HO USATO NOMI DI FANTASIA #6 – SECONDA PARTE –

 

Demonia la conobbi solo quell’ anno e la notai fin dall’ inizio perché mi ricordava Lorena (vi ricordate di lei?). In realtà avevano in comune solamente la carnagione bianca come il latte e il colore dei capelli nero corvino. E c’ è da sottolineare che in tutto quel tempo Lorena non l’ avevo affatto dimenticata. Ci fu un momento in cui pensai di avere le visioni: la prima volta che vidi Demonia mi sembrava proprio la mia Lorena che mi aveva seguito perché… mi amava(!). Quel giorno fissai intensamente Demonia che, accorgendosene, contraccambiò prontamente lo sguardo.

Demonia era culturalmente superiore alla media delle persone di quell’ età (tanto che una volta mi sfuggì di dirle che era la ragazza più intelligente che avessi conosciuto, in seguitò mi pentii ripetutamente di averlo fatto). Lei, tra le altre cose, mi disse che ero bello. La nostra amicizia venne su bene ed era piacevole stare qualche mezzora al telefono con lei, anche se ero un po’ in soggezione (perché mi piaceva). Ci fu pure qualche innocente contatto fisico tra noi. Poi venne l’ estate e mentre già mi rassegnavo a dover aspettare qualche mese prima di rivederla, un bel giorno lei mi chiamò e mi chiese, scusandosi per la sfacciataggine, se mi andasse di uscire assieme (fu un po’ vaga sul cosa fare e dove andare). Naturalmente accettai (era praticamente la prima volta che una ragazza mi chiedesse ufficialmente di uscire e pure io non ricordo di averlo mai fatto fino a quel momento) e mi sentii al settimo cielo. Sapete dove mi portò Demonia? Mi portò in parrocchia dove lei doveva fare da catechista a una torma di bambini piccoli ai quali diceva ripetutamente "State zitti!" senza che nemmeno uno di loro mostrasse di reagire almeno parzialmente ai suoi richiami. Dopo pochi minuti riuscii ad andarmene dicendole che quello non era certo il posto per me. Lei mi capì e quando ci salutammo aveva l’ espressione di quella persona affranta che, consapevole di aver sbagliato qualcosa, si chiede se ha fatto il passo più lungo della gamba. Eppure quella prima volta dice molto del suo carattere. Avrebbe potuto dirmelo prima! Ma no! Il suo scopo era avere qualcuno che le facesse compagnia e conoscermi meglio. Per questo il suo cervellino aveva pensato di prendere due piccioni con una fava. Ma alla fine dei conti la fava rimaneva a lei e non prese alcun piccione. Peccato non averlo capito subito (oh, quanto ero ingenuo!).

Comunque anche se il nostro primo incontro era andato male potevo essere contento per almeno due motivi: primo le piacevo e secondo, visto che mi aveva invitato ad uscire, adesso potevo ricambiare! E così feci. Stavolta si concordò per una tranquilla passeggiatina vicino casa sua. Ci ritrovammo seduti accanto su una panchina e lei ci tenne a dirmi che, giusto per precisare, a scanso di equivoci, mi vedeva solo come un amico. Io le dissi, fingendo di essere un uomo di mondo, che non vi era alcun motivo di fare questa precisazione scontata e che comunque aveva fatto benissimo a farla(!). Mentre dentro di me qualcosa piangeva di dolore…

Quell’ estate uscimmo spesso. Lei mi trascinò in orari assurdi (sempre di giorno), con 30 gradi all’ ombra, in percorsi omerici che avevano il solo scopo dichiarato di "camminare". Durante i quali mi raccontava di libri storici che io non avrei mai letto e di cui l’ avevano colpita le strane abitudini sessuali dei protagonisti; tentava di avere un dialogo con me e mi chiedeva se avessi da raccontarle io qualcosa. Ma io che le potevo dire?! Non avevo la più pallida idea di come intrattenerla (in questo senso era meglio quando eravamo al telefono in cui ero anche meno imbarazzato).

Il nostro fu un rapporto esclusivo, nel senso che quando ci vedevamo dovevamo essere solo io e lei. La spiegazione ufficiale era perché così gli altri non ci avrebbero preso in giro. Tuttavia ci furono due tentativi di eccezione al nostro patto. Il primo avvenne quando una volta Demonia si presentò ad uno dei nostri primi appuntamenti in compagnia di Caschina, che era una nostra amica comune (tra l’ altro gradevole ragazza). Semplicemente quando le vidi, feci finta di essere lì per caso e salutandole, tirai dritto. In realtà la mia doveva essere solo una finta che doveva servirmi per guadagnare tempo, ma fui così convincente che me le persi per strada mentre loro cercavano di seguirmi. Poi al telefono ci chiarimmo e non ne nacque nessun caso. Però lei aveva rotto il nostro patto di segretezza e la cosa non mi era piaciuta… La seconda volta in cui qualcuno tentò di intromettersi tra di noi fu quando, sempre in una delle nostre interminabili passeggiate, incontrammo un amico comune sul motorino. La nostra immediata (e insensata perché ormai ci aveva visto) reazione fu quella di scappare come due matti nel cortile interno di un palazzo mentre la gente in finestra ci guardava chiedendosi se fossimo dei ladri o degli assassini. Quel tipo fu un vero gentleman perché quando lo rincontrai, a parte un lieve accenno sarcastico, tacque a tutti della cosa che avrebbe potuto assumere proporzioni enormi.

