuno di loro ne fosse l’ artefice. E infatti per un bel pezzo nessuno le rispose (mentre il piccolo Emanuele era già riuscito nel suo intento di succhiarsi un alluce). Il primo che le replicò fu il piccolo Davide che mise in discussione l’ assioma fondamentale del loro meeting.

  • Ih monno nun è catti-vo…

E subito gli rispose Lucrezia.

  • Pure io lo credevo, vehamente…

Poi furono sentiti i pensieri anche degli altri due (che, essendo troppo piccoli, ancora non potevano parlare). Il pensiero di Gregorio fu:

  • Il mondo è un bel posto perché c’ è il latte e mamma. E quando mi scappa la faccio nel pannolino e poi strillo e me lo cambiano subito, così sto fresco e libero. Poi dormo quando mi pare e poi ricomincio…

Mentre il pensiero di Emanuele fu:

  • Con la tetta di mamma io sono felice!

Era stato fatto un giro completo delle loro opinioni e sembrava che tutti pensassero che la vita fosse bella e che il mondo non fosse cattivo. Allora perché erano stati convocati lì? E da chi? Lucrezia se lo chiese. La questione si iniziava ad infittire di mistero e nell’ aria c’ era un qualcosa di strano che comunque non permetteva loro di essere totalmente sereni… Poi si udì una voce sconosciuta di bambino dire:

  • Non è vero! Il mondo è cattivo! Io lo so!… Perché il mondo è cattivo?

Tutti quanti furono presi dai brividi perché non si riusciva a capire chi avesse pronunciato quelle frasi. Non potevano certo essere stati i due poppanti (che nemmeno parlavano, e  uno di loro continuava a tenersi un piedino in bocca…). Lucrezia si rivolse verso Davide chiedendogli se era stato lui (giusto per conferma), ma già sapeva che cosa le avrebbe risposto.

  • No!… Io no ho pallato…
  • E allora chi è?!

Lucrezia si guardò intorno, ma dato che il nascondino non era il gioco nel quale eccelleva particolarmente (perché bastava celarsi dietro a una tenda e lei non ti avrebbe mai trovato) chiese implicitamente l’ aiuto degli altri, iniziando a rivolgere lo sguardo vicino, in cerca di un ipotetico altro bambino che finora non era ancora apparso…

Emanuele fece una capriola al contrario, Gregorio gattinò sulla destra, Davide iniziò un girotondo che lo fece crollare a terra smarrito, e Lucrezia infine notò che c’ era uno strano punto di quel sogno dove era tutto nero e sembrava che ci fosse calata la notte. Quel posto non era molto visibile, eppure sussisteva…

Lucrezia fece segno agli altri con il ditino in quella direzione e tutti guardarono là (e qualcuno, a dir la verità si fissò sul suo minuscolo indice). Lucrezia sapeva che solo lì poteva esserci qualche altro bambino, però c’ era qualcosa che le metteva paura. Allora Davide, essendo il secondo bambino più anziano del gruppo, si caricò sulle sue piccole spalle il peso della responsabilità di far procedere le cose, e disse (rivolgendosi in quell’ antro oscuro):

  • Scei lì, bambino?…

Gli fece eco una voce.

  • Sì, sto qui. Adesso vengo.

Dal buco nero vennero fuori due occhi rossi e dei denti bianchi, e dopo un po’, quando il bambino fu tutto fuori, alla luce, si vide che era un bimbo di circa cinque anni, con la pelle nera, semivestito, con una stampella sotto un’ ascella, con tutto il corpo martoriato da piccole o grandi escoriazioni, e col sangue rappreso in più punti pure della faccia.

La vista era troppo forte per essere accolta tranquillamente da dei bambini sensibili che già sapevano distinguere tra brutto e bello. Lucrezia ebbe pietà di lui e si mise a piangere. Immediatamente anche il fratellino Gregorio, per solidarietà fraterna, le fu dietro e si alzò in un lamento straziante. Davide si sentì improvvisamente triste e li seguì anche lui. Infine Emanuele, pur non capendo il motivo del loro dolore, si impegnò nell’ accomunarsi con gli altri in una lagna che superò di intensità le altre, e che voleva dimostrare che se ci si metteva nessuno poteva competere con lui…

Sembrò che passassero contemporaneamente quattro ambulanze, ognuna con una tremenda sirena diversa, ma tutte estremamente fastidiose, e che cercavano di imporsi l’ una sull’ altra. Il bambino nero rimase impassibile alle loro manifestazioni, e forse pensò che fossero ancora dei bambinetti.