Comunque dopo quell’ unica volta in cui mi aveva chiesto di uscire, non mi aveva più chiamato. Così decisi di fare il duro e aspettai che tornasse a cercarmi. Adesso toccava a lei. Contai i giorni: 1, 2, 3, una settimana, 8 giorni, 10, incredibile! Due settimane! Al che, facendomi un po’ pena, fui io che la contattai con la coda tra le gambe. Quando mi sentì si mostrò subito contenta e venni a scoprire che era stata due settimane in vacanza (e non mi aveva detto nulla!). Mi feci dei conti e scoprii che proprio il giorno prima che partisse eravamo usciti assieme e a lei non era venuto minimante in mente che potesse interessarmi sapere che l’ indomani sarebbe andata in vacanza. Mi raccontò di queste sue favolose ferie. Insieme alle sue amiche aveva conosciuto un autista di pullman molto giovane con due o tre anni più di lei, dietro al quale tutte quante loro sbavavano. Era un tipo bello, simpatico e presumibilmente sano. Peccato che faceva l’ autista, mi disse. In quel momento sentii come un segnale di allarme rosso interno che scattò, un enorme campanello stava trillando, ma scioccamente decisi di ignorarlo. Demonia lo aveva scartato per via della sua professione…

Nel frattempo mi ero fatto conoscere a casa sua, in particolare conobbi la madre di Demonia che con me si comportò sempre in modo squisito, cercando di mettermi il più possibile a mio agio e alla quale sicuramente posso dire che piacevo (molto più che alla figlia). Pensai che la mia entrata in casa sua fosse casuale ma ora sono sicuro che per continuare a frequentare Demonia avrei dovuto necessariamente essere presentato alla sua famiglia. Sulla madre, Demonia, non mi parlava sempre bene, tanto che l’ immagine che ne avevo io era in netta contraddizione con quello che mi diceva lei. Il padre di Demonia invece era un militare di carriera al quale non interessavo minimamente (e al quale probabilmente non piacevo). Comunque mentre io dovetti presentarmi ai suoi, lei non ne volle mai sapere di salire anche solo un minuto da me a bere un bicchiere d’ acqua (malfidata!)…

Un giorno mi chiese se le potevo fare un favore che però non mi poteva proprio dire al telefono. Si trattava di venirle a citofonare a casa sua, fare finta di uscire con lei e poi andarmene. La cosa mi sembrava alquanto strana ma accettai perché non mi costava molto e perché ero felice di farle un piacere. Solo allora seppi i dettagli della questione. Aveva conosciuto un tipo al mare (che in seguito soprannominò affettuosamente "Defy", da deficiente, e che non mancò di demolirmi ogni volta che ne parlavamo) ma non potendoci uscire assieme, perché in famiglia non lo conoscevano, allora doveva fare finta che uscisse con quel bravo ragazzo che ero io, che piacevo a sua madre e con il quale potevano stare tutti tranquilli. Cercai di seguirli per vedere dove sarebbero andati ma Demonia fu bravissima a farmi perdere le loro tracce. Così me ne tornai mestamente a casa.

I rapporti tra di noi si incrinarono. Ricordo che io ce l’ avevo con lei per la progressiva inesorabile scarsa considerazione che mostrava nei miei confronti e per tutte le cose che non mi tornavano. Mi chiusi in un mutismo ostinato che lei notò fin dalla prima manifestazione e lei reagì, offesa, cercandomi ancora di meno. Ben presto non mi chiamò più. Io ne iniziai a soffrire come un cane e si concretizzarono i problemi di alimentazione che avevo iniziato ad avvertire qualche settimana prima. Il nervosismo mi costringeva a consumare delle caramelle (a mo di sigarette) per domare la nausea strisciante che mi consumava ogni volta che la dovevo vedere o che pensavo a lei. In questo modo mi si chiudeva lo stomaco e non riuscivo a mangiare più di tanto. Quindi mi riveniva la nausea e stavo sempre peggio. Mi era presa brutta. Mi resi conto di avere un problema. Per colpa di quella manipolatrice il mio precario equilibrio esistenziale era andato in pezzi. Il giorno del mio compleanno non mi chiamò e ciò mi fece molto male (quando invece oggi non mi importa nulle di queste futilità). Mi presi tutto il mese di agosto per rimettermi in sesto. Fu molto difficile. Mangiai ogni volta che avevo fame. Invece di fare tre pasti completi abbondanti ne facevo il doppio ma molto leggeri e ci mettevo anche molto per consumarli. Usai il latte (che non è una bevanda ma proprio un alimento molto completo) come un vero e proprio integratore alimentare. A forza di latte e biscotti mi rimisi in carreggiata. Molte volte mi sono chiesto cosa sarebbe accaduto se la relazione con Demonia non si fosse interrotta e non avessi avuto la possibilità di concentrarmi solo sulla mia salute. Brutte cose. Probabilmente un giorno sarei crollato e mi avrebbero dovuto ricoverare in ospedale…

In quell’ estate qualche volta le feci degli squilli muti e poi attaccai e qualche volta anche a me accadde di riceverne (da lei). Quando la rividi di persona, con tutti gli altri, lei era fredda e cercava di ignorarmi il più possibile. Passai un altro mese di inferno a rodermi. Dovevo accettare il fatto che non mi voleva più.

Poi inaspettatamente un giorno tornò a chiamarmi e mi fece un discorso molto strano. Io ero felice che alla fine tutto fosse tornato come prima anche se non capivo quello che mi stava dicendo. Mi disse che (tanto per cambiare) aveva bisogno del mio prezioso aiuto, che dovevo essere la sua spia (questa frase in particolare la capii solo alla fine), che mi doveva dire una cosa ma che non poteva perché era troppo privata. Io cercai di portare un po’ di ordine nel caos di quel discorso e le imposi di dirmi chiaramente le cose come stavano perché mi aveva chiamato proprio per quel motivo. Così lei accettò ma la prese molto alla larga. Mi disse che c’ era qualcuno di cui si era innamorata ma non mi volle dire assolutamente come si chiamava. Mi disse che lo conoscevo bene. Mi disse che era uno del gruppetto di persone nel quale io e lei facevamo parte. Io insistetti affinché mi dicesse quel nome ma lei si vergognava troppo a doverlo pronunciare. In tutti quei momenti io pensavo: ma vuoi vedere che è cotta di me? E alla fine mi dirà che mi ama, proprio come avviene nei film?

Il suo imbarazzo era abissale e non riuscivo a schiodarla dalle sue posizioni arroccate che pure voleva cedere. Era come una città assediata che ha deciso di arrendersi ma che non vuole calare il ponte levatoio. Ma avevo un inizio. Sapevo i nomi di tutti i componenti del nostro gruppo. Per cui, uno ad uno, le chiesi se si trattasse della persona che nominavo. Iniziai dai tipi più carismatici, ai quali rispose nettamente di no (un po’ sdegnata). Passai a quelli più grandi e forti e ottenni la stessa risposta. Passai a quelli che ritenevo un po’ più miei amici rispetto agli altri. Idem. Le chiesi se per caso si trattasse di una ragazza (non si sa mai…). Mi ci mandò… Alla fine, le feci notare che eravamo rimasti ben pochi (mi ci misi anche io nei superstiti papabili). Per la precisione eravamo: io, la persona che maggiormente odiava al mondo e la persona che maggiormente la prendeva per il culo al mondo. Poi dovette attaccare perché in quel mentre era tornata sua madre e ci demmo appuntamento ad una chiamata successiva, di lì a poco. Mi sentii come Elvis Presley adorato dalle folle. Che incredibile magia era l’ amore! Proprio quando eravamo stati più lontani evidentemente lei aveva capito che mi amava sul serio! Mi sentivo rintronato e felice.

Pochi minuti dopo mi richiamò e dovetti continuare l’ ormai esile stillicidio dei nomi perché lei aveva deciso che quel nome non sarebbe mai uscito dalla sua adorabile bocca. Sparai il nome di quello che più odiava al mondo. Mi disse di no. Ora ero io a essere imbarazzatissimo perché solo una persona mi divideva dal mio amore. Con grande sforzo feci il nome di quello che la prendeva sempre per i fondelli, l’ unico che mi separasse da lei. Mi disse si. Si?!!??! Ma come, la stava sempre a sfottere!?!??!? Anche pesantemente! Soprattutto pesantemente!!!! Mi sentii schiacciato da un masso. Dopodiché fui io che cercai una scusa per attaccare. Che umiliazione! Saperlo in quel modo! E di chi si era innamorata? Di uno che non solo neanche la cagava ma che la schifava e la cosa era ovvia! Faticai ad accettarlo… ma dovetti farlo perché lei me lo confermò altre volte. Ufficialmente voleva che io in qualche modo cercassi di unirli (io!!?), che spingessi lui verso di lei e a lei dicessi delle cose utili su di lui che l’ avrebbero aiutata a far breccia nel suo cuore. Mi toccò assistere alle loro schermaglie con una nuova luce. Lui che la prendeva per il culo per il gusto di prendercela, lei che tentava di reagire (e sorrideva pure) in modo da cercare di creare un legame oggettivo tra di loro. E lui che non capiva che cosa dovesse fare per toglierle quel sorriso da quella facciaccia che a lui non piaceva per nulla…