Quando dopo un po’ Lucrezia si fu calmata, smise di piangere. Allora anche Gregorio (che la teneva costantemente d’ occhio) smise all’ istante. Quindi Davide (che non voleva essere uno dei pochi che ancora piangevano) la piantò pure lui. Rimase Emanuele, che si rese conto che tutto sommato non c’ era alcun motivo valido per lacrimare, così cessò anche lui. Adesso i bambini erano tutti curiosi di sapere chi fosse quel nero bambino e perché sembrasse così diverso da loro. Parlò Lucrezia.

  • Chi sei?

Il bambino nero parve riflettere se risponderle o meno. Nel frattempo anche Davide (che voleva far recuperar punti alla sua immagine di maschio) partecipò alla discussione.

  • Comhe ti chia-mi?

Il bambino nero decise di risponder loro.

  • Mi chiamo Yugo.
  • Ah!… come fan-tossi! Bello quello! Me fa ride tanto! Anche se nun lo capiscio.

…Lo incalzò Davide, contento perché lo aveva capito al volo. Ma il bambino nero scosse il capo e disse di no. Lucrezia gli pose un’ altra domanda.

  • Da dove veni?

E lui rispose:

  • Vengo da Haiti, e sono morto sotto il terremoto.
  • L’ ho visto in televisione…

A Lucrezia si spezzò il cuoricino perché aveva visto tanti bimbi alla tv che erano morti o ridotti male… Fu sul punto di piangere ancora ma si trattenne. Emanuele si chiedeva che cosa volesse dire la parola televisione (e chissà se un giorno ne avrebbe appreso il significato, o non l’ avrebbe mai saputo…). Mentre Davide associò subito la televisione alle partite di calcio, mentre Gregorio pensava ai cartoni animati…

Poi il bambino nero parlò e gli rivelò finalmente il mistero della loro venuta lì.

  • Vi ho chiamato per dirvi che il mondo è cattivo. Perché per me è stato sempre cattivo. Lo diceva pure sempre mamma… Io sono stato sempre povero e non ho mai potuto mangiare quanto volevo…

Si portò una scheletrica mano alle costole che gli sporgevano, e poi continuò…

  • …E tutti quei stranieri che sono venuti da noi ci hanno solo rubato le ricchezze e poi noi siamo stati sempre più poveri, anche se loro dicevano di no. E noi siamo stati sempre più deboli e poi è venuto anche il terremoto che ci ha spazzato via e allora siamo morti quasi tutti e quelli che stavano sotto le macerie e che ancora resistevano li volevano lasciare sotto perché dicevano che ormai dovevano essere tutti morti, ma non era così!… Il mondo deve essere cattivo per forza!…

Seguirono dei momenti di imbarazzo. Non tutti i bambini avevano capito la potenza di quelle sue parole, ma tutti compresero che il bambino nero era stato ed era molto infelice, e che in qualche modo lo avevano sempre fregato da quando era nato. Allora Davide gli volle dire una parola di conforto…

  • Il monno nun è così bhutto! Il monno è bello! Guadda…

Davide gli allungò una macchinetta che si era portato direttamente da casa. Era una macchinina della polizia con tanti particolari ben definiti e con vari pezzetti di plastica multicolore. Glie la fece passare un paio di volte davanti alla faccia, poi la mise a terra, gli fece notare che begli ammortizzatori che avesse, poi fece "vhuummm!", e gli disse che era sua. E Yugo ci giocò un po’, ma presto si stancò.

Allora fu il turno di Lucrezia.

  • Se hai fame mangia le patatine…

Lucrezia dal mondo reale si era portata le patatine, e glie ne allungò varie manciate (e pure gli altri si servirono con avidità). Yugo le chiese cortesemente se poteva approfittarne e lei glie lo ribadì…

  • Tanto a casa ce n’ ho tante! Me ne danno sempre tante! Mangia, mangia…

E il bambino nero se le mangiò con gran gusto e le disse che erano molto buone.

Poi fu la volta di Gregorio, che invece si era portato mezzo biberon. Il suo problema però era che, per la fretta, non aveva avuto il tempo di riempirlo completamente. Allora si chiese se fosse il caso di darglielo, privandosene di fatto lui. Per un po’ rimase titubante ma poi, vedendo la magrezza del bambino nero, glie lo donò e, anche se non parlava, si capì perfettamente che i suoi pensieri erano…

  • Butta giù questo, amico, e dimmi se non ti piace…

Yugo lo bevve tutto e dopo si sentì visibilmente appagato e sorrise.