Demonia fu la prima ragazza che mi sforzai di capire ma che non capii e quel non capire mi provocò un grande dolore. Il fatto è che lei era il tipo che fa o dice una cosa per suscitare la reazione che pensa che tu avrai. Così, quando mi disse che non le piacevo probabilmente era solo un modo per non farmi andare subito molto oltre. Mentre quando mi disse che le piaceva quel tipo forse era solo per mettere ufficialmente una pietra tombale sulla nostra relazione. La verità non l’ ho mai capita (caso più unico che raro) ma francamente quando capii che in ogni caso Demonia non faceva per me, non me ne fregò più nulla di appurarla.

E il nostro rapporto finì lì. Lei tornò ad essere fredda e io le iniziai a manifestare la mia ostilità apertamente. Una volta ci prendemmo a parolacce davanti a tutti (che se ne domandavano il motivo). Quando la incrociavo non potevo che ricordare che eravamo stati molto vicini, ma ora, anche se faceva male ammetterlo non era più così. Quando la incontravo per strada lei manifestò anche a me quel suo portentoso potere, la sparizione. In un attimo che abbassavo lo sguardo si era volatilizzata.

Fu lei la prima che spezzò per bene il mio tenero cuoricino di adolescente. Tuttavia, in qualche modo posso dire di essermi preso una rivincita. Alcuni anni fa mentre ero sulla metro e sparlavo ad un mio amico di una nostra conoscente comune pronunciando spesso la parola "puttana" (una delle prossime storie…), feci per scendere, mi avvicinai alla porta di uscita e, dando una rapida occhiata panoramica alla gente del vagone, così, senza soffermarmi su nessuno in particolare, notai di sfuggita un paio di occhi neri che conoscevo, (sembravano gli occhi di uno squalo), allora mi ci soffermai e nel profondo di quei bulbi vidi… odio. Era Demonia che mi fissava e che prima era alle mie spalle e si era sentita tutto il discorso puttanesco che avevo tenuto. Era accompagnata da un tipo che conoscevo di vista che, per quanto ne sapevo, era uno di quei secchioni bruttarelli che vengono spesso presi di mira a scuola, con le gambe storte, e, a giudicare dalla sua espressione, onanista perso, magari per via dell’ impassibile Demonia che tanto, lo sapevo già ma lui no, (poverino), non glie l’ avrebbe mai data neanche se fosse stato l’ ultimo uomo della terra. Onan, notando il suo turbamento, le chiese che cosa avesse e lei gli rispose: "Niente. È solo uno che conoscevo." All’ epoca mi stupì molto il conoscevo. Perché, dopo solo un paio di anni, già non mi conosceva più?! Capii la sottigliezza della frase solo anni dopo quando la stessa espressione la usai io stesso per un’ altra tipa.

Comunque passammo pochi secondi di imbarazzo generale in cui io la riconobbi e lei se ne accorse, e dopo scesi alla mia fermata.

Appena misi piede a terra mi sentii subito molto bene. E volete sapere perché? Perché io ero riuscito ad andare avanti e a non pensare più a Demonia che mi aveva fatto tanto male, mentre lei ancora mi odiava! Bella la vita, eh? Anche se tecnicamente io non pensavo più a Demonia perché ero troppo impegnato a piangermi addosso per la ragazza "allegra" di cui sopra, che mi stava facendo battere tutti i record di dolore percepito e che dopo esserne uscito vivo mi permette oggi di essere praticamente immortale circa le sofferenze d’ amore…

E c’ è anche un’ altra chicca da aggiungere… Il giorno dopo mia madre mi riferì che una ragazza dalla voce familiare (e che non si era voluta presentare) mi aveva cercato. Io chiesi un po’ in giro e stabilii che con tutta probabilità si trattasse di Demonia…

La cosa divertente è che ogni tanto rincontro Demonia in una zona vicino casa mia. Si trascina sempre una di quelle valigie con le rotelle e ha sempre quell’ espressione estremamente fredda e calcolatrice, con in più dipinta sul volto una bella spruzzata di noia e sonnolenza. In quelle occasioni è talmente presa che non mi riconosce. Credo che si sia sistemata con uno che sicuramente ha una bella posizione sociale. Magari quel povero Onan che si ammazzava di pippe per lei. Giuro che vorrei conoscerlo uno che si sposa una come lei…

J

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