Ebbe poi un’ idea simile Emanuele, che invece si era portato direttamente la tetta della mamma che lo allattava. Gli fece capire di attaccarsi e di suggere fino a che voleva, perché lui riteneva che fosse una sorgente magica inesauribile. E allora Yugo si attaccò mentre Emanuele pensava:

  • Bono, eh? Dimme un po’… com’ è? Com’ è?

E Yugo dovette ammettere che era proprio di prima qualità: puro latte di mamma al cento per cento. Nel frattempo tutto quel cibo e quelle prelibatezze avevano curato tutte le sue ferite, riempito la sua carne, e saziato la sua pancia. Yugo non aveva più gli occhi rossi di sangue, ma i suoi bulbi oculari erano tornati bianchi. Il suo corpo non era più secco e avvizzito, e si era riempito di morbida ciccietta bambinesca. La sua gruccia non gli serviva più e lui la buttò via mentre affermò di sentirsi libero…

Poi, dopo tutte quelle vivande, dovette liberarsi sul serio e allora, quando gli altri bambini lo capirono, tutti quelli che avevano appresso il pannolino gli offrirono il loro; in particolare Emanuele gli fece capire quanto fosse pratico e facile da aprire e chiudere il suo, mentre Gregorio gli mostrò (con l’ aiuto della sorella) di come fosse semplice ripulirlo e renderlo nuovo di zecca (questo perché nella loro famiglia erano stati educati severamente a pulire sempre tutto…). Yugo rifiutò gentilmente i loro pannolini e disse che, essendo lui grande, non gli servivano più da un pezzo. Seguì un momento in cui tutti i bambini si chinarono per fare la cacchetta… Tutti tranne Davide che fu orgoglioso di essere l’ unico ad espletare le sue pratiche in piedi (perché aveva sentito che i veri maschi non si chinano come fanno invece le femminucce…). E notò pure che il bambino nero era decisamente ben fornito di pistolino, tanto che gli scappò un "ammappete!…".

Sembravano tutti finalmente felici e non c’ era più quell’ area di incombente angoscia che avevano avvertito prima. Il sole splendeva alto nel cielo, e non vi era traccia di nubi che l’  oscurassero. Allora Lucrezia ritenne che quello fosse il momento ideale per improvvisare una festa, e disse…

  • Musicha!

…E parti una rumba della quale ultimamente stava imparando i passi. Tutti ballarono a modo loro. Lucrezia cadenzava il ritmo soprattutto battendo i piedi a terra… Emanuele, dato che non ce la faceva a stare dritto, ne approfittò per inventare un insolita break dance… Davide imitò Michael Jackson e fece il moon walk meritandosi applausi a scena aperta… E Gregorio si ispirò al lago dei cigni e fece vari passi di danza (tutti a terra) tra i quali diverse spaccate perfette… Certo Yugo era l’ unico ad andare a tempo, come se avesse il ritmo direttamente nel sangue… e dimostrò loro la differenza tra annaspare e danzare…

Poi tra una cosa e l’ altra Davide ci provò un po’ con Lucrezia dicendole:

  • Voi venì a vedè a mia cohhezione de omo-gen-eizzzati?

Ma Lucrezia gli disse che ancora non poteva uscire con i maschietti… Gregorio provò per la prima volta in vita sua un filino di gelosia. Mentre Emanuele pensava tra sé e sé…

  • Pensi di poterci provare perché sei più grande, eh? Vai, vai, tanto te ripiglio! Ve ripiglio a tutti! Quella femmina è mia! E da grande me la sposerò io! Mi è stata promessa!…

Poi venne il momento dei saluti e tutti quanti rimasero per diversi minuti a farsi "ciao ciao" come avevano (quasi) tutti visto fare alla televisione da degli abnormi bambini alieni dai colori vivaci, con grandi mutandone. Yugo se ne andò indossando dei regali che gli altri bambini vollero fargli per forza. E cioè due paia di pannolini (indossati uno sopra l’ atro, di cui uno usato e non ripulito) e una scarpetta bianca-azzurra con su scritto "Fozza Azzio", donatagli da chissà chi…

Fu una bella scampagnata in fondo, ma fu forse anche meglio quella che ebbero la volta successiva, nella quale il tema che discussero fu "Ma come nascono i bambini?"…

